Diritti o Doveri? Ivrea (To) 07 maggio 2012

Movimento 2 Giugno

Diritti o Doveri? – Ivrea (To) 07 maggio 2012

Introduce: Mario Beiletti
Relatori: Franco Di Giorgi e Gianni Cimalando
RELAZIONE di Franco Di Giorgi :   Gli italiani ed il senso del dovere passivo.
 
 
Partirei da un’immagine del dovere, che si esprime nel noto detto popolare «Quando l’asino deve entrare per la coda». Si dice a proposito di gente testarda, incorreggibilmente testarda, il cui asino (u sceccu) è costretto da loro ad entrare nella stalla sempre al contrario, cioè per la coda, anziché, com’è più naturale, per la testa. Come se, pur sapendo qual è il modo in cui risulterebbe più naturale fare entrare l’asino nella stalla, esse, invece, queste persone inflessibili, per un senso del dovere innato, si ostinano a farlo avanzare retrocedendo. Cioè al contrario. Eppure sanno quanto sia difficile ogni volta star dietro a questa loro capotaggine. Quanto costi loro in termini di fatica fisica e psichica dar seguito a quel traccheggiamento. Il guaio è che questa loro ubbidienza ostinata, ai loro occhi appare come il frutto della loro volontà, come qualcosa di genuino, di proprio e quindi di doveroso. In realtà, con il loro agire questi individui ubbidiscono ad un impulso, a un riflesso condizionato, a un senso del dovere tutt’altro che attivo, anzi del tutto passivo.
Stiamo parlando, come si sarà capito, degli italiani, la cui storia, tranne brevissime e pochissime eccezioni, li ha condotti a maturare questo senso del dovere passivo. Una storia che paradossalmente si può far risalire al 1200 o al 1300, all’età dei Comuni e delle Signorie. Età che, ben lungi dall’aver maturato una certa autonomia e prodotto una certa maturità (la tanto auspicata Mündigkeit kantiana), ha invece generato quella loro tipica rassegnazione a vivere sotto il dominio dei signori, quelli interni e soprattutto quelli esterni (normanni, spagnoli, francesi, austriaci; e c’è mancato davvero poco che, nel ‘900, non si rassegnassero ad ubbidire finanche ai tedeschi nazisti. A tal riguardo, ci sono pagine di Fenoglio in cui si dice che bastava una sola SS per controllare file intere di prigionieri italiani, dopo l’8 settembre). Nemmeno dinanzi alla forbice (divaricazione) economica del ‘600 (pochi ricchi e molti poveri: situazione molto simile, dunque, a quella attuale), nemmeno allora essi sono riusciti a mettere in dubbio la loro natura rassegnata. (Non furono capaci, come la Francia e l’Inghilterra, di approfittare della crisi della Spagna a metà del Seicento, per cacciare via il vicerè da Napoli, perché non seppero trovare un accordo tra la classe rurale – di cui era ingenua espressione Masaniello – e quella borghese). Anzi. Alla fine del ‘700, quando l’illuminismo laicizzante faceva breccia con gli eserciti napoleonici nel duro carapace italico, cercando di abbozzare, con l’unione delle Repubbliche, quell’unità nazionale che raggiungeranno 60 anni dopo, gli italiani (in Campania, in Veneto), mossi da quell’impulso intrattenibile all’obbedienza passiva, hanno fatto del sanfedismo l’arma per potersi difendere da quella tentazione emancipatrice. Quando l’asino deve entrare per la coda! Nemmeno quando Kant disse a chiare lettere a fine ‘700 che l’illuminismo consiste nell’uscita dallo stato di minorità – minorità a cui noi (italiani) stessi consentiamo – nemmeno allora in noi vi fu quello scatto d’orgoglio che ebbero i francesi, e persino belgi e olandesi, quello Sturm und Drang che travolse l’Europa intera a partire proprio da Parigi. In noi, che siamo concresciuti all’ombra protettiva e ferale della controriforma (e del gesuitismo), è maturato nel tempo, invecchiando come il buon vino, il senso del dovere passivo. Un senso che non ci consente di comprendere l’espressione che sta alla base dell’etica kantiana: dovere è potere. Debbo, dunque posso. Nel 2006 avevamo riletto assieme agli studenti la Critica della ragion pratica nell’ambito di un corso che avevamo intitolato “Dovere, ergo diritto”. Il titolo ricalca ovviamente il “cogito, ergo sum” cartesiano, non solo per evidenziare la priorità del dovere sul diritto, ma anche per affermare che l’esistenza del diritto proviene dall’essenza del dovere. C’è e si ottiene un diritto solo là dove c’è anzitutto un dovere, dove si ubbidisce, anche controvoglia, a un dovere. C’è e si ottiene un diritto solo quando si risponde con serietà, ossia responsabilmente, a una domanda. E questa domanda è quella che, come una sorta di imperativo categorico, proviene dall’istanza etica, ossia dall’essenza umana (in generale il kathékon degli stoici, ma pensiamo in particolare all’attività del meros di Marco Aurelio), un’istanza che impone un obbligo, un dovere da cui non ci si può esimere. Il potere proprio (o giuridico) del diritto è quindi una acquisizione che si realizza solo sulla base del senso del dovere. Non solo. Abbiamo messo poi l’accento anche su quell’ergo (da ergon, lavoro, attivazione, attuazione, produzione, da cui discende il sassone werk e work) perché è solo con il lavoro, con l’attivazione del soggetto, con l’attuazione di un dovere che è in potenza (dynamis) che si può attuare, mettere in atto (enérgheia), produrre e quindi ottenere infine un diritto.

