No-Monti day Reportage di Franco Di Giorgi

NO-MONTI DAY – Reportage -

L’irragionevole e irresponsabile proposta del ministro Profumo – quella di aumentare, così, d’emblée, di sei ore, a parità di salario, il già insopportabile e anti-didattico orario cattedra di diciotto ore – ci ha alla fine spinti a partecipare alla manifestazione del 27 ottobre a Roma.

I tre pullman, messi a disposizione dai Cobas, partono dal piazzale di fronte al Cto di Torino venerdì verso mezzanotte. Il tempo è umido e piovoso e le previsioni per l’indomani non sono affatto promettenti. Tutti i mezzi d’informazione lanciano allarmi, sebbene contenuti. Non si sa mai. Si prevede pioggia battente in tutto il centro-nord. Ma, tranne qualche scroscio durante la notte, il giorno dopo, il sabato 27, il sole risplende su tutta la capitale fino a tarda sera. E in effetti non tutti i posti dei bus sono occupati. Anche se non dovrei sentirmi a disagio, mi sento tuttavia un corpo estraneo fra molti operai, specie quelli della Fiat Mirafiori. In essi ritrovo subito quella bonaria semplicità che purtroppo fa difetto agli insegnanti. Nel corteo, che parte da Piazza della Repubblica alle 14.30, dopo aver intravisto qualche politico alla testa del medesimo, faccio un breve tratto di strada accanto a queste ‘tute blu’ e con la mente rivivo il mio passato da operaio, vissuto anche nei presidi notturni dinanzi ai cancelli della Fiat nell’autunno del 1980. Poi, nei pressi di Piazza San Giovanni, mentre un nugolo di ragazzi lascia qualche sigla sulle vetrate delle banche, l’onda avvolgente e protettiva della gente mi trascina verso la parte più viva del corteo. Mi trovo infatti in mezzo agli immigrati, dai quali si innalza continuamente un grido forte e caloroso. E’ la voce degli ultimi, del QQuinto Stato. Una voce commovente che viene percepita da tutti come la propria voce e che quindi accomuna tutti quelli che sono lì in quel momento. Chissà, essa è forse l’eco del richiamo primordiale che è capace di ricreare quel legame di solidarietà che si è dissolto nel tempo, quel legame che accomuna, dice Giorgio Airaudo, gli ultimi (operai, precari, studenti, impiegati, immigrati), dal momento che vivono tutti quanti la medesima condizione di solitudine e di abbandono. Le ragioni che stanno al fondo di questa condizione sono ovviamente agli antipodi di quelle che muovono il populismo della destra berlusconiana, anche se, spiace dirlo, i giornalisti il giorno dopo sembravano più interessati al rituale dei fascisti a Predappio che non alla pacifica manifestazione di Roma.

Ad ogni modo, oltre all’indignazione per quell’irresponsabilità, che ha peraltro contraddistinto un po’ tutti i ministri della Pubblica Istruzione del nuovo millennio (diciamo da Berlinguer sino all’attuale), a darci la carica per affrontare un tale viaggio – nonostante l’età quasi pensionabile – è stata sicuramente l’indolenza di molti colleghi che, presi dalla solita antinomia dell’asino di Buridano, restano paralizzati sia di fronte all’idea inefficace, inutile e dispendiosa dello sciopero (comporta circa 80 euro in meno in busta paga), sia di fronte alla mancanza di forme di protesta alternative realmente incisive. Questa paralisi li rende pertanto automaticamenteproni ad ogni provvedimento che si ponga più o meno chiaramente come fine il peggioramento della loro condizione.

Ora, durante i governi di centro-destra (ma non solo) un tale peggioramento poteva esser letto alla luce di un’ideologia restaurativa o anti-illuministica che si permetteva (con i famigerati articoli 133 e 137 del decreto Tremonti) di effettuare tagli alla cultura adducendo motivazioni di natura economica e finanziaria. Basterebbe  a tal proposito ricordare il «non faremo prigionieri!» che Cesare Previti, il neo ministro della Difesa del primo governo Berlusconi, pronunciò nel 1994 dinanzi alle telecamere quasi come un’idea programmatica.

Con la tempestiva e opportuna defenestrazione del Corifeo d’Arcore e, via via, del suo colorato corteo di coribanti invasati, l’apollineo governo Monti non poteva, per converso e per contrasto, che dare l’impressione di un organo finalmente razionale e dunque fondamentalmente equilibrato e giusto. Le cose con lui dovevano andare, per lo meno dialetticamente, nel senso opposto a quello che esse avevano preso in precedenza.

E invece no. Le cose, almeno per quanto riguarda le faccende di politica interna, procedono nello stesso senso di prima, con in più l’amarezza della disillusione. Dapprima, come si è detto, credevamo che il disagio e il peggioramento delle condizioni fosse attribuibile a questioni di carattere ideologico che venivano, più o meno ad arte, dissimulate dietro a inevitabili manovre economico-finanziarie; ora invece, esaminato in piena luce dai nuovi legislatori, il deterioramento di quelle condizioni in cui versa non solo la categoria dei docenti ma la maggioranza degli Italiani non sembra più riconducibile a ideologie restaurative, ma alla crisi vera e propria.

In quanto ideologi, i primi legislatori utilizzavano la crisi economica come copertura per il loro progetto neo-restaurativo e come giustificazione per effettuare i tagli a quella cultura di cui essi (e in primis il ministro della Pubblica Amministrazione e per l’Innovazione, Renato Brunetta, il Livoroso) intendevano liberarsi, anche, se non soprattutto, al fine di poter fare, come si dice e come è il caso di dire, i loro porci comodi. Ecco, peraltro, il motivo per cui essi non rivelarono quasi mai l’esistenza della crisi sino alla fine del loro impegno diretto nel governo, cioè dal 2008 al 2011. Malgrado il livore acido e vendicativo che spurgava dalle intrattenibili esternazioni anti-illuministiche del ministro Brunetta, i tagli non dovevano apparire come qualcosa di assolutamente utile all’attuazione della rivoluzione ‘liberale’ annunciata nel ’94 al grido (rapinato agli Italiani) di Forza Italia. Ora invece, con il governo Monti, si ha la percezione che dietro a questa crisi non vi sia alcuna ideologia, nessun disegno rivoluzionario, restaurativo o reazionario, se non il sacro dovere di salvare non soltanto il paese da essa, ma di evitare soprattutto che la patria possa inabissarsi in quel gorgo verso cui l’hanno condotta negli anni di navigazione a vista quel manipolo di mozzi schettiniani su un chiassoso bateau ivre.

Ad ogni modo, la scena che, dopo quel novembre (non si sa più però fino a che punto) salvifico, gli Italiani si rappresentano leggendo i diversi quotidiani è quella in cui, alla testa di una équipe di esperti e specialisti, compare e opera un super-tecnico, un ingegnere meccanico della politica, a cui è stato affidato il grave e urgente compito di aggiustare un automezzo (in realtà l’automobilina di una giostra nazionale) che i precedenti proprietari hanno usato fino quasi al punto da portarlo dallo sfasciacarrozze, e che però mentre armeggia sul motore, delicatamente o duramente, con le sue speciali pinze e le luccicanti chiavi, alcuni bambini, i suoi stessi figli, giocano a far la guerra con il corpo del paziente padre, rendendogli così più difficile la sua tanto urgente quanto inderogabile azione riparatrice. Talora, quando questi suoi maldestri figlioli, di solito occupati con l’abbecedario, gli arrecano più disturbo del solito, egli li riunisce brevemente in un angolo o nel retro dell’officina e racconta loro, con tutta la calma, la lentezza e la pazienza di cui è capace, la storia a cui essi non resistono e non riescono a sottrarsi. C’era una volta, non molto tempo fa, – precisa il capo officina, con voce lenta, ma ferma e forte come l’espressione delle sue mani – un paese in cui ai cittadini era consentito vivere al di sopra delle loro possibilità. Essi hanno avuto molto. Anzi, troppo. Ora è giunto il tempo in cui devono dare. Il Signore ha dato, il Signore ha tolto, sia dunque benedetto il nome del Signore. Incantati e persuasi da questa semplice ma efficace storiella, i fanciulli lasciano in pace il loro padre e tornano a trastullarsi con il loro abbecedario, mentre il meccanico della politica, dopo averli così paternamente consolati, può tornare fiducioso al suo difficile lavoro.

