Democrazia: la normalità che ci manca di Angelo d’Orsi

Democrazia: la normalità che ci manca

di Angelo d’Orsi da Micromega

Le insinuazioni di Grasso contro Caselli. Le dimissioni di Terzi. Il presidenzialismo di Napolitano e il criptofascismo di Grillo. Il panorama del mese alle nostre spalle è inquietante. La vita pubblica italiana appare sempre più estranea alle regole di una nazione democratica. 

di Angelo d’Orsi

Quando si trascorre un periodo fuori della patria, oltre a disintossicarsi, si gode del vantaggio di uno sguardo più lungo e lento, e di un punto di vista esterno, anche se pur sempre di chi è, nel bene e nel male, interno al Bel Paese. Rientrare è sovente traumatico, e il clima, la cucina, gli affetti, non ti confortano. Specie in questa fase, ritornando dalla contigua Francia, un “Paese normale”, quello che noi non siamo e non saremo mai. 

La normalità che ci manca è la democrazia, detto in una sola parola. L’Italia non è mai stata educata alla democrazia, anche quando le sue istituzioni, e soprattutto la sua Carta costituzionale, sono state improntate a valori alti di tipo democratico avanzato. Mi risparmio gli esempi storici, facili da produrre, dallo Stato illiberale postunitario, al fascismo, al nuovo regime democristiano, sia pure con qualche brevissimo interludio di approssimazione alla democrazia. In definitiva, gli italiani, dall’uomo della strada, dalla casalinga di Tortona al contadino molisano, dall’impiegata del catasto all’operaio tessile, dal professore di università al pubblico amministratore, perlopiù con la democrazia non hanno grande dimestichezza. E avendo perlopiù un’attitudine passiva rispetto allo “Stato”, dai suoi gestori e tutori si aspettano di essere anche guidati verso le pratiche democratiche. E invece… 

Invece, il panorama del mese alle nostre spalle, quello ho personalmente trascorso a Parigi, è peggio che desolante: è inquietante. E se mentre ero là, ai colleghi e amici transalpini mi chiedevano commenti alla situazione italiana, avevo difficoltà a fornire risposte, ora che sono rientrato, ho le stesse difficoltà: a comprendere, prima di valutare ed esprimere opinioni fondate. Certo, certissimamente, so che la situazione appare del tutto estranea alle regole della vita di una nazione “democratica”. Non saprei dire come ne usciremo, se in farsa o in tragedia; intanto, preparati ad ogni futuro scenario, compresi i peggiori (e i pessimi), proviamo a riflettere. 

L’elezione dei due presidenti del Parlamento è apparsa una vittoria delle forze di Centrosinistra; ma v’è da rabbrividire pensando che la presidenza del ramo più autorevole, la seconda carica dello Stato, sia stata offerta a un magistrato appena gettato sull’arengo elettorale dal PD, benché la fortuna di quel magistrato sia frutto diretto di una scelta berlusconiana, giunta alla emanazione di un provvedimento legislativo speciale per eliminare il candidato naturale alla direzione della Procura nazionale antimafia, Giancarlo Caselli: fra tante leggi ad personam, in quel caso si trattò di una legge anti personam. Grasso non ebbe l’onestà allora di rinunciare, anzi ne tacque e approfittò del generoso aiuto del cavaliere, e oggi addirittura dimenticando il suo ruolo, si permette di telefonare – il modello berlusconiano, appunto – a una trasmissione tv dove un giornalista racconta la verità in merito, e pretende in tempi immediati un risarcimento sotto forma di sua presenza come special guest in tv, trovando il sistema (il combinato disposto di un sistema tv prono ai politici) pronto ad accoglierlo, invece di sbeffeggiarlo come avrebbe meritato. E addirittura il signor presidente del Senato si permette di fare oscure e vacue insinuazioni su Caselli, un magistrato che è davvero integerrimo. Nessuno mi pare abbia gridato allo scandalo. E proprio qui sta lo scandalo. Il silenzio della normalità di un Paese che scambia l’eccezione per norma, un Paese che rimane in defettibilmente la patria del “lei non sa chi sono io”. Purtroppo lo sappiamo, dottor Grasso; e purtroppo, aggiungo, lo sappiamo, onorevole Bersani, fiero autore di questo bell’acquisto.

E che dire di un ministro in carica che si dimette alla Camera, come se fosse stato eletto, invece che nelle mani del Presidente della Repubblica, dopo aver informato il Presidente del Consiglio? Si dimette addirittura in diretta televisiva, in modo plateale, cercando gli applausi oltre che dei familiari (che intanto come gli “amici” di Maria De Filippi, si sgolano dalla platea del pubblico), soprattutto della destra, prontamente giunti, con totale disprezzo di ogni regola istituzionale da parte di tutti. E meno male che il signor Giulio Terzi di Sant’Agata è un diplomatico di carriera (il nome stesso ce lo dice) che aveva peraltro già creato problemi a non finire sia nella trattativa per il voto all’ONU per ammettere i Territori Palestinesi come “osservatore” (a cui si era opposto, sconfitto dal suo stesso Governo), e soprattutto nella grottesca gestione del caso dei due “marò” presentati come vittime innocenti di una persecuzione giudiziaria dei perfidi indiani. Una figuraccia internazionale in cui è emerso, accanto alla scarsa dimestichezza con le regole del sistema internazionale, e al “diritto delle genti”, l’antico fantasma dell’italiano traditore, che non sta ai patti, che viola i trattatati. L’aveva fatto Berlusconi nel 2011 con il colonnello Gheddafi, dopo aver siglato un impegnativo trattato di amicizia, bombardando e diventando complice della distruzione del Paese oltre che dell’omicidio brutale del suo leader. Lo ha fatto il Governo Monti, in una scomposta, rissosa e inconcludente conduzione a tre teste (Difesa, Esteri, Presidenza), confortata, ahinoi, dal presidente della Repubblica, che riceve addirittura al Quirinale i due omicidi confessi come eroi nazionali. 