E’ solo questo lavoro che rende liberi: nur diese Arbeit macht frei, non quello che si legge sul cancello del Lager di Auschwitz; frase che Rudolf Höss trasse da un romanzo del 1872 di Lorenz Diefenbach. Sul fatto che il lavoro (quandi c’è) renda liberi non ci possono essere dubbi. E’ piuttosto l’uso che si fa di espressioni così intense e vere che è condannabile. Così come è discutibile, ad esempio, l’uso che si è fatto del grido spontaneo e a noi familiare “Forza Italia”.

Ancora. Questo dovere attivo, questo dovere che si esprime nel lavoro e con il lavoro e il cui scopo è il diritto, ebbene questo dovere, questo kathékon greco è quello che i latini chiameranno officium. Già, perché la radice di officium è opus, opifex e opificium (opera, operaio, lavoro).

Sì, ma quale lavoro? Quello che, ad esempio, è implicito nell’articolo 2 della Costituzione, là dove si parla della Repubblica che “richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà, politica, economica e sociale”. Un lavoro, come si dice, appunto “d’ufficio”. Non scelto, ma assunto responsabilmente. Un lavoro in ogni caso necessario per l’esistenza dell’intera complessione dello Stato. Un lavoro pertanto non ostentato, ma invisibile. Com’è invisibile quello che svolge giornalmente l’intera classe operaia. Che svolge anche nei turni di notte. In una notte che, per smentire tutti coloro, a destra e a sinistra, che si erano convinti che ormai quella classe non esistesse più, è stata tragicamente illuminata nella notte del 5 novembre del 2007 dalle sette vittime della Thyssen-Krupp.]

Dovere è potere, diceva dunque Kant. Ma a noi manca quel potere, perché ci fa difetto quel senso del dovere attivo. Quel dovere che nei pochi italiani che l’hanno assunto e avvertito venne vissuto come serietà: non solo Manara, Mazzini, Fenoglio e Vittorini, Gobetti e Gramsci, ma anche Falcone e Borsellino. L’8 settembre ’43, ebbe infatti a dire nel 2000 il Presidente Ciampi, l’Italia non morì affatto, ma rinacque, proprio in virtù dell’azione seria della Resistenza, a partire da quella opposta dagli Internati Militari ai nazifascisti.