Fuor di metafora, la colpa della vostra attuale sofferenza non è dunque mia, lascia intendere il presidente Mario Monti agli Italiani, ma di quei governanti che in passato, pur non potendo, vi hanno abituati a vivere  secondo ritmi e possibilità che non vi potevano competere. Ricordate la canzone del 1957 di Renato Carosone? Tu vuo’ fa’ l’americano, ma se’ nat’ in Italy. Avete avuto troppo, e questo troppo era reso possibile da un crescente indebitamento che i precedenti governi, pur di garantirsi la loro rieleggibilità, hanno contratto con i creditori. Già, in passato, fin dall’epoca dei governi di pentapartito, si sentiva ogni tanto dichiarare da qualche ministro o portavoce – ma detto proprio en passant – che questo debito pubblico cresceva sempre di più, ma che  non costituiva affatto un problema, o perlomeno non era l’unico vero problema per l’Italia.

La questione del debito pubblico, come questione cruciale non solo italiana, è venuta fuori in tutta la sua gravità con l’istituzione e la diffusione dell’euro, della moneta unica europea, tra il 1999 e il 2002, giacché per mettersi alla pari con l’effettivo valore della nuova moneta, l’Italia, come gli altri paesi dell’euro-zona, doveva prima estinguere tutto quanto il debito che aveva allegramente accumulato  negli anni. Un debito che al 31 dicembre 2011 ammontava a 1.897.179 milioni di euro e da cui nessun Italiano, presente e futuro, può e potrà sottrarsi, almeno in proporzione al reddito percepito, secondo quanto recita il primo comma dell’articolo 53 della Costituzione: «Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva». Ma anche qui, per preservare il loro potere, tutti i governanti hanno astutamente evitato di mettere mano seriamente alla riforma fiscale, sicché quel debito anziché diminuire, per mancanza di entrate, finiva col crescere.

Questo in buona sostanza significa che tutta la nostra storia economica e sociale, la storia relativa al costo e al diritto al lavoro, come pure tutta la politica italiana ad essa relativa, a partire almeno dal 1970, ossia dall’istituzione dello Statuto dei lavoratori, essendosi sviluppate sulla base di quel debito, di quella cambiale, di quell’assegno in bianco, sulla scorta cioè di un’impossibilità, di una velleità, e quindi di un’illusione, di una speranza, di una menzogna, di un auto-inganno, non possono essere altro che sfalsate e irreali. Ma se è così, la responsabilità per una siffatta irrealtà e per la conseguente infondatezza di questa storia italiana riguarda tutti quanti i suoi principali protagonisti, non solo alcuni. Da una prospettiva dialettica, la responsabilità è certamente anche del popolo italiano che non ha saputo denunciare con adeguata forza quel pericoloso debito, ma in primis, ovviamente, una tale responsabilità è dei politici e, a seguire, degli economisti, dei finanzieri, degli industriali, dei sindacalisti e degli intellettuali. Tutti costoro, infatti, sapevano della grande bolla d’aria su cui stavano costruendo quella (prima) Repubblica democratica, eticamente e giuridicamente prefigurata dalla Costituzione, e non hanno fatto abbastanza per evitare il rischio che un giorno o l’altro, a fronte di certe condizioni, quella sorta di aneurisma finanziario potesse esplodere.

Ammesso dunque che la nostra storia si radichi su simili presupposti velleitari, i quali, sul piano della realtà, hanno nel tempo determinato le conseguenze che sono davanti agli occhi di tutti, tutti, secondo le attese e secondo il principio di equità che la ratio apollinea del governo Monti aveva concepito all’inizio del suo lavoro, dovremmo essere chiamati a porvi rimedio. E invece no. Ancora una volta no. A pagare questa crisi sono stati chiamati gli stessi di sempre. Ma che governo è allora quello che non riesce a far pagare il dovuto anche a chi non l’ha mai pagato? Troppo facile è per esso continuare a chiedere il conto a chi non può esimersi dal farlo, cioè ai dipendenti statali. Questo comportamento non è solo ingiusto, è anche irresponsabile ed eticamente scorretto. Ingiusto perché non rispetta il principio di equità che pur aveva annunciato; irresponsabile perché la risposta che ha dato e che continua a dare non è affatto adeguata al paese; eticamente scorretto perché il comportamento da esso adottato non è coerente con le intenzioni, ma ingannevole e illusorio. Probabilmente la paura di questo governo è che, colpendo con durezza (con lo strumento dell’imposta patrimoniale) gli imprenditori, questi, ispirandosi al modello Marchionne, possano spostare da un giorno all’altro baracche e burattini in paesi ove il costo del lavoro è, per ragioni storico-sociali, di molto inferiore a quello italiano, creando così ulteriore miseria. Colpendo con durezza le banche, inoltre, queste finirebbero col perdere il privilegio che hanno acquisito nel tempo, ossia di essere degli ‘strozzini’ legalizzati. Intervenendo con durezza sulla corruzione, la politica (a tutti i livelli) piano piano si estinguerebbe, poiché non potrebbe più fare i suoi loschi affari con le cosche. Più che aggiustare, rifare o truccare il motore, si dovrebbe dunque a questo punto cambiare non solo il meccanico, ma anche la macchina e possibilmente gli stessi autisti. Ecco, in ultima analisi e in estrema sintesi, quanto probabilmente si aspetterebbero tutti quelli che sono accorsi alla manifestazione del No-Monti Day.

Franco Di Giorgi

“E’ un concorso prefabbricato” E lo storico d’Orsi se ne va.

 “E’ un concorso prefabbricato”

E lo storico d’Orsi se ne va.

si dimette da una commissione dell’università

Da La Repubblica  – Cronaca Torino – 12.6.12

 

L’incultura di Profumo – di Angelo d’Orsi

L’incultura di Profumo – di Angelo d’Orsi

da Il Fatto Quotidiano 12 giugno 2012

Verso un partito del lavoro? di Angelo d’Orsi

Verso un partito del lavoro? di Angelo d’Orsi da Micromega

La Fiom si appresta a svolgere un ruolo formalmente politico?
Qualcuno finge di scandalizzarsi, altri fanno i conti: quante divisioni ha Landini? Non c’è dubbio che negli ultimi anni, assai più di tutti i partiti del Centrosinistra, più delle residue e sfiancate forze a sinistra del Pd, più dei movimenti (tutti), più di qualsiasi altro sindacato, la Federazione dei Metalmeccanici, legata, ma in autonomia, alla CGIL, ha svolto un’azione a vasto raggio in difesa del mondo del lavoro. Non solo operaio, ma innanzi tutto quello di coloro che svolgono lavori manuali, i quali, ovviamente, richiedono un’attenzione intellettiva fortissima, se non si vuole rischiare la pelle ogni giorno. E ogni giorno, in questo come negli altri settori, a cominciare dall’edilizia, giungono tremende notizie di incidenti, anche mortali.

Dunque dov’è lo scandalo? La Fiom svolge già da tempo un ruolo politico, e qualcuno che agisse per tutelare le classi lavoratrici, quelle che un tempo erano chiamate le “classi pericolose”, ci deve pur essere. E proprio per questo suo ruolo, la Federazione ha saputo coalizzare forze diverse intorno alle sue bandiere: compresi molti intellettuali: ci siamo sentiti, tanti che non avevano mai avuto a che fare con i metalmeccanici, tutti “della FIOM”, e tutti “con la FIOM”, in questi anni di berlusconismo e marchionnismo.

Qualcuno accusa Landini di intransigenza, anche nel sindacato-madre, la CGIL; altri parlano di “conservatorismo” , solo perché sulle grandi questioni, la Federazione ha fatto barricata, come sull’articolo 18: una linea del Piave che va preservata ad ogni costo. Proprio perché il padronato, e il governo che lo esprime (l’ho già chiamato qui “comitato d’affari della borghesia”, differenziandolo da quello precedente che era un insieme di cricche di potere, spesso connesse a vari ambienti criminali) hanno voluto impostare la lotta sul piano ideologico (i vantaggi economici che l’abolizione dell’art. 18 comporterebbe, tutti da dimostrare, sono risibili), è inevitabile raccogliere la sfida anche su questo terreno. E la FIOM l’ha fatto, e difendendo i suoi iscritti, sta difendendo la civiltà del lavoro. E la civiltà tout court.