Già, il presidente: che all’estero, non solo in Francia, chiamano da tempo “Re Giorgio”. Stiamo diventando, non da oggi, una Repubblica presidenziale, in forma strisciante, ma secondo un processo al quale manca soltanto la sanzione giuridica. È vero dunque: esiste una Costituzione formale, e purtroppo una Costituzione materiale che sta ridisegnando il volto dell’Italia “democratica”. Anche se le intenzioni di Napolitano fossero le migliori (e non ho motivo di dubitare, fino a prova contraria), i tanti colpi che egli sta dando all’edificio istituzionale potranno avere conseguenze future inimmaginabili; o forse al contrario facilmente immaginabili. Alla caduta di Berlusconi, invece di sciogliere le Camere il capo dello Stato fece Monti senatore e lo insignì del ruolo di presidente del Consiglio, a capo di un governo di “tecnici”, il quale, in modo paradossale, dopo le elezioni, continua ad essere operativo (e spesso a fare danni: vedi in particolare l’attivismo del ministro dell’Istruzione e Ricerca Profumo, che ogni giorno aggiunge nefandezze e scempiaggini al suo già gravissimo operato). Monti dal canto suo, come la biscia, ha morso il ciarlatano, che gli ha dato la salvezza: e nelle more del dopo elezioni, scornato per il modestissimo risultato, vedendosi preclusa la presidenza del Consiglio, pretende addirittura di diventare presidente della Camera Alta, andando a reclamare quella poltrona, che ovviamente gli viene negata. Anche qui: da entrambe le parti si manifesta un sostanziale disconoscimento non soltanto delle forme democratiche, ma dello stesso bon ton istituzionale. Quale demone abbia spinto l’austero professore bocconiano, che un anno e mezzo fa assunse la croce in nome della salvezza d’Italia, a mettersi in proprio, e a nutrire ambizioni spropositate, appartiene al novero dei grandi misteri irrisolti della Repubblica: o forse basta una spiegazione semplicissima: il sapore del potere, una volta assaggiato genera dipendenza?

Intanto, il Presidente ci riprova, e dopo aver dato vita a un governo extraparlamentare crea una sorta di organismo parallelo, composto da personalità quasi tutte al di sotto di ogni sospetto (con alcuni galantuomini). Desolante pensare che un Quagliariello-Quaquaraquà possa entrare nel novero dei “saggi” della Repubblica. Ci sono stati risparmiati Brunetta e Chicchitto, certo; e forse dobbiamo accontentarci. Tuttavia, non solo sfugge il senso dell’operazione, ma la sua legittimità. 

Chi però sbraita contro questa mossa, all’ultimo invocando un Governo Bersani, ossia i mestatori di M5S, appaiono davvero penosi. Là, siamo davvero nell’Oltre-democrazia: esattamente come Berlusconi, il signor Grillo e il suo amico Casaleggio, uomo dei poteri forti come il professor Monti, appaiono figure del tutto estranee alla dialettica, alla cultura, e alla prassi della democrazia (anche per quanto concerne la vita interna del Movimento, ove ovviamente di democrazia manco a parlarne). Troppo tardi per farceli rientrare. E chi ha votato M5S pensando di addomesticarli, ha commesso lo stesso errore dei liberali che sostennero Mussolini nel ’21, alle elezioni dette del “Listone”, pensando che una volta dentro le istituzioni gli squadristi si sarebbero rabboniti, e pacificati. E l’atteggiamento oggi di Grillo assomiglia appunto a quello di Mussolini dopo la Marcia su Roma, quando tenne in scacco il Re, il quale pensava di cavarsela dando al PNF qualche ministero, ma dovette dare l’intero governo, secondo le pretese del romagnolo. Quella tempesta durò pochi giorni; questa in cui ritrovo il mio Paese dura da oltre un mese. E Grillo aspetta il governo: nulla di meno che la guida della nazione. Di fatto così bloccando la vita istituzionale, aggiungendo il dileggio, la pernacchia, lo sbeffeggio (lo ricordate incappucciato, mentre fa jogging davanti alla sua principesca villa al mare inseguito da paparazzi ai quali non riserva neppure il saluto!?), l’insulto, e la negazione di ogni diritto agli operatori dell’informazione, i quali a loro volta piegano pecorescamente il capo, invece, ad esempio, di piantare in asso i due grotteschi capigruppo di M5S, che convocano conferenze stampa che nemmeno ai tempi peggiori del breznevismo si erano vedute, nelle quali sono ammesse risposte (le loro!) senza domande. 

Così, la vita pubblica italiana appare un campo di rovine, e la nazione è a un passo dalla catastrofe, una nazione già sotto scacco per le minacce dei berluscones, che si comportano a loro volta come un secondo esercito di occupazione, urlando al golpe se si pensa di processare il loro capobanda, e invocando la piazza se non si contratta con lui la nuova presidenza della Repubblica. Ebbene? In una democrazia davanti a minacce eversive estreme, si inviano le forze dell’ordine (invocò il Presidente che mandasse i carabinieri o l’esercito a fermare l’uomo di Arcore, qualche anno fa Asor Rosa con felice paradosso), e invece il capo di questo Stato invita stentoreamente a dare lo spazio che gli spetta al cavaliere nella vita politica nazionale. Lo spazio dell’illegalità? 

E in questo sconcertante scenario, dove non sai a quale santo votarti (ma per favore, risparmiatemi il nuovo Papa! Appena insediato, siamo già al delirio: ma in fondo la raccolta delle figurine di Francesco è una degna sanzione della fatuità spettacolarizzata di un pontefice che vuole far dimenticare il suo passato, non remoto, di uomo di fiducia della dittatura argentina; dovremo rimpiangere Ratzinger?), i filosofi italiani si chiamano Dario Fo, Adriano Celentano e Franco Battiato, che impartiscono lezioni di politica e pubblica moralità. Se non abbiamo il Principe di Machiavelli, dateci almeno un Principe de Curtis, che se non altro li seppellisca tutti con una risata. 