In virtù di questo nostro senso del dovere passivo – che può montare sino all’indignazione e che perlopiù però si limita al più indifferente mugugno – ci siamo, per motivi di alleanza (equilibrio) internazionale, allineati ai paesi del Patto Atlantico e della Nato. Come sappiamo, i primi frutti di tale alleanza furono quelli selvaggi che sbocciarono nel 1947 dai poveri caduti a Portella delle Ginestre. Ci siamo ancora una volta seduti a un tavolo che non era stato preparato da noi, e abbiamo goduto della protezione del Big Brother. Anche se questo allineamento apriva una grande ipoteca nel nostro paese. Ipoteca che forse solo con Obama sembra essersi estinta. Anche se il nostro casereccio Pig Brother, prima di essere estromesso, aveva cercato in tutti i modi di riaprirla, parlandogli un giorno di giudici italiani corrotti.

Eppure è così. Dopo le mancate rivoluzioni comunista e fascista, il nostro senso del dovere è rimasto talmente passivo che abbiamo continuato ad affidare il destino del nostro paese nelle mani di chi, nella grandezza e nella miseria, nel grande e nel piccolo, ci consolava dicendoci “Hallo Italia!”. Oppure “Ghe pensi mi”. Non si può inoltre negare che molti di noi, mentre trascorrevano le recenti e terribili primavere magrebine, avvertivano un senso di disagio, di impotenza, per non dire di vergogna, proprio perché imprigionati dal senso del dovere passivo. Anche noi, a casa nostra, in quei giorni avevamo il nostro bel tirannino, il petit marchand, il nostro msirizzi o, come lo chiama D’orsi nel suo Manifesto del 2 giugno, “Piccolo Cesare”; eppure non siamo riusciti, noi, con le nostre mani, a cacciarlo via. A buttarlo giù dal suo carro pieno di sete preziose, accompagnato da uno strascicante corteo di nani e di mignotte.

Ancora una volta – ecco il nostro senso di colpa, la nostra Unmündigkeit, la nostra immaturità, direbbe Kant – “altri” hanno pensato, deciso e agito per noi. Certo, si può credere che il presidente Napolitano, esponendosi al rischio di una repubblica presidenziale, abbia agito dando ascolto a quelle manifestazioni che si snodavano quasi ogni giorno lungo le strade dello stivale. Resta il fatto, infine, in sé innegabile, che anche ora, dopo il debole ridestarsi del popolo italiano, anche ora, dunque, il montismo sta facendo leva – sentendoci noi ancora spaventati sotto il ricatto di un nuovo fantasma: che non più quello del fascismo, ma quello del default greco – il montismo, dunque, sta facendo leva (lo sentiamo!) sul nostro inveterato e cronico senso del dovere passivo.

Insomma, è come se noi italiani fossimo ancor e sempre fermi allo stesso punto, perché siamo legati alle catene di questo nostro senso del dovere passivo. Sarebbe auspicabile, allora, rompere queste catene e trasformare il senso del dovere da passivo in attivo. E’ per provare a dare inizio a questa difficile e profonda trasformazione (direi molto difficile e quasi impossibile) che la politica, come dice Angelo D’orsi (l’ideatore di questi nostri “incontri” di politica, e in ciò in sintonia con Marco Revelli), deve rimettersi in cammino.

Per arrivare dove? Verso un nuovo paradigma della politica. Perché quello classico, quello hobbesiano, osserva Revelli, è tramontato o sta per tramontare. Questo paradigma era quello per il quale lo Stato, in seguito a un patto politico con il popolo, si ergeva a garante dei sudditi. A garante della salvaguardia dei sudditi. Anche con le armi. Ebbene, quel paradigma, dice Revelli, comincia a dissolversi quando lo Stato e i capi dello Stato anziché tutelare i sudditi, li uccide. Egli, nel suo saggio su La politica perduta (2003), trae spunto dal massacro del 26 ottobre 2002, allorquando  alcuni moscoviti furono uccisi dalle forze speciali russe del Gruppo Alpha nel teatro Dubrowska di Mosca, per reprimere un commando di ceceni che teneva in ostaggio 992 persone.