E intanto piovono le notizie. Un operaio massacrato dal “muletto” e la fabbrica continua come se nulla fosse accaduto. Disoccupati a Napoli si buttano nelle acque del porto a fermare i traghetti per le isole, per protestare contro la loro situazione. I ferrovieri licenziati da sei mesi sulla torre di controllo alla stazione di Milano Centrale, nell’indifferenza della politica. Una manifestazione a sostegno dei lavoratori della ditta Miroglio ad Alba, nel Cuneese, si risolve immediatamente con un pesante intervento dei carabinieri che ammanettano addirittura delle signore anziane che protestano, semplicemente usando la loro voce.

Analoghe scene, con protagoniste diverse “forze dell’ordine”, si svolgono un po’ dappertutto. Aggrediti cittadini che cercano di preservare il territorio dalla speculazione mafiosa sugli inceneritori, in diverse località. Stesso trattamento, ma in forma più sistematica e con modi da truppe d’occupazione coloniale, viene riservato alle popolazioni della Valle di Susa, che si oppongono, con tutte le ragioni del mondo, allo scempio dell’Alta Velocità (ora divenuta Alta Capacità, poi ritornata Alta Velocità, in un’alternanza di menzogne e scempiaggini che non riescono a far dimenticare l’assurdità del progetto).

Gli ex operai della Thyssen Krupp di Torino, a dispetto delle molte solenni promesse dell’Amministrazione comunale, si ritrovano dopo quasi 5 anni senza lavoro e invano attendono un incontro col sindaco Fassino. E intanto gli immigrati, che svolgono ormai un ruolo chiave in tante branche della nostra economia, sono considerati ancora “non persone”, a cui si possono infliggere vessazioni d’ogni genere, anche quando la legislazione, pure terribile, consente qualche brandello di umanità, come alcune amministrazioni locali, piccole, lodevolmente tentano di fare.

Le classi lavoratrici, i disoccupati, gli “esodati”, i migranti, i precari, i subalterni, e chi con loro solidarizza, sono di nuovo ridotti al rango di classi pericolose, appunto: pezzi di società da “sedare”, mettere ai margini, ridurre al silenzio obbediente del Capitale. E se i partiti della sinistra sono fuori del Parlamento, se il PD va, pur brontolando, verso l’accordo sulle offensive proposte della signora Fornero, se sul tema articolo 18 il Movimento 5 Stelle tace (mentre lavora attivamente sulle questioni ambientali), se gli altri movimenti sono frammentati, litigiosi e sparsi, e non hanno comunque voce sufficiente per farsi udire, che dire? Meno male che abbiamo la FIOM.

Non so se nascerà intorno ad essa un “partito del lavoro” (ma dovrebbe comprendere anche coloro che il lavoro non hanno, coloro che lo hanno perso e lo attendono, e quanti ne hanno uno ma irregolare, in nero, senza garanzie né tutele), ma so che se nascesse io sarei con loro. Con quei diritti che la FIOM cerca di difendere per conto dei suoi tanti iscritti, ma in nome del popolo italiano. La parte buona, sana, coraggiosa e troppe volte sconfitta del popolo italiano.

Angelo d’Orsi  (11 giugno 2012)

Ora persino Saviano discetta su Gramsci (senza sapere) di Angelo d’Orsi

Ora persino Saviano discetta su Gramsci (senza sapere) di Angelo d’Orsi da Il Corriere della Sera 9.6.2012

AAT Convegno : Introduzione Piera Lepore

Aria, Acqua, Terra – Per una Politica della sopravvivenza.

26 Maggio 2012 – Campus Einaudi, Torino.

Il Movimento 2 Giugno e gli obiettivi della Giornata Aria, Acqua, Terra, in difesa delle risorse pubbliche

Piera Lepore

Il Movimento 2 Giugno nasce simbolicamente da un palco, un palco montato in piazza Castello, un anno fa, nell’occasione delle celebrazioni del 25 aprile. Dopo la tradizionale fiaccolata dell’A.N.P.I. e delle istituzioni cittadine torinesi, organizzammo, in modo del tutto spontaneo ricordo, in una settimana allucinante e affannosa,una lunga notte Resistente, insieme ad associazioni e singoli, sul tema delle nuove resistenze del nostro tempo: c’erano i partigiani di ieri e c’erano i partigiani di oggi come un operaio scampato alla tragedia della ThyssenKrupp, le Agende Rosse di Salvatore Borsellino che lottano per ottenere verità sui colpevoli delle stragi  ’92-’93 e che sono oggi la scorta civile dei magistrati che su quelle stragi, indagano. C’era il Popolo Viola che dal No Berlusconi Day in poi ha sempre mobilitato le piazze che da tempo i partiti, fanno difficoltà a riempire. L’intento di quel primo esperimento di mobilitazione da parte del nostro neonato movimento, era quello di unire le testimonianze dei gruppi di cittadini o dei singoli, impegnati in lotte “partigiane”, di parte, dalla parte dei cittadini sì, dalla parte del bene pubblico , schierati per una causa da difendere e sostenere con la loro energia, con la loro attività di divulgazione.

Sostenere è proprio la parola chiave, che si può scovare tra le righe come interpretazione del nostro Manifesto fondativo; il Movimento 2 Giugno nasce per sostenere le energie migliori della nostra società, sostenere quei gruppi attivi che non hanno scopi ristretti, che non agiscono per un ritorno strumentale immediato, ma sono gruppi che si mobilitano su temi importanti e rilevanti per la vita dei cittadini e come un contadino accorto seminano oggi per vedere crescere in futuro, i frutti di una società diversa. Lavoriamo oggi ma con lo sguardo all’orizzonte.

Sosteniamo quindi queste realtà, localmente e simpaticamente vicine a noi, realtà che trattano i temi più diversi ma che in comune hanno molto: hanno tutti a cuore il progresso, lo sviluppo di questo nostro strano ,ma bellissimo Paese. Dico questo perché, e credo sia esperienza comune a tutti, quando alcuni amici più “individualisti” mi chiedono il perché del mio impegno civile, alcuni amici proprio mi dicono così : “ ma perché perdi tempo dietro queste cose…”, non riuscendo nemmeno a definire che cosa sia l’impegno civile, beh, rispondo “perché sento di doverlo fare”, sento di avere qualcosa dentro, una molla quasi istintiva che mi spinge ad impiegare le mie forze, il mio lavoro, verso un’azione, che nell’immediato può sembrare una perdita di tempo, ma che Noi, e dico Noi perché credo che tutti qui si riconoscano in questo discorso, a Noi appare naturale ed evidente che questo lavoro di costruzione di un’altra Politica, sia essenziale e urgente oggi.

La parola Costruzione mi è cara e mi permette di iniziare a spiegarvi il perché di questa Giornata. E’ sovente, durante le riunioni della nostra piccola associazione, che si accenda il dibattito tra due “fazioni”; una corrente “dei teorici”, e una corrente “dei pratici”, quelli “da piazza”; l’oggetto di dibattito è su quali strumenti , quali azioni siano da adottare perché più efficaci ad incentivare la mobilitazione sui temi che più ci colpiscono, che più ci infastidiscono, come possiamo meglio diffondere e divulgare i messaggi e le idee?

Si è sempre d’accordo sulle Idee da comunicare all’esterno ma sugli strumenti, sui mezzi di comunicazione, spesso c’è un costruttivo scambio di opinioni diverse, perché credo il modo di fare e di praticare la Politica, sia specchio anche un po’ del nostro modus operandi personale. Il mio Presidente, Angelo d’Orsi, ha l’arma della parola, del messaggio che passa da un articolo, da un testo scritto e divulgato dai giornali nazionali su carta o via web, mentre noi più giovani forse perché più passionali, più irruenti anche nel modo di fare politica, preferiamo la diffusione del nostro essere “di parte”, in piazza, in quella piazza che è ambiente storico di costruzione della Politica. Riteniamo che la piazza ma anche luoghi nuovi, praticabili politicamente, come appunto la giornata di oggi, abbiano riacquistato la funzione antica di aggregazione e di scambio tra le persone, le quali trovandosi insieme in una piazza organizzata per un’occasione di dissenso , si riconoscono immediatamente come simili.

Si riconoscono immediatamente come simili. Questa giornata è stata organizzata interamente con le e-mail, con alcuni di voi ci si è conosciuti di persona per la prima volta oggi. Perché avete accettato di partecipare alla nostra iniziativa, pur non conoscendo l’attività del Movimento 2 Giugno? Credo perché ci si è riconosciuti, nonostante le differenze tra le associazioni, per qualche caratteristica importante, appunto come simili.

La Giornata Aria, Acqua, Terra ha due obiettivi:

Il primo, è più immediato e visibile, che potremmo definire tecnico e politico insieme. Tecnico perché i saperi, le testimonianze dei soggetti che interverranno oggi sulle tre sessioni tematiche, sono il frutto di anni di studio  e di lavoro per alcuni, mentre per altri sono saperi acquisiti dopo anni di battaglie e di impegno civile nell’intento di modificare un pezzetto di realtà del proprio territorio, del proprio ambito tematico e al quale ambito, l’associazione di appartenenza deve per molti casi, la ragion d’essere e d’azione. Politico poi, perché quello che verrà fuori da questa Giornata, mi auguro, è la sintesi di una Nostra visione alternativa di sviluppo sostenibile e di crescita. I nostri politici, il nostro Presidente della Repubblica, parlano tanto di crescita, di necessità della crescita economica ad ogni costo, in modo macchiavellico quasi, e questa storia della crescita viene ripetuta come un mantra ormai, che gli è entrato in testa e che li spinge, come se fossero in trance, a perseguire la realizzazione delle grandi opere , anche se esse sono ostacolate e quindi usando proprio la forza e violenza contro il dissenso ormai enorme che circonda queste opere dai costi scandalosi , in tempo di crisi economica. La convinzione bipartisan è che la crescita passi da lì, che passi dalla cementificazione selvaggia a cui spesso le nostre amministrazioni locali ricorrono, attraverso l’elargizione facile di permessi edilizi, con il risultato di un inurbamento soffocante per i nostri ambienti di vita. Certo questo da aria alle casse comunali, da lavoro ad operai e ditte di costruzione, ma siamo sicuri che nel lungo termine basti questo per far ripartire la crescita economica? Continueremo a costruire all’infinito per creare poi quanti posti di lavoro? E’ sostenibile questa politica di crescita economica, così impostata?

Politico quindi l’obiettivo della nostra Giornata, nella misura in cui intende divulgare una visione alternativa di crescita, anche economica sia chiaro, perché i nostri professori al Governo, mi meraviglio ancora di questo, non hanno compreso o forse non vogliono ammetterlo perché incapaci di perseguirlo come obiettivo, che territori vissuti in modo sostenibile, sicuramente sono più competitivi anche da un punto di vista di attrazione di investimento, rispetto a territori altamente sfruttati e caricati di peso infrastrutturale.

Una Giornata dunque di studio ma anche di mobilitazione e costruzione unitaria intorno a questa Politica alternativa, che vuole salvaguardare le risorse pubbliche e i territori, contro una politica mainstream che invece facilmente concede l’autorizzazione e incentiva gli appetiti privati, a continuare la loro opera di depauperamento delle nostre risorse vitali.

Questa nostra Politica della sopravvivenza deve, io credo, costruirsi anche intorno alla chiarezza concettuale, alla trasparenza del nostro linguaggio e delle azioni collegate. Si parla molto di beni comuni a livello astratto ma poi nel concreto dell’azione politica, davvero vengono tutelati, davvero ci sono in campo azioni che li proteggono, attuate  dai “nuovi sindaci”, eletti dopo l’ondata referendaria dell’anno scorso? Quali azioni, secondo voi, ci sono ancora da fare per salvaguardarli?

Questa Giornata vuole catalogare quelle buone pratiche che fino ad oggi le associazioni hanno realizzato, come battaglie dentro e fuori le istituzioni, a difesa dei cosiddetti beni comuni. Quali proposte di gestione delle risorse, quali risultati ottenuti finora, quanto ancora c’è da fare per proteggerle?

Il secondo obiettivo, e mi avvio a concludere, ho già tentato di delinearlo prima, raccontandovi i buoni propositi del Movimento 2 Giugno. Il Movimento 2 Giugno esiste perché crediamo ci sia l’urgente necessità, vista la drammatica situazione della politica italiana rappresentata dai partiti, di unire la società civile, di stare insieme, per costruire, per punzecchiare tutti noi, la politica istituzionale, che cerca, se non controllata da un cane da guardia, di farci passare sotto il naso leggi e decreti, che ci sfilano e ci sottraggono la proprietà pubblica delle risorse essenziali alla nostra vita. Oggi vedo circolare molti appelli, manifesti politici, di soggetti “nuovi”, che chiedono a gran voce alla società civile di unirsi sotto proposte politiche comuni. Credo che gli appelli “teorici”, anche quelli che hanno le migliori intenzioni, oggi non bastino più se l’intento è quello di creare una rete solida, di gruppi associati, per costruire un’alternativa unica, compatta e soprattutto duratura. Ci vanno anni di lavoro, di collaborazione sul campo, in piazza, ci vanno prospettive comuni tra di noi, ci va la costruzione della fiducia, difficilissima da far emergere in un tempo come il nostro di continue scoperte di strumentalizzazioni dei movimenti e delle associazioni, da parte di individui doppiogiochisti. Gli appelli e le proposte di unione calate dall’alto di una cattedra o di un tavolo istituzionale, non funzionano più.

Aria, Acqua e Terra per una Politica della sopravvivenza, già nella sua organizzazione vuole essere un momento di mobilitazione unica intorno ad una proposta profondamente politica, oltre che tecnica. Crediamo sia un primo tassello di un puzzle che ci vede oggi come pezzetti separati, ma io credo che un filo rosso già ci unisca e che se ci sarà la volontà, la strada per costruire una nuova Politica, più vera, concreta, più trasparente  e partecipata da tutti, sia molto più percorribile insieme. Avanti così!

AAT Convegno : Prolusione Angelo d’Orsi

ARIA, ACQUA, TERRA. Per una politica della sopravvivenza

(26 maggio 2012)

Prolusione

Angelo d’Orsi

(Presidente dell’Associazione Movimento 2 Giugno)

Cercando in rete materiali per ispirarmi nella Prolusione a questa Giornata, ho trovato un articolo (dell’estate 2000), in cui si riferiva di alcuni governanti italiani che riferendosi all’ultimo decennio del secolo, nei quali i “comitati d’affari” di banche, grandi multinazionali e holdings finanziarie avevano preso il sopravvento sulla capacità degli attori politici di gestire i giganteschi cambiamenti in corso, reclamavano la necessità di “ricuperare il primato della politica nel governo dei processi di globalizzazione”.

E vengo all’articolo, che si chiedeva: “Ma quale politica?” E richiedeva un’altra politica, rispetto a quella corrente. Ossia,  

 la politica dal basso, la politica che senza paura di evocare reminiscenze classiche un po’ banali, è in buona sostanza la politica dell’agorà. Ossia l’arte della convivenza nella città, come si configura la politica nelle sue lontane origini greche, un’arte che ci riguarda tutti in prima persona appunto in quanto abitanti della polis, ossia come cittadini: un’arte dello stare insieme, insomma. E anche se nel corso del tempo la politica si configurò come scienza del buon governo e quindi come scienza del potere, il requisito primo della politica rimase a lungo quello di rispondere ai bisogni essenziali delle persone, di dare ad esse risposte davanti ai problemi che dallo stare insieme nascono.

 “In anni recenti queste esigenze si sono del tutto obliterate”, continuava l’autore, il quale richiamava le manifestazioni spontanee che si erano svolte in varie città italiane (in particolare allora a Bologna e Genova) e soprattutto la grandiosa epopea di Seattle dove nacque il movimento no global poi divenuto altermondialista, e li giudicava altrettanti inviti, appunto,

 a riprenderci la politica, insomma, quella che si occupi dei bisogni di tutti noi: una politica terra terra, dirà qualcuno; ebbene sì, anche una politica aria aria, acqua acqua e così via. Una politica che ci ricordi che non c’è convivenza senza sopravvivenza.

 Essendo chi vi parla l’autore di quell’articolo, mi sono concesso la lunga citazione.

 Politica e sopravvivenza. Un’idea forse poco originale ma ritengo importante, anzi, come hanno dimostrato i dodici anni successivi, decisiva. Come può essere la politica arte della convivenza se non ci occupiamo prima della sopravvivenza? Ossia della vita sul Pianeta: che significa salvaguardia, per quanto ancora possibile, degli elementi essenziali che consentono all’ecosistema di reggere, agli umani e alle altre specie animali di rimanere in equilibrio con la vegetazione, e tra di loro; al nostro Pianeta, insomma, di continuare a fare il suo lavoro, fin tanto che una pioggia di asteroidi o qualche evento naturale non lo trasformerà in altra cosa. 

 Elementi essenziali: Aria, Acqua, Terra, ai quali è dedicata questa prima uscita pubblica del Movimento 2 Giugno. Un’associazione politica puntando sulla necessità di una cultura politica, come testimonia il Corso itinerante di Cultura politica, avviato poche settimane fa in collaborazione con l’ANPI, e questa Giornata. Che benché dia spazio a competenti (evito la parola “tecnici”, e voi indovinate di certo il perché), ha invitato a prender la parola, a pieno titolo, ai militanti di tante battaglie condotte in varie realtà, prevalentemente regionali. Avremmo voluto realizzare davvero una iniziativa nazionale, ma se questa avrà successo intendiamo proseguire e replicare su scala più ampia; in ogni caso saluto con particolare calore quanti giungono qui da più lontano, e specialmente Filippo Sestito da Crotone.

 Dicevo che il Movimento 2 Giugno intende procedere proprio in nome di due princìpi che ci sembrano basilari: 1) la riappropriazione della politica, appunto, una politica dal basso, autenticamente democratica, ossia partecipata, e informata; 2) la focalizzazione sulle questioni ambientali, intese nel senso più ampio possibile, comprendendo cioè anche quelle tematiche urbanistiche, relativa al consumo del suolo, agli scempi edilizi, alle manomissioni idrogeologiche,che da anni sono state neglette, come cancellate, invece che affiancate, dalle questioni connesse alle varie forme di  inquinamento. Riappropriarsi la politica e darle un contenuto legato ai problemi di fondo della nostra quotidianità, dal come ci muoviamo all’interno degli spazi urbani o in quelli extraurbani, ai nostri rifiuti, da quel che respiriamo (che vuol dire a come ci ammaliamo poi di tumori e di mille altre patologie) a quel che mangiamo: cibo proveniente da materie prime magari prodotte in campi inquinati, trattate da aziende che in nome di un aumento del profitto trascurano le più elementari norme di tutela del consumatore.

 Se ci chiediamo da dove nasce tutto questo, non possiamo non puntare l’indice su quello che un tempo, con ingenuità o per effetto di letture “francofortesi” o delle scienze sociali statunitensi, chiamavamo “sistema”. Il capitalismo (se è consentito ricorrere a una parola che sembra quasi vietata nella stessa letteratura e pubblicistica interna ad esso), che negli ultimi decenni è divenuto turbocapitalismo, ipercapitalismo, ultracapitalismo, o per usare l’espressione già famosa un tempo, in tedesco, voltata in italiano in un libro importante di Luciano Gallino, Finanzcapitalismo. Che è anche l’altro nome della globalizzazione, che è stata certo un elemento positivo per taluni aspetti, ma più che globalizzazione di ricchezze, e diffusione di benessere, si è rivelata il suo opposto, la globalizzazione delle povertà, per dirla con Bauman; o meglio: si è rivelata tale per pochi, e il suo opposto per tanti. Nella cittadella assediata del finanzcapitalismo, che continua, sotto la parola magica, spauracchio e insieme specchietto, di “crisi”, a oscillare tra due corni di una falsa alternativa (rigore e crescita), due poli di un modo di produzione, che è modo di devastazione dell’ambiente, del paesaggio, che ormai solo gli ideologi ostinati non vogliono ammettere essere in una crisi sistemica.

 Il periodo che stiamo attraversando non è affatto una crisi economica, e meno che meno una crisi finanziaria, dietro le apparenze: si tratta di una vera e propria crisi di civiltà. E classi politiche ingorde, classi dominanti fameliche, le une e le altre cieche davanti al baratro sul quale ci hanno condotto, continuano a reclamare rigore e crescita, oscillando dall’una all’altra e viceversa. Il rigore in fondo non è che l’altro volto della crescita, entrambi funzionali alla perpetuazione del dominio neppure di classe, ma di cricche, di alcune decine di migliaia di gestori del capitale mondiale (quei trilioni di dollari ed euro, spesso reali, più spesso virtuali, ma rimanendo sempre però incollati alle stesse dita) che sono il Verbo degli assediati nella Torre, da cui comandano, con apparati militari e apparati ideologici. Rigore significa far pagare ai ceti medio bassi i debiti prodotti dai ceti dominanti, e l’involuzione stessa di un sistema che non funziona più. E il rigore è propedeutico alla crescita, e le forze tradizionalmente della Sinistra hanno abboccato all’amo.

 Crescita, altra parola musicale, il cui magico suono dovrebbe indurci a credere, fideisticamente, che questo se non è il migliore dei mondi possibili, è il solo mondo possibile; indurci a scommettere sulla possibilità di aumento costante del PIL (altro grande feticcio), che significa arricchimento disuguale, ma soprattutto significa depauperamento delle risorse naturali, e conseguente loro accaparramento da parte di grandi potentati economici e finanziari, che una volta acquisite le proteggono con la forza delle armi. Crescita, significa aumento dei consumi, moltiplicazione dei rifiuti, consumo del suolo, inquinamento dell’aria e dell’acqua e della terra. Ma per ottenere tali mirabolanti esiti, non bastano i politici, le classi di governo, centrali e locali, nazionali e internazionali; non sono sufficienti neppure gli ukase che giungono dalle sigle minacciose che incombono  (OCSE, BCE, UE, G8, G20, WTO, FED…), o le ormai tristemente familiari pronunce (che sono sempre declassazioni, almeno per quanto ci riguarda) da parte delle famigerate agenzie di rating

 Per convincerci che altro non v’è da fare se non continuare ad aumentare la produzione, per aumentare i consumi, per aumentare i profitti, incuranti delle conseguenze, con una incredibile miopia (e dire che qualcuno aveva definito la politica l’arte di guardare lontano),  occorre mobilitare gli spin doctors, occorre il sostegno degli economisti. Si noti che alla finanziarizzazione dell’economia pratica, ha corrisposto una ma tematizzazione di quella teorica, specie sotto forma di grafici, che ormai costituiscono i 9/10 dei manuali di economia. In affetti, sia a livello accademico – i corsi universitari, e i relativi manuali –, nel dibattito pubblico oggi gli economisti o sedicenti tali provano a convincerci di pseudoverità che corrispondono ad atti di fede.  La prima delle quali è che l’economia è una scienza, e una scienza esatta, alla quale non è possibile opporsi né resistere. I suoi teoremi sono leggi universali, cui non ci si può sottrarre; e che le scelte che in suo nome compiono i suoi sacerdoti, che siano “tecnici” o politici, sono inevitabili, necessarie, e oggettive. “L’economia della truffa”, l’ha chiamata Gallino. Il liberismo più selvaggio, quello che distrugge le vite degli individui, è la sola teoria politico-economica che abbia diritto di cittadinanza: il resto viene bollato come “ideologia”.  Ma ideologia è proprio la loro, nel senso marxiano del termine. Il velo che vuole impedirci di vedere la verità, quello che nasconde interessi particolari sotto la falsa coscienza di interessi generali.

 All’Università si insegnano baggianate siffatte, dalle pericolose conseguenze. Andatelo a dire al popolo greco che non c’era altra via che affamarlo, e farlo morire per mancanza di medicinali, e vedere i suoi ragazzi svenire a scuola per denutrizione. La stessa OCSE ci dice che nel 2006 gli affamati, ossia coloro che vivono sotto la soglia di povertà, erano 840 milioni di esseri umani; nel 2012 sono oltre 1 miliardo. Ecco la crescita, ecco il rigore, ecco il sistema. Ma quelle – le centinaia di migliaia di vittime di questo sistema, per non parlare delle vittime delle guerre, delle neoguerre, altro portato del turbocapitalismo, per tacere delle migliaia di migranti, uccisi  in tanti modi, dalle bombe sul confine tra Messico e Usa ai sepolti nelle acque del Mediterraneo (20000 in meno di vent’anni, secondo i dati della Caritas) – sono “non persone” (Dal Lago), sono “vite di scarto” (Bauman), sono esuberi, sono esodati, sono desplazados, sono i condannati dal destino, che, come si sa, è cinico e baro. Ma colpisce sempre gli stessi, e beneficia quegli altri. Quelli che decidono delle nostre vite, e delle nostre morti.

 E mentre si riducono gli esseri umani a scarti, gli altri, i potenti, i decisori, producono (o ci costringono a produrre) scarti, deiezioni, rifiuti: monnezza. D’ogni genere, e si pensa poi di eliminarla bruciandola, e producendo diossina, e quant’altro quell’operazione di incenerimento genera dai suoi forni e fa fuoruscire dai suoi camini, nuovi inferni danteschi. Tutto questo per eliminare rifiuti che sono generati dai consumi: consumi, certo, necessari., ma, nella quantità del nostro mondo, più spesso indotti da assordanti campagne invasive, e pervasive, che ormai hanno occupato anche le stazioni ferroviarie, gli aeroporti e l’interno dei treni e degli aerei, quasi a inseguire coloro che non hanno potuto beneficiare dei preziosi “consigli per gli acquisti” attraverso radio e tv o internet…

 Si tratta insomma di un nuovo totalitarismo, che come tutti quelli che l’hanno preceduto, pretende di lasciare un segno indelebile, una traccia imperitura di sé. Al “fascismo di pietra” – come è stata chiamata la voluttuosa tendenza a costruire archi, colonne, statue, e così via, magari con una troneggiante M, allusiva al “duce” – si è sostituita l’ideologia e la pratica (più la prima che la seconda, a dire il vero) delle “Grandi Opere”. Tanto faraoniche, pletoriche, costose, quanto inutili (o utili per esigue minoranze di agiati) e, soprattutto, devastanti. La linea detta Tav in Val di Susa, oggi ne costituisce l’esempio paradigmatico.

 Questa, dunque, la fotografia, credo attendibile, del nostro mondo. Quello che stiamo distruggendo, a vantaggio di pochi, e a danno di molti. E, in definitiva, a danno di tutti, sul medio periodo (ormai non più medio lungo, temo). Occorre suonare la sveglia. Il Movimento 2 Giugno arriva per ultimo, certo, e non vogliamo insegnare nulla a nessuno, meno che meno a chi ha esperienze, di conoscenze e di lotte, da cui abbiamo tutto da imparare. Ma vogliamo evidenziare la nostra “linea”, che, ribadisco, avvicinandomi alla conclusione.  Una linea che sottolinea l’importanza ineludibile della politica, la nobile arte, e dunque la necessità di una sua riappropriazione da parte di tutti noi, se vogliamo ricuperare il ruolo della cittadinanza piena, non accontentandosi della cittadinanza dimidiata: ebbene sì, vogliamo essere cittadini, e non consumatori, dotati della mera libertà del telecomando. Vogliamo “fare politica”, in prima persona, individualmente e nei piccoli gruppi, nell’azione di nicchia e nell’azione di piazza, con gli scritti e con la voce, con la testimonianza diretta e la mobilitazione; ma sempre una politica dal basso, partecipata e trasparente, ossia autenticamente democratica (con decisioni assunte per consenso, possibilmente senza votazione a maggioranza). Una politica, come tentiamo di fare oggi con tutti voi, dotata di contenuti connessi alla sopravvivenza della specie umana e della stessa vita sul Pianeta.

A tutto ciò riteniamo vada congiunto il riconoscimento della necessità di nuovi linguaggi, di modalità di comunicazione che non escludano chi non sa, ma anzi non soltanto lo includano, ma gli restituiscano la parola.

 In tal senso come nel Corso itinerante di Cultura politica, così in questa nostra Giornata, noi del Movimento 2 Giugno siamo qui per ascoltare, apprendere, e discutere sulla base degli elementi di conoscenza che tutti voi vorrete e saprete fornirci.

Grazie, dunque, a chi ha raccolto il nostro invito, grazie a chi ci vorrà aiutare a capire i problemi, gravi e gravosi, che dobbiamo avere il coraggio di affrontare.

Grazie a chi vorrà salire sul nostro “picciolo vasel” per ritrovare la gioia della politica, insieme a noi. Non abbiamo un Virgilio a guidarci, e forse molti Caronte tenteranno di fermarci, o semplicemente ci ignoreranno. Ma noi, pur tentennando,  non ci scoraggeremo e se cadremo, risorgeremo. Come speriamo di contribuire a far risorgere questo Paese. Non a caso il nostro motto, almeno quello con cui abbiamo emesso il primo vagito, è “Risorgi, Italia!”. E vogliamo qui ripeterlo ad alta voce, con voi: “Risorgi, Italia!”

 Prof. Angelo d’Orsi (Presidente del Movimento 2 giugno)

19 maggio 2012 COMUNICATO del Movimento 2 Giugno

                  COMUNICATO                    

                       del Movimento 2 Giugno

 

La notizia dell’attentato davanti alla scuola Morvillo Falcone di Brindisi ci ha lasciato sgomenti, ma presto al dolore e alla rabbia sono succedute la volontà di sapere e di reagire.

Sapere chi abbia ordito e chi abbia eseguito un atto così assurdo, efferato, che porta nelle scuole l’orrore della morte violenta: una terribile novità nella storia dello stragismo italiano. Ma anche la volontà di reagire con forza, immediatamente, all’atto e alla strategia che lo ha messo in essere.

Non sappiamo, oggi, ma intendiamo sapere, e soprattutto intendiamo lottare contro coloro che immolando giovani, innocenti vite, ha portato un duro colpo alla nostra democrazia. Alla quale rivolgiamo l’invito a resistere.

Noi, che di questa democrazia, e riteniamo della sua parte migliore, ci sentiamo elemento costitutivo, anche se solo sul piano simbolico, con la nostra stessa denominazione, che rinvia alla Repubblica, all’antifascismo, alla Resistenza e alla Costituzione, noi daremo il nostro contributo in tale direzione. Piccolo che sia, sarà un contributo convinto e determinato, di idee, di passioni, e di mobilitazione, insieme a tutti coloro (individui, istituzioni, partiti, movimenti, associazioni..) che si attiveranno in questa direzione.

Il fascismo, il terrorismo, la mafia, la barbarie non passeranno.

Viva la Repubblica unita e democratica, viva la Costituzione, viva la legalità repubblicana,  viva la lotta di liberazione nazionale da tutte le mafie, nel ricordo di tante vittime del passato e di queste ultime di Brindisi alle quali va il nostro pensiero reverente.

 Torino, 19 maggio 2012

Manifestazione a Roma – Sabato 2 giugno 2012

Movimento 2 giugno aderisce all’iniziativa:

LA REPUBBLICA SIAMO NOI
           Manifestazione nazionale        scarica il volantino

Roma, sabato 2 Giugno 2012
Ore 15.00 P.zza della Repubblica

per l’attuazione del risultato referendario, per la riappropriazione sociale e la tutela dell’acqua e dei beni comuni, per la pace, i diritti e la democrazia, per un’alternativa alle politiche d’austerità del Governo e dell’Europa
Ad un anno dalla straordinaria vittoria referendaria, costruita da una partecipazione sociale senza precedenti, il Governo Monti e i poteri forti si ostinano a non riconoscerne i risultati e preparano nuove normative per consegnare definitivamente la gestione dell’acqua agli interessi dei privati, in particolare costruendo un nuovo sistema tariffario che continua a garantire i profitti ai gestori.
Non solo. Da una parte BCE, poteri forti finanziari e Governo utilizzano la crisi economico-finanziaria per rendere definitive le  olitiche liberiste di privatizzazione dei beni comuni e dei servizi pubblici, di smantellamento dei diritti del lavoro, del welfare e dell’istruzione, di precarizzazione dell’intera vita delle persone. Dall’altra le politiche d’austerità ridimensionano il ruolo  dell’intervento pubblico per poi alimentare l’idea che la crescita sia possibile solo attraverso investimenti privati, che in realtà si appropriano dei servizi e devastano il territorio.
E’ in atto il tentativo di imporre definitivamente il dominio delle “esigenze dei mercati” sulla democrazia, ovvero il diritto di tutte e di tutti a decidere collettivamente sul proprio presente e futuro.
Il 2 giugno è da sempre la festa della Repubblica, ovvero della res publica, di ciò che a tutte e tutti appartiene. Una festa ormai da anni espropriata alle donne e agli uomini di questo Paese e trasformata in parata militare, come se quella fosse l’unica funzione rimasta ad un “pubblico”, che si vuole progressivamente consegnare agli interessi dei grandi gruppi bancari e dei mercati finanziari.
Ma la Repubblica siamo noi. Le donne e gli uomini che nella propria quotidianità ed in ogni territorio lottano per la riappropriazione
sociale e la tutela dell’acqua e dei beni comuni, per un welfare universale e servizi pubblici di qualità, per la dignità del lavoro e la fine della precarietà, per il diritto alla salute e all’abitare, per l’istruzione, la formazione e la conoscenza, per la trasformazione ecologica della produzione, a partire dal Forum

Alternativo dei Popoli di Rio+20, per politiche di pace e cooperazione.
Le donne e gli uomini che, come nel resto d’Europa, pensano che i beni comuni siano fondamento di un nuovo modello produttivo e sociale.
Le donne e gli uomini che dentro la propria esperienza individuale e collettiva rivendicano una nuova democrazia partecipativa, dentro la quale tutte e tutti possano contribuire direttamente a costruire un diverso futuro per la presente e le future generazioni.
Crediamo sia giunto il momento in cui siano queste donne e questi uomini a riempire la piazza del 2 giugno.
Con l’allegria e la determinazione di chi vuole invertire la rotta.
Con la consapevolezza di chi sa che il futuro è solo nelle nostre mani.

Promuovono: Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua , Movimento2giugno
Per adesioni scrivere a segreteria@acquabenecomune.org

Diritti o Doveri? Relazione F.Di Giorgi – II incontro Politica in Movimento

Movimento 2 Giugno

Diritti o Doveri? – Ivrea (To) 07 maggio 2012

Introduce: Mario Beiletti
Relatori: Franco Di Giorgi e Gianni Cimalando
RELAZIONE di Franco Di Giorgi :   Gli italiani ed il senso del dovere passivo.
 
Partirei da un’immagine del dovere, che si esprime nel noto detto popolare «Quando l’asino deve entrare per la coda». Si dice a proposito di gente testarda, incorreggibilmente testarda, il cui asino (u sceccu) è costretto da loro ad entrare nella stalla sempre al contrario, cioè per la coda, anziché, com’è più naturale, per la testa. Come se, pur sapendo qual è il modo in cui risulterebbe più naturale fare entrare l’asino nella stalla, esse, invece, queste persone inflessibili, per un senso del dovere innato, si ostinano a farlo avanzare retrocedendo. Cioè al contrario. Eppure sanno quanto sia difficile ogni volta star dietro a questa loro capotaggine. Quanto costi loro in termini di fatica fisica e psichica dar seguito a quel traccheggiamento. Il guaio è che questa loro ubbidienza ostinata, ai loro occhi appare come il frutto della loro volontà, come qualcosa di genuino, di proprio e quindi di doveroso. In realtà, con il loro agire questi individui ubbidiscono ad un impulso, a un riflesso condizionato, a un senso del dovere tutt’altro che attivo, anzi del tutto passivo.
Stiamo parlando, come si sarà capito, degli italiani, la cui storia, tranne brevissime e pochissime eccezioni, li ha condotti a maturare questo senso del dovere passivo. Una storia che paradossalmente si può far risalire al 1200 o al 1300, all’età dei Comuni e delle Signorie. Età che, ben lungi dall’aver maturato una certa autonomia e prodotto una certa maturità (la tanto auspicata Mündigkeit kantiana), ha invece generato quella loro tipica rassegnazione a vivere sotto il dominio dei signori, quelli interni e soprattutto quelli esterni (normanni, spagnoli, francesi, austriaci; e c’è mancato davvero poco che, nel ‘900, non si rassegnassero ad ubbidire finanche ai tedeschi nazisti. A tal riguardo, ci sono pagine di Fenoglio in cui si dice che bastava una sola SS per controllare file intere di prigionieri italiani, dopo l’8 settembre). Nemmeno dinanzi alla forbice (divaricazione) economica del ‘600 (pochi ricchi e molti poveri: situazione molto simile, dunque, a quella attuale), nemmeno allora essi sono riusciti a mettere in dubbio la loro natura rassegnata. (Non furono capaci, come la Francia e l’Inghilterra, di approfittare della crisi della Spagna a metà del Seicento, per cacciare via il vicerè da Napoli, perché non seppero trovare un accordo tra la classe rurale – di cui era ingenua espressione Masaniello – e quella borghese). Anzi. Alla fine del ‘700, quando l’illuminismo laicizzante faceva breccia con gli eserciti napoleonici nel duro carapace italico, cercando di abbozzare, con l’unione delle Repubbliche, quell’unità nazionale che raggiungeranno 60 anni dopo, gli italiani (in Campania, in Veneto), mossi da quell’impulso intrattenibile all’obbedienza passiva, hanno fatto del sanfedismo l’arma per potersi difendere da quella tentazione emancipatrice. Quando l’asino deve entrare per la coda! Nemmeno quando Kant disse a chiare lettere a fine ‘700 che l’illuminismo consiste nell’uscita dallo stato di minorità – minorità a cui noi (italiani) stessi consentiamo – nemmeno allora in noi vi fu quello scatto d’orgoglio che ebbero i francesi, e persino belgi e olandesi, quello Sturm und Drang che travolse l’Europa intera a partire proprio da Parigi. In noi, che siamo concresciuti all’ombra protettiva e ferale della controriforma (e del gesuitismo), è maturato nel tempo, invecchiando come il buon vino, il senso del dovere passivo. Un senso che non ci consente di comprendere l’espressione che sta alla base dell’etica kantiana: dovere è potere. Debbo, dunque posso.

Nel 2006 avevamo riletto assieme agli studenti la Critica della ragion pratica nell’ambito di un corso che avevamo intitolato “Dovere, ergo diritto”. Il titolo ricalca ovviamente il “cogito, ergo sum” cartesiano, non solo per evidenziare la priorità del dovere sul diritto, ma anche per affermare che l’esistenza del diritto proviene dall’essenza del dovere. C’è e si ottiene un diritto solo là dove c’è anzitutto un dovere, dove si ubbidisce, anche controvoglia, a un dovere. C’è e si ottiene un diritto solo quando si risponde con serietà, ossia responsabilmente, a una domanda. E questa domanda è quella che, come una sorta di imperativo categorico, proviene dall’istanza etica, ossia dall’essenza umana (in generale il kathékon degli stoici, ma pensiamo in particolare all’attività del meros di Marco Aurelio), un’istanza che impone un obbligo, un dovere da cui non ci si può esimere. Il potere proprio (o giuridico) del diritto è quindi una acquisizione che si realizza solo sulla base del senso del dovere. Non solo. Abbiamo messo poi l’accento anche su quell’ergo (da ergon, lavoro, attivazione, attuazione, produzione, da cui discende il sassone werk e work) perché è solo con il lavoro, con l’attivazione del soggetto, con l’attuazione di un dovere che è in potenza (dynamis) che si può attuare, mettere in atto (enérgheia), produrre e quindi ottenere infine un diritto.

E’ solo questo lavoro che rende liberi: nur diese Arbeit macht frei, non quello che si legge sul cancello del Lager di Auschwitz; frase che Rudolf Höss trasse da un romanzo del 1872 di Lorenz Diefenbach. Sul fatto che il lavoro (quandi c’è) renda liberi non ci possono essere dubbi. E’ piuttosto l’uso che si fa di espressioni così intense e vere che è condannabile. Così come è discutibile, ad esempio, l’uso che si è fatto del grido spontaneo e a noi familiare “Forza Italia”.

Ancora. Questo dovere attivo, questo dovere che si esprime nel lavoro e con il lavoro e il cui scopo è il diritto, ebbene questo dovere, questo kathékon greco è quello che i latini chiameranno officium. Già, perché la radice di officium è opus, opifex e opificium (opera, operaio, lavoro).

Sì, ma quale lavoro? Quello che, ad esempio, è implicito nell’articolo 2 della Costituzione, là dove si parla della Repubblica che “richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà, politica, economica e sociale”. Un lavoro, come si dice, appunto “d’ufficio”. Non scelto, ma assunto responsabilmente. Un lavoro in ogni caso necessario per l’esistenza dell’intera complessione dello Stato. Un lavoro pertanto non ostentato, ma invisibile. Com’è invisibile quello che svolge giornalmente l’intera classe operaia. Che svolge anche nei turni di notte. In una notte che, per smentire tutti coloro, a destra e a sinistra, che si erano convinti che ormai quella classe non esistesse più, è stata tragicamente illuminata nella notte del 5 novembre del 2007 dalle sette vittime della Thyssen-Krupp.]

Dovere è potere, diceva dunque Kant. Ma a noi manca quel potere, perché ci fa difetto quel senso del dovere attivo. Quel dovere che nei pochi italiani che l’hanno assunto e avvertito venne vissuto come serietà: non solo Manara, Mazzini, Fenoglio e Vittorini, Gobetti e Gramsci, ma anche Falcone e Borsellino. L’8 settembre ’43, ebbe infatti a dire nel 2000 il Presidente Ciampi, l’Italia non morì affatto, ma rinacque, proprio in virtù dell’azione seria della Resistenza, a partire da quella opposta dagli Internati Militari ai nazifascisti.

In virtù di questo nostro senso del dovere passivo – che può montare sino all’indignazione e che perlopiù però si limita al più indifferente mugugno – ci siamo, per motivi di alleanza (equilibrio) internazionale, allineati ai paesi del Patto Atlantico e della Nato. Come sappiamo, i primi frutti di tale alleanza furono quelli selvaggi che sbocciarono nel 1947 dai poveri caduti a Portella delle Ginestre. Ci siamo ancora una volta seduti a un tavolo che non era stato preparato da noi, e abbiamo goduto della protezione del Big Brother. Anche se questo allineamento apriva una grande ipoteca nel nostro paese. Ipoteca che forse solo con Obama sembra essersi estinta. Anche se il nostro casereccio Pig Brother, prima di essere estromesso, aveva cercato in tutti i modi di riaprirla, parlandogli un giorno di giudici italiani corrotti.

Eppure è così. Dopo le mancate rivoluzioni comunista e fascista, il nostro senso del dovere è rimasto talmente passivo che abbiamo continuato ad affidare il destino del nostro paese nelle mani di chi, nella grandezza e nella miseria, nel grande e nel piccolo, ci consolava dicendoci “Hallo Italia!”. Oppure “Ghe pensi mi”. Non si può inoltre negare che molti di noi, mentre trascorrevano le recenti e terribili primavere magrebine, avvertivano un senso di disagio, di impotenza, per non dire di vergogna, proprio perché imprigionati dal senso del dovere passivo. Anche noi, a casa nostra, in quei giorni avevamo il nostro bel tirannino, il petit marchand, il nostro msirizzi o, come lo chiama D’orsi nel suo Manifesto del 2 giugno, “Piccolo Cesare”; eppure non siamo riusciti, noi, con le nostre mani, a cacciarlo via. A buttarlo giù dal suo carro pieno di sete preziose, accompagnato da uno strascicante corteo di nani e di mignotte.

Ancora una volta – ecco il nostro senso di colpa, la nostra Unmündigkeit, la nostra immaturità, direbbe Kant – “altri” hanno pensato, deciso e agito per noi. Certo, si può credere che il presidente Napolitano, esponendosi al rischio di una repubblica presidenziale, abbia agito dando ascolto a quelle manifestazioni che si snodavano quasi ogni giorno lungo le strade dello stivale. Resta il fatto, infine, in sé innegabile, che anche ora, dopo il debole ridestarsi del popolo italiano, anche ora, dunque, il montismo sta facendo leva – sentendoci noi ancora spaventati sotto il ricatto di un nuovo fantasma: che non più quello del fascismo, ma quello del default greco – il montismo, dunque, sta facendo leva (lo sentiamo!) sul nostro inveterato e cronico senso del dovere passivo.

Insomma, è come se noi italiani fossimo ancor e sempre fermi allo stesso punto, perché siamo legati alle catene di questo nostro senso del dovere passivo. Sarebbe auspicabile, allora, rompere queste catene e trasformare il senso del dovere da passivo in attivo. E’ per provare a dare inizio a questa difficile e profonda trasformazione (direi molto difficile e quasi impossibile) che la politica, come dice Angelo D’orsi (l’ideatore di questi nostri “incontri” di politica, e in ciò in sintonia con Marco Revelli), deve rimettersi in cammino.

Per arrivare dove? Verso un nuovo paradigma della politica. Perché quello classico, quello hobbesiano, osserva Revelli, è tramontato o sta per tramontare. Questo paradigma era quello per il quale lo Stato, in seguito a un patto politico con il popolo, si ergeva a garante dei sudditi. A garante della salvaguardia dei sudditi. Anche con le armi. Ebbene, quel paradigma, dice Revelli, comincia a dissolversi quando lo Stato e i capi dello Stato anziché tutelare i sudditi, li uccide. Egli, nel suo saggio su La politica perduta (2003), trae spunto dal massacro del 26 ottobre 2002, allorquando  alcuni moscoviti furono uccisi dalle forze speciali russe del Gruppo Alpha nel teatro Dubrowska di Mosca, per reprimere un commando di ceceni che teneva in ostaggio 992 persone.

La cosa spaventosa che con questa sua analisi Revelli mette in evidenza è che le politiche sovranazionali della nostra contemporaneità svelano che quel patto era davvero un patto, ossia una mera convenzione, e che lo stato giuridico è solo un modo (e il Nocevento ce ne ha dato delle conferme terribili), solo un modo per coprire e imbiancare la violenza dei lupi che vivono nello stato di natura. Che lo stato giuridico è solo un palliativo, un cataplasma utile, per quanto può, a coprire la verità della violenza che i Lager tedeschi mostrarono in tutta la sua sublime terribilità.

Loro, d’altronde, sono i maestri di quella verità associata alla violenza della morte. Con parole di ghiaccio e lapidarie lo disse il poeta, Paul Celan, in Todesfuge, sintetizzando tutta una tradizione dedita alla meditatio mortis, da Meister Eckhart sino a Martin Hiedegger: Der Tod ist ein Meister aus Deutschland, La morte è un maestro proveniente dalla Germania.

Eppure, nonostante questo suo passato, la Germania, in virtù di una cultura luterana, calvinista e pietista che, specie dopo l’umiliazione subita dopo la Guerra dei Trent’anni, nel 1648, facendo leva su quella che Max Weber definì l’etica del lavoro, ebbene la Germania, radicandosi in quest’etica, ripresa nel ‘700 da Kant, è riuscita a diventare ciò che è oggi: l’unica potenza europa trainante, che non avverte i sintomi della crisi.

Noi, invece, cattolici sino al midollo, abbiamo sviluppato tutto un nostro senso del dovere passivo. Si tratta esattamente di quel dovere che Nietzsche aveva colto al fondo della morale, la quale altro non è che l’espressione della legge del più forte; legge che si può imporre in tutti i modi possibili, compreso ovviamente quello più spirituale, quello cattolico.

Noi, che abbiamo avuto un passato simile a quello tedesco, per noi che ci siamo ispirati, e non da ora, a tale modello (non solo con Depretis e Crispi, ma anche con Rudinì e Pelloux), che ci siamo alleati con Bismarck per ottenere il Veneto, con il Kaiser per ottenere Trento e Trieste, e con Hitler per dividerci il mondo, inteso come Lebensraum, spazio vitale, ebbene anche noi oggi dovremmo non avvertire la crisi.

In realtà non è così. E c’è tutto uno spread, un differenziale che ci separa. Anche oggi, come allora,in tempo di guerra (si pensi alla Grecia, alla campagna di Russia) si ripropone questa differenza tra due Stati con un destino simile. Mentre però loro appaiono il fratello maggiore e serio, noi il fratello minore e stupido.

Occorre rimettersi in cammino, dice dunque Angelo D’orsi. Per andare verso dove, dunque? Verso una politica del futuro. Verso logiche “altre”, suggerisce Revelli. Verso logiche cooperative, connettive, relazionali. Verso una dimensione depotenziata e orizzontale, nel senso della corresponsabilità e della condivisione. Verso la “configurazione di una società dal basso”. Verso la “mobilitazione di comportamenti quotidiani”. Verso una “nuova soggettività polifonica”. Verso la balducciana “città planetaria”, in cui l’”altro” – per ricordare un caro maestro sufi, cioè Gabriele Mandel – non venga più visto come il fichtiano non-io. Verso la dimensione dell’”infra”, cioè dell’essere in mezzo, non sopra né sotto, né accanto né tanto meno altrove.

Ma per tutto ciò occorrerebbe imparare “l’arte dell’interconnessione”, dice Revelli. Arte, per noi italiani, quasi ignota. Per poterla imparare avremmo bisogno di una vera e propria mutazione antropologica.

Guardiamoci intorno, intanto, per evitare di cadere ingenuamente, come Talete, nelle solite fosse. E poi, dopo aver evitato queste pozzanghere, facciamo in modo che  questo benedettissimo asino possa entrare per la testa! Sia chiaro! Per la testa!

 Ivrea, 7 maggio 2012

 
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