(3 aprile 2013)

Un nuovo ritorno a Marx? di Angelo d’Orsi

Un nuovo “ritorno a Marx”? di Angelo d’Orsi

marx image

L’elezione del papa, dopo le fragorose dimissioni del predecessore (fatto su cui ancora dobbiamo riflettere), insieme alle penose nostre vicende elettorali e postelettorali, hanno fatto dimenticare il 130° anniversario della scomparsa di Karl Marx. Era nato a Treviri, nella ricca e colta Renania, il 5 maggio 1818; morì a Londra, dopo una vita difficile ed errabonda, il 14 marzo 1883: non aveva ancora compiuto i 65 anni.

A dispetto delle incredibili, sovente drammatiche, talora tragiche traversie che ne costellarono il cammino, l’opera che Marx ha lasciato è immensa per dimensione, per novità, per profondità: si tratta di un vero gigante della storia, del genere di Dante, Michelangelo, Shakespeare, o Picasso. Eppure a differenza degli altri “grandi”, Marx si staglia nella storia come un autore la cui opera ha prodotto e non smette di produrre effetti politici enormi sul corso delle umane vicende. Nessun pensatore sta a pari con lui, da questo punto di vista.

Dato per “morto” politicamente e intellettualmente, più e più volte, il pensiero di Marx ogni volta si è riaffacciato, beffardo, più carico di nuove suggestioni, di echi inaspettati, di spunti che ci hanno intensificato la nostra capacità di comprendere le società in cui viviamo. La forza dirompente che si sprigiona dai suoi tanti scritti (alcuni dei quali ancora inediti, e altri pubblicati in modo pasticciato: l’edizione completa di tutte le opere di Marx ed Engels tante volte cominciata non è mai giunta a termine), rappresenta uno degli stimoli più significativi che si possa rintracciare nel pensiero moderno. Eppure il marxismo, si ripete, ha fallito. Certo, sul piano del socialismo realizzato abbiamo registrato un fallimento che è stato per tanti versi un tradimento del pensiero di Marx, anche se bisogna evitare l’errore di confondere teoria marxiana con marxismo. È nota la battuta di Marx che dichiarava di non essere marxista. Ma è vero anche, sulla base non di mere passioni, ma di constatazioni alla luce delle statistiche, che per tanti versi anche in quei regimi odiosi dell’Est, vi erano strutture di protezione dei ceti popolari che oggi sono perlopiù state cancellate, e gli indicatori ci danno cifre poco lusinghiere su quel che è accaduto dopo il crollo del Muro, in parecchie realtà dell’ex sistema sovietico. Senza parlare della caccia alle streghe che in Paesi come la Polonia e soprattutto l’Ungheria viene messa in atto contro gli ex comunisti.

Ciò detto, non v’è dubbio che si stia assistendo a un diffuso, nuovo “ritorno a Marx”, partito (come è accaduto per Gramsci) dal tempio del capitalismo, dagli Stati Uniti. Da noi anche Giulio Tremonti si è lasciato sfuggire l’affermazione che senza Marx sarebbe impossibile comprendere quello che stiamo vivendo sul piano economico mondiale negli ultimi decenni.

Anzi, si può osservare che se una gran parte della letteratura marxista (per non dire tutta) è uscita di scena, anche per precise scelte politico-culturali dei gruppi editoriali, Marx continua a giganteggiare, nella sua inevitabile necessità. E, con lui, si può dire che il solo Gramsci sia sopravvissuto al crollo del Muro, anzi emergendo entrambi da quelle macerie più forti di prima. Il primo per la sua capacità di fornire strumenti di analisi degli svolgimenti del capitalismo mondiale, il secondo per la sua definizione di un “altro” comunismo e di un diverso modello di rivoluzione.

Torniamo al 14 marzo 1883. Tre giorni dopo la morte dell’amico e maestro, Friedrich Engels fedele collaboratore, che si definì sempre modestamente “il secondo violino”, tenne un discorso commemorativo, nel Cimitero di Highgate a Londra (dove tuttora si può visitare la tomba di Marx): era scomparsa, con Marx, «la più grande mente dell’epoca nostra». E ricordava che «lo scienziato non era neppure la metà di Marx», che «era prima di tutto un rivoluzionario», il cui scopo era di «contribuire in un modo o nell’altro all’abbattimento della società capitalistica» e «contribuire all’emancipazione del proletariato moderno al quale egli, per primo, aveva dato la coscienza delle condizioni della propria situazione e dei propri bisogni, la coscienza delle condizioni della propria liberazione» . E concludeva: «Il suo nome vivrà nei secoli, e così la sua opera!».

Come dargli torto? Senza gli occhiali di Marx non si potrebbe capire la globalizzazione dei capitali e delle miserie, il “turbocapitalismo”, con le sue crescenti disuguaglianze e le clamorose ingiustizie: Marx aveva profetizzato un momento in cui un pugno di famiglie avrebbe detenuto la quasi totalità della ricchezza mondiale…. Ma ricordiamo che il giovane Marx, nella XI celebre Tesi su Feuerbach sentenziò: «I filosofi hanno finora variamente interpretato il mondo. Si tratta ora di trasformarlo». Un bel monito, davanti alla sempre ricorrente tentazione del ritrarsi a vita privata. Che si sia o no marxisti.

Angelo d’Orsi

(16 marzo 2013)

I piccoli eroi sconosciuti della politica di Angelo d’Orsi

I piccoli eroi sconosciuti della politica

di Angelo d’Orsi da Micromega

Qualche giorno fa, a Torino, è mancato improvvisamente, stroncato da un infarto, Renato Patrito. Non era un amico, se non su Facebook. Al di là di questo e della comunanza di ideali, ci si era incontrati soltanto in occasioni pubbliche: dibattiti e assemblee a cui abbiamo partecipato insieme, lui da militante, io da osservatore partecipe, da libero intellettuale, sia pur militante a mio modo. Renato era un dirigente del PRC di Torino, di cui era stato per qualche anno anche segretario.

Le polemiche contro la “casta”, che sono degenerate via via, arrivando fino in Parlamento (da parte di eletti alle due Camere, i quali sembrano volersi fare un dovere di continuare a delegittimare quelle stesse istituzioni nelle quali hanno messo piede), hanno cancellato chi, come Renato, si era impegnato nell’azione politica diretta per passione, ma anche per una scelta all’insegna del dovere civico. Per gente come Renato la politica, mossa da passione e dovere, era una vera e propria missione, che cercava di far cogliere agli interlocutori, al “popolo” cui si era dedicato, i veri interessi contro i distorcimenti e le menzogne degli ideologi del potere. Si tratta di una missione costosa, come sa chi ha compiuto scelte analoghe, in termini umani, spesso anche finanziari. Essa assorbe il tuo tempo, sacrifica gli affetti, mette a dura prova il tuo fisico e ti dà assai più preoccupazioni che soddisfazioni, molte ansie, non poche angosce (come in questi giorni postelettorali, che credo abbiano provato duramente Renato), e finisce per logorarti, giorno dopo giorno.

C’è chi “scende” o “sale” nell’agone politico per proteggersi dalla magistratura, avendo molti affari loschi; c’è chi lo fa per assicurarsi uno stipendio lauto e qualche privilegio; c’è chi lo fa perché spera di arrivare a “comandare”. C’è anche – e sono tanti, assai più numerosi di quanto non si voglia far credere, e non solo nei piccoli partiti come Rifondazione Comunista – chi invece fa politica per puro spirito di dedizione . A quale causa? Quella che dovrebbe essere l’unica di chi compie questo tipo di scelta: la causa del bene comune. Una causa nobilissima; quella che impose ai classici, da Aristotele a Cicerone a Machiavelli, e giù giù, sino ai nostri Padri Costituenti, l’idea che la politica sia “la più nobile delle arti”.

Ma si tratta di un’ “arte” che corrisponde all’adesione a una causa che, se praticata appunto con dedizione totale, come ha fatto Renato Patrito, ti assorbe completamente, fino a bruciare la tua esistenza in un tempo troppo breve: i cinquant’anni o poco più di Renato. Forse qualcuno , sapendo della sua morte prematura, si sarà posto l’eterna, insulsa domanda: “Chi glielo ha fatto fare?”.

Glielo hanno fatto fare Gramsci, Lenin, Carlo Rosselli, Enrico Berlinguer…, e tanti altri, prima e dopo di loro. Glielo hanno fatto fare i sentimenti del dovere etico, che vorrei definire kantiano, quello che spingono a considerare più importante l’interesse della collettività rispetto a quello personale; anche se questa scelta dovesse comportare rischi alti, altissimi, d’ogni genere: la perdita del lavoro, se ne hai uno, la malattia, la prigione, la miseria, la morte.

Allora, davanti alla scomparsa di questo piccolo militante, che mi piace chiamare un eroe nascosto della quotidianità politica, un “funzionario di partito”, uno di quelli spesso vilipesi e posti alla gogna, mi risultano indigeribili i già fastidiosi insulti di un Grillo, quando bercia come una scimmia urlatrice, reiterati pappagallescamente da tanti dei “suoi”, contro i partiti e i “morti viventi”. Qui abbiamo un morto vero, un uomo strappato alla vita, consumato dal peso della politica. I Patrito non fanno notizia per le scarpe da duemila euro, o le cravatte di Marinella, né per le gite in barca o per i pullover di cachemire; i Patrito non vengono invitati ai talk show, e quando li incrociamo in strada non sorridiamo ammiccanti, facendo loro capire che li abbiamo riconosciuti. Non diventano “personaggi”, ma rimangono persone, che fanno politica con la medesima dedizione con cui svolgerebbero il loro lavoro in fabbrica o in ufficio.

Allora ai grilli e grillini, va ricordato che ci sono malfattori e menefreghisti, corrotti e corruttori nei partiti, come nei movimenti, come in un ufficio qualsiasi, in un’azienda, o all’università, luogo che conosco meglio lavorandoci. E, nei partiti (nei quali personalmente non ho mai militato, ma rispetto molto coloro che invece lo fanno), del resto non diversamente dai movimenti, v’è tanta gente onesta, perbene, e spesso anche provvista di una buona dose di competenza istituzionale, e talora di capacità politica, formatasi nel corso del tempo, sia con l’esperienza, sia con lo studio (perché la politica non è solo azione, ma è innanzi tutto conoscenza: “senza teoria niente pratica”, ricordava Lenin; ma il motto può e dovrebbe essere adottato da chiunque voglia candidarsi a una qualunque assemblea elettiva, dal Comune alle Camere).

C’è insomma chi davvero ci muore di politica, e di solito, quando capita, non è tra i dirigenti dei partiti padronali che vanno cercati questi piccoli o grandi eroi: di solito soffre, si ammala, e talora muore chi lotta nell’interesse degli ultimi, degli schiacciati dai grandi potentati, degli umiliati e offesi. Occorre insomma distinguere, e rispettare quanti alla politica si sono dedicati anima e corpo, senza miliardi alle spalle, senza particolari ambizioni se non di portare un piccolo mattone alla costruzione della “Città futura”.

Addio, compagno Renato.

Angelo d’Orsi

(11 marzo 2013)

Undici tesi sul risultato elettorale di Angelo d’Orsi

Undici tesi sul risultato elettorale

di Angelo d’Orsi da Micromega

elezioni

Nel cinquecentenario del “Principe”, il pensiero di Machiavelli ci aiuta a riflettere sulle cause della sconfitta elettorale della sinistra. Che potrà risollevarsi soltanto con quello che Gramsci chiamava “un lento lavorio culturale”. Riscoprendo il senso autentico della politica come ricerca e lotta per una società migliore. 

E ora? Mi aggiro in uno scenario che non mi piace: la fastidiosa sbornia dei vincitori; le grottesche giustificazioni dei perdenti; il silenzio imbarazzato di chi pronosticava tutt’altro esito; e, personalmente, tento di elaborare il lutto, essendo tra coloro che votavano sapendo di essere comunque sconfitti, al di là dei risultati specifici ottenuti dalle liste su cui avessero tracciato il loro segno. Sconfitto, in quanto nessuno dei contendenti esprimeva il mio pensiero, e soprattutto, anche chi sentivo più vicino, aveva scelto procedure e metodi all’insegna di una “vecchia politica” (non trasparente, non democratica, verticistica, e comunque battuta nelle urne) nella costruzione del progetto e nella definizione delle liste. E poiché non faccio il politico, di professione, bensì lo studioso, invece di imprecare, o gioire, o giustificare, provo a ragionare, sulle cause di quella che è comunque una sconfitta forse epocale della sinistra, o almeno di quello che finora abbiamo chiamato “sinistra”. E l’esito della mia riflessione è per me devastante. Mi sento solo, come non mai. Eppure le possibilità di vedere una luce esistono, almeno sul piano della mera logica. Con uno sforzo non indifferente, cerco di fare luce in questa nebbiosa situazione postelettorale. Chiedo aiuto al “Segretario fiorentino”, il grande Niccolò, ricordando che Il Principe – il capolavoro della teoria politica di tutti i tempi – fu da lui scritto esattamente mezzo millennio fa, sulla base dell’esperienza politica diretta, e sulla base della conoscenza della storia: le due fonti del pensiero di Machiavelli: un ausilio indispensabile ancora per riflettere sull’universo politico. E mi perdoni Marx, per il vezzo delle undici tesi.

Prima tesi. Non si sconfigge l’avversario diretto ignorandolo, o usando contro di lui il fioretto.

La campagna elettorale di Bersani, di Vendola, di Ingroia è stata minimalista, sia nelle forme, sia nel contenuto. Tutti e tre, e i loro alleati, sono caduti nell’errore di ostentare un atteggiamento di sicurezza sui risultati, ritenendo non solo fuori gioco Berlusconi, ma non attaccandolo neppure con energia. La campagna “bene educata” l’aveva già condotta Veltroni nella precedente tornata elettorale con i risultati disastrosi che conosciamo. Non si vince facendo le allusioni, le battutine, e nutrendo di metafore il proprio discorso. Ti devi presentare come avversario, non come socio e neppure come condomino. Specie in una contesa in cui l’avversario ti attacca in modo violento. Anzi, in una campagna elettorale l’avversario diventa nemico: e i nemici bisogna “spegnerli”, insegna Machiavelli. La rivoluzione non è un pranzo di gala (Mao), ma non lo è neppure una elezione in un momento drammatico come il presente della storia d’Italia. Ingroia, addirittura, ha commesso il solito errore (un errore storico della sinistra in Italia) di attaccare più spesso e con maggior foga sia i suoi possibili alleati (ossia coloro che poi a giorni alterni invitava all’alleanza), che il nemico n. 1, ossia Berlusconi. Bersani, ha posto sullo stesso piano il PDL e M5S. E ora, nelle lungaggini del trattativismo post-voto sembra essere ancora oscillante, tra i due poli.  In ogni caso è mancata a tutti i candidati del Centrosinistra l’aggressività necessaria, tanto più in una situazione catastrofica come la presente. Nessuno di loro ha saputo essere “lione”; ma, ahinoi, neppure “golpe”: né energia, né astuzia. Quello invece che hanno mostrato Berlusconi e Grillo (Monti era dal canto suo piuttosto patetico, e il Vaticano, massoneria e Confindustria non gli sono bastati a farlo decollare). 

Seconda tesi. Mai sottovalutare i contendenti

Non si ignorano, gli avversari, ma non si devono neppure prendere sotto gamba. Machiavelli insegna “prudenza”: che vuol dire tante cose, ma innanzi tutto contezza piena delle situazioni. Capacità di prevenire i danni. Predisposizione di strumenti difensivi contro le avversità. 
Bersani ha dato per acquisita la vittoria del PD, e del Centrosinistra. Non ha condotto neppure una vera campagna elettorale. Non ha insistito per la cancellazione del “Porcellum”, convinto che il suo partito sarebbe stato il partito di maggioranza relativa e avrebbe potuto ottenere il meritato premio previsto dalla legge escogitata dal signor Calderoli, uno dei peggiori personaggi che abbiano calcato la scena pubblica italiana; ovvero ha posto barriere insormontabili sulla strada che conduceva alla nuova legge che invano tutti reclamavano (ma che nessun partito a dire il vero auspicava). Con un misto di ingenuità e di utopismo (in barba dunque al realismo machiavelliano, e agli inviti alla prudenza), il buon Bersani si poneva già i problemi tecnici del “dopo” (e per giunta in modo generico, che non dava l’idea di una sicurezza sul dopo, appunto), convinto di esser investito della presidenza del Consiglio sortito dalla nuova Legislatura, ostentante la certezza che l’asse della destra non potesse rappresentare un vero pericolo, né a livello nazionale, né locale, in vista delle Regionali. Questo nasce dall’ignoranza: non si studia, non si può combattere. La sconfitta in Lombardia, più del resto, lo ha smentito in modo clamoroso, rispetto ai proclami di vittoria annunciata. L’insistenza nel disconoscere la natura di movimento organizzato ai “grillini”, l’impiego di questo termine riduttivo, e il chiamare il fondatore giullare, comico, disconoscendone le qualità politiche, e dunque sottovalutandone l’impact factor, è stato un gravissimo errore. Circola in queste giornate postelettorali la fatidica frase di Piero Fassino (uno che di frasi fatidiche ormai ha una bella collezione): “Grillo si fondi un partito, se ne è capace. E vediamo quanto prende!”. No comment.

Terza tesi. In una competizione ci si deve differenziare

In una campagna elettorale, occorre apparire diversi dagli altri contendenti: nei contenuti, nelle parole d’ordine, nelle modalità di comunicazione. E dico apparire, non necessariamente essere. Di nuovo Machiavelli insegna. Il principe deve parere di avere certe virtù… , non necessariamente averle.
Bersani si è differenziato pochissimo da Monti. E anzi ha fatto intendere più volte che si sarebbe alleato con lui, dopo le elezioni, qualsiasi fosse stato l’esito. Essendo il PD reduce da una esperienza di sostegno al governo “tecnico”, che ha fatto una politica ferocemente classista, “di destra”, sarebbe stato tanto più necessario differenziarsi. Sembrava invece che Bersani si ponesse il problema di essere altrettanto tranquillo e sereno del professore bocconiano, e parlava il suo stesso linguaggio, accettava i dogmi del fiscal compact, e usava l’Europa come un comandamento: “Ce lo chiede l’Europa…” ripetuto come un mantra. Berlusconi e Grillo si sono fortemente differenziati, anche con menzogne palesi, con boutades, con provocazioni. Ma si sono fatti “notare”. Ci si può porre in evidenza, senza mentire, ma disegnando il proprio profilo politico in modo netto, e comunicandolo in modo efficace. A Bersani e Ingroia è mancato l’una e l’altra cosa. Perché nessuno dei due, né il terzo dell’area di Centrosinistra, Vendola, ha la statura del “capo”. Bisogna avere il coraggio di dirlo. Sono tre “brave persone”, degne di stima, ma politicamente modeste, capaci in qualche caso (Bersani da un lato, Ingroia dall’altro) di commettere errori catastrofici: Bersani di sostenere Monti invece di reclamare le elezioni alla caduta di Berlusconi nel novembre 2011 (nel Centrosinistra parlamentare solo Di Pietro lo fece, a suo merito). Oggi, per giunta, il capo deve essere un oratore, un comunicatore, un persuasore. Con quel tanto di capacità di spettacolo necessaria nella politica postmoderna (e postdemocratica), ma con molto sangue freddo e assoluta determinazione a vincere (altrimenti si rimane lontanissimi dal modello idealtipico rappresentato nel Principe). 

Quarta tesi. Vince chi include non chi esclude, chi allarga non chi si chiude

Differenziarsi, non significa parlare solo a chi è già dalla tua parte: occorre coinvolgere e convincere chi invece non è dalla tua parte, facendo passare il contenuto non lo schieramento. Occorre per vincere allargare il proprio campo, invece di restringerlo con parole d’ordine escludenti (gli errori tipici del massimalismo dei partiti della cosiddetta “sinistra radicale” transitati in Rivoluzione Civile). M5S ha vinto sulla base di questa filosofia politica: allargare e includere. Ora, non c’è dubbio che la sinistra debba differenziarsi da ciò che sinistra non è, ma deve anche compiere uno sforzo di inclusione, prima che di esclusione, di allargamento del proprio bacino elettorale. I referendum vittoriosi del 2011 hanno dimostrato che la sinistra vince quando parla oltre lo steccato del suo “popolo”. Si può vincere perciò solo se si fanno cadere gli ideologismi, pur tenendo fermi i valori e i princìpi. La sinistra in senso canonico è minoranza, e ha intorno a sé un’aura negativa; è la parte perdente, sono gli eterni sconfitti, gli sfigati, quelli tristi, con le donne racchie e così via. La sinistra deve persino smettere di presentarsi come sinistra, ma deve portare avanti contenuti di sinistra. L’acqua pubblica non è forse “di sinistra”? È di sinistra ciò che appartiene a tutti e tutte, che è percepito come “bene comune”, come patrimonio collettivo. Essere di sinistra vuole anche dire interpretare le istanze della comunità, ossia quelle che interessano la stragrande maggioranza della popolazione. Ma fare politica vuol dire cercare di conquistare il potere (Machiavelli, ancora), considerando però il potere non come fine ma come mezzo. Un mezzo per realizzare il bene comune, ossia il bene della polis. Questa è la sfida più ardua, perché il popolo italiano è fatto di individualisti, e soprattutto di individui intesi alla difesa del bene privato. E allora occorre far capire che l’interesse della collettività può identificarsi in quello del singolo: lo Stato che funziona, l’aria respirabile, un fisco equo, e così via. Il messaggio di Berlusconi: noi vogliamo che il cittadino non senta più lo Stato come un nemico, è un messaggio perspicace. Troppo spesso noi tutti sentiamo lo Stato (dal fisco alla polizia) come nemico. Perché la sinistra non ha saputo lanciare un messaggio analogo? I messaggi sul fisco – oggi lo Stato è per la quasi totalità della popolazione italiana, il fisco – del Centrosinistra e della sinistra sono stati balbettanti e incerti, e soprattutto incapaci di intercettare quell’individualismo, in qualche modo lasciarlo “sfogare”; e quindi indirizzarlo verso la comprensione dell’interesse collettivo. 

Quinta tesi. La televisione rimane il primo mezzo di formazione delle opinioni della cittadinanza.

La televisione a dispetto degli anatemi di Grillo, conta, eccome! E il successo di M5S è stato determinato anche dalla tv: il fatto che i suoi esponenti rifiutassero, per diktat del capo e indicazione del gran sacerdote, Casaleggio (sul quale è ora di fare un po’ di chiarezza), di partecipare a programmi ha fatto sì che di loro si parlasse sempre e dappertutto, mostrando le immagini del Gesù-Grillo che attraversava le acque, che somministrava sacramenti politici, che teneva omelie incendiarie. Paradossalmente sono stati presenti anche da assenti. E presentissimi, anzi. 
D’altro canto, la tv attraverso programmi di intrattenimento o di attualità, sia con i suoi giornalisti, sia con i suoi comici, ha svolto un ruolo decisivo, più che mai, forse. Ricordo: a) La trasmissione Report ha messo di colpo fuori gioco Di Pietro e un intero partito (denunciando, ma non senza incorrere in errori, di fatto irreparabili); b) La trasmissione Servizio Pubblico ha rimesso in gioco Berlusconi in un tornante decisivo della campagna elettorale: la conduzione di Santoro si è tradotto in un straordinario assist a Berlusconi, non contrastato neppure da un avversario storico come Marco Travaglio; c) le imitazioni di Crozza sono state a loro volta assai pesanti nell’orientare l’elettorato: Ingroia ne è uscito massacrato, con una evidenziazione impietosa dei suoi difetti di comunicazione e di convinzione politica; Berlusconi al contrario è apparso un giuggiolone simpatico; d) le scene animaliste (Monti col cagnetto, Bersani col giaguaro) hanno buttato tutto sul piano della burletta, certo non facendo guadagnare consensi ai due candidati; e) nei talk show i candidati del Centrosinistra e di Rivoluzione Civile hanno rimediato sempre pessime performances, ancora una volta sottovalutando la specificità del mezzo. Grillo intanto aggrediva, mordeva, e pure da fuori del piccolo schermo, veniva ogni giorno messo in prima linea. Si parlava di Grillo, si mostrava Grillo, si temeva Grillo, si auspicava Grillo… Era onnipresente e si accendevano i televisori per conoscere la sua ultima impresa, che veniva preparata con annunci e previsioni: ci si chiede, quante persone porterà in piazza il “comico genovese?”…. Che cosa avrà oggi combinato Grillo?!… 
Ma la sottovalutazione della potenza della tv ha indotto il Centrosinistra nelle sue due stagioni al potere a sottovalutare il conflitto di interesse, e a non riuscire neppure a portare avanti uno straccio di proposta di legge. Il che ha consentito al Cavaliere Berlusconi di continuare a godere di una posizione dominante che ha facilitato sempre la sua azione in modo abnorme. 

Sesta tesi. La politica si fa dappertutto

La sinistra storica sembra aver dimenticato la piazza: a cominciare dalla piazza, intesa come spazio fisico nelle città, ove invece Beppe Grillo, anche grazie alla sua notevolissima energia fisica, alla sua verve comica, al suo linguaggio dirompente, ha giganteggiato. Erano spettatori, i suoi, ma erano anche militanti e sempre più, nel corso delle settimane, veri e propri fedeli: non si ammetteva dissenso; la stessa figura del dissidente era presentata come eretica. Il suo ducismo inquietante per chi, come me, lo guardava dall’esterno, ha avuto effetti interni di compattamento della folla, e della sua trasformazione in forza dirompente. La misura stessa era impressionante, e finiva per galvanizzare i presenti da una parte, ma anche per suscitare ammirazione (e invidia, preoccupazione, turbamento…) negli altri. Sentirsi parte della casa comune, e insieme membri della comunità dava la sensazione dell’invincibilità ai “grillini”; i cittadini diventavano militanti, i militanti fedeli, i fedeli missionari. Siamo tanti, saremo sempre di più, stiamo arrivando, siamo contro, vogliamo fare la rivoluzione…. Fino al mitico: “Arrendetevi!”: linguaggio fascistoide, antiparlamentarismo sciagurato, ma messaggio di straordinaria potenza, in quanto raccoglieva il bisogno di fare tabula rasa, di cancellare la “casta”, di eliminare il regime dei privilegi: era davvero la Piazza contro il Palazzo. O così veniva presentata, con la curiosa aporia che coloro che contestavano il Palazzo stavano cercando di arrivarci, non con l’assalto al Palazzo d’Inverno, ma con il ricorso alle schede elettorali. E che il Movimento era stato pensato da un miliardario e guidato da un altro miliardario. Come la Lega Nord che ha tuonato contro Roma, ma appena ci è giunta si è ben sistemata. O si era sistemata, visto che ora è naufragata, fino alla vittoria dell’orrido Maroni in Lombardia, che è facile presumere darà nuova linfa al verde stinto di un partito in stato comatoso. È evidente che la quasi scomparsa del movimento di Bossi è correlata all’emergere del movimento di Grillo, anche se non sono affatto la stessa cosa: e il popolo del primo non si è travasato, se non in parte, nel secondo. Ma ci sono elementi di inquietante analogia. 
Ma Beppe Grillo ha insegnato che la politica si fa anche nella piazza virtuale del Net. E ha saputo sfruttarla in modo efficace e capillare. La sinistra e il Centrosinistra che ormai hanno mostrato di non sapere più controllare le piazze delle città, non hanno peraltro neppure imparato a usare questo strumento con la necessaria e oggi indispensabile abilità. Machiavelli teorizzava la necessità di “milizie proprie”: oggi sono i militanti che si portano in strada, che sanno di combattere per qualcosa che li riguarda profondamente, e li tocca da vicino; la sinistra e il Centrosinistra ha ormai pochissime milizie proprie. Non solo e forse non tanto sul piano fisico, ma soprattutto sul piano dell’entusiasmo. Troppe sconfitte, troppe delusioni, troppa disaffezione, troppo scontento. Se Berlusconi aveva milizie mercenarie (aborrite da Machiavelli), se Monti ha usato milizie ausiliarie (apparati confindustriali e di enti finanziari e così via), la sinistra ha sempre fatto ricorso a “ milizie proprie”. Ma stavolta esse sono state surclassate, per numero, energia ed entusiasmo, da quelle del Movimento di Grillo. Ammettiamolo. E come non pensare che il fortissimo travaso di voti dal Centrosinistra al M5S ne sia una conseguenza e insieme una prova?

Settima tesi. Se ci si presenta come “nuovi”, occorre esserlo davvero (o almeno sembrarlo).

Il “novitismo” è una delle malattie della “postdemocrazia”. Innovare, ringiovanire, cambiare: che cosa? Non sempre si spiega. Ma introdurre l’innovazione nella politica. Tutti vogliono presentarsi come “nuovi”. Ma le forme contano. E Grillo ha innovato il linguaggio nel senso che ha cancellato il lessico della politica tradizionale (perciò anche l’accusa di “antipolitica”) e ha fatto ricorso alla lingua di tutti i giorni, alla lingua del bar, del vagone ferroviario. Una sorta di futurismo eversivo, che parlava di giovani (anche se era portato avanti da un sessantenne), che ha trasformato le forme tradizionali della comunicazione politica in eventi, in serate futuriste, appunto; in spettacolo gratuito e coinvolgente (si ricordi che gli spettacoli di Grillo erano sempre stati a pagamento, e mi risulta neppure a prezzi popolarissimi). Ma senza mai perdere la forza della mobilitazione. Grillo ha saputo far sentire protagonisti i gregari. 
Il Centrosinistra si è convinto (o così ha fatto credere) che le primarie (e le “parlamentarie”) fossero la novità dirompente della vita politica italiana. Le quali dietro l’apparenza della democrazia, sono state, a dire il vero, un esercizio feroce di lotte intestine, occasioni di regolamenti di conti, e hanno premiato non i migliori ma coloro che erano capaci di acchiappare, variamente prezzolati, voti (che non si identificano nei consensi), tra amici e parenti, e tra sconosciuti reclutati con modalità assolutamente poco trasparenti. Non ha più osato tirare in ballo la “diversità” comunista, seppellita da un trentennio di scandali, culminati in quello del Monte Paschi Siena. Eppure quella diversità (socialista e poi comunista) era stata una vera carta di identità. Buttata alle ortiche, come l’intera storia di un movimento, e non soltanto di un partito: il movimento del riscatto del popolo. E ci si è baloccati sulle primarie, scimmiottate da un sistema (statunitense) che ha tutt’altro fondamento storico e tutt’altre regole (non ottimali, peraltro!). La diversità è stata cancellata in una pratica amministrativa sempre più priva di motivazioni ideali. E di spinta capace di raccogliere il grido di dolore dei ceti subalterni. 
Ad essi, invece, ha mirato a dare voce Rivoluzione Civile. Ma la scarsa trasparenza, e l’assoluta assenza di processi democratici e dal basso – che invece venivano perentoriamente proclamati come segno di “diversità” – ha caratterizzato l’intera operazione guidata, assai male, da Antonio Ingroia, cittadino stimabilissimo, ottimo magistrato, mediocre politico, pessimo comunicatore. Antipatico ricordare le proprie “profezie” e i propri ammonimenti; ma non sono stato certo il solo a mettere in guardia contro procedure non democratiche, non trasparenti, e pratiche della più canonica politica politicistica. Io che ho creduto all’inizio nel progetto da cui è nata RC, ho messo in guardia ripetutamente contro il pericolo di compiere errori che si sarebbero rivelati fatali (ancor prima che nascesse RC, scrissi un promemoria intitolato 21 punti per un politica rinnovata, pubblicato su questo spazio, il 17 dicembre 2012, e raccolto anche subito sul sito del Movimento Arancione). Ma ne sono stato profondamente deluso, come ho già spiegato in un precedente articolo qui (Pensieri di un cittadino perplesso davanti alle elezioni, 17 febbraio). Ci si può presentare come “nuovi” se le facce sono le stesse? Se le liste si formano in modo verticistico e nient’affatto trasparente? Se non si ascoltano i famosi “territori” – che si ripete di voler rappresentare – e si riciclano le intere segreterie dei partiti confluiti nella lista? Se le modalità di comunicazione e le parole della propaganda sono vecchie e stantie?
Per di più quelle parole, e quelle facce, erano state perdenti da anni. Come si poteva immaginare di rovesciare la tendenza, senza cambiare né le une, né le altre?

Ottava tesi. La campagna elettorale si fa su temi concreti e in modo semplice

Bersani, parlando già da capo del futuro nuovo governo, non ha assunto un impegno chiaro su nulla. Ha fatto discorsi, talora alti e nobili, anche con qualche momento di enfasi, che non hanno affrontato i problemi urgenti e drammatici della grande maggioranza della popolazione. Che non hanno fatto che ripetere i temi della famigerata “Agenda Monti”. Che hanno dato per acquisiti una volta per tutte i dettami della Troika che impera sull’Europa. Che non hanno provato a entrare nel vivo di cose banali, eppure essenziali, come il funzionamento dei trasporti e della scuola, come la difesa e la valorizzazione dei musei, degli archivi e delle biblioteche, come la tutela del paesaggio. Il PD ha continuato, come faceva Monti, e come facevano i signori del PDL, e tutta la variegata destra italiana, a dare per scontato il micidiale progetto TAV (come è stato possibile che a Bersani sia uscita fuori una frase, che, per giunta voleva esser spiritosa: “è solo un treno!”?): M5S ha conquistato il suo successo proprio sulla lotta al TAV, che ha capito essere una questione nazionale, di forma e di sostanza. La sua battaglia ha avuto ben maggior successo di quella altrettanto ferma condotta dal PRC e dalla variegata galassia della sinistra extraparlamentare che ora ha tentato invano di ritornare alle Camere. Perché? Forse perché M5S non si è connotato ideologicamente, e ha catturato l’adesione e il sostegno di valligiani e valligiane assolutamente non “di sinistra”, che anzi si spaventano ancora davanti a una bandiera rossa e al simbolo Falce e Martello. E la stessa battaglia Grillo l’ha condotta ovunque ci siano, a dispetto delle cifre fantasmagoriche stanziate per l’alta velocità ferroviaria, condizioni di disagio mostruoso per i viaggiatori “normali”, il popolo bue che non si può permettere di stanziare 30 euro per un viaggio Torino – Milano. Il viaggio sulla Roma-Viterbo del Grillo formato Striscia la notizia, è stato significativo in tal senso, ed è valso forse più di migliaia di manifesti elettorali.
E comunque la concretezza implica la capacità di dare risposte a domande