La cosa spaventosa che con questa sua analisi Revelli mette in evidenza è che le politiche sovranazionali della nostra contemporaneità svelano che quel patto era davvero un patto, ossia una mera convenzione, e che lo stato giuridico è solo un modo (e il Nocevento ce ne ha dato delle conferme terribili), solo un modo per coprire e imbiancare la violenza dei lupi che vivono nello stato di natura. Che lo stato giuridico è solo un palliativo, un cataplasma utile, per quanto può, a coprire la verità della violenza che i Lager tedeschi mostrarono in tutta la sua sublime terribilità.

Loro, d’altronde, sono i maestri di quella verità associata alla violenza della morte. Con parole di ghiaccio e lapidarie lo disse il poeta, Paul Celan, in Todesfuge, sintetizzando tutta una tradizione dedita alla meditatio mortis, da Meister Eckhart sino a Martin Hiedegger: Der Tod ist ein Meister aus Deutschland, La morte è un maestro proveniente dalla Germania.

Eppure, nonostante questo suo passato, la Germania, in virtù di una cultura luterana, calvinista e pietista che, specie dopo l’umiliazione subita dopo la Guerra dei Trent’anni, nel 1648, facendo leva su quella che Max Weber definì l’etica del lavoro, ebbene la Germania, radicandosi in quest’etica, ripresa nel ‘700 da Kant, è riuscita a diventare ciò che è oggi: l’unica potenza europa trainante, che non avverte i sintomi della crisi.

Noi, invece, cattolici sino al midollo, abbiamo sviluppato tutto un nostro senso del dovere passivo. Si tratta esattamente di quel dovere che Nietzsche aveva colto al fondo della morale, la quale altro non è che l’espressione della legge del più forte; legge che si può imporre in tutti i modi possibili, compreso ovviamente quello più spirituale, quello cattolico.

Noi, che abbiamo avuto un passato simile a quello tedesco, per noi che ci siamo ispirati, e non da ora, a tale modello (non solo con Depretis e Crispi, ma anche con Rudinì e Pelloux), che ci siamo alleati con Bismarck per ottenere il Veneto, con il Kaiser per ottenere Trento e Trieste, e con Hitler per dividerci il mondo, inteso come Lebensraum, spazio vitale, ebbene anche noi oggi dovremmo non avvertire la crisi.

In realtà non è così. E c’è tutto uno spread, un differenziale che ci separa. Anche oggi, come allora,in tempo di guerra (si pensi alla Grecia, alla campagna di Russia) si ripropone questa differenza tra due Stati con un destino simile. Mentre però loro appaiono il fratello maggiore e serio, noi il fratello minore e stupido.

Occorre rimettersi in cammino, dice dunque Angelo D’orsi. Per andare verso dove, dunque? Verso una politica del futuro. Verso logiche “altre”, suggerisce Revelli. Verso logiche cooperative, connettive, relazionali. Verso una dimensione depotenziata e orizzontale, nel senso della corresponsabilità e della condivisione. Verso la “configurazione di una società dal basso”. Verso la “mobilitazione di comportamenti quotidiani”. Verso una “nuova soggettività polifonica”. Verso la balducciana “città planetaria”, in cui l’”altro” – per ricordare un caro maestro sufi, cioè Gabriele Mandel – non venga più visto come il fichtiano non-io. Verso la dimensione dell’”infra”, cioè dell’essere in mezzo, non sopra né sotto, né accanto né tanto meno altrove.

Ma per tutto ciò occorrerebbe imparare “l’arte dell’interconnessione”, dice Revelli. Arte, per noi italiani, quasi ignota. Per poterla imparare avremmo bisogno di una vera e propria mutazione antropologica.

Guardiamoci intorno, intanto, per evitare di cadere ingenuamente, come Talete, nelle solite fosse. E poi, dopo aver evitato queste pozzanghere, facciamo in modo che  questo benedettissimo asino possa entrare per la testa! Sia chiaro! Per la testa!

 Ivrea, 7 maggio 2012

Lascia un Commento

Please log in using one of these methods to post your comment:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

%d bloggers like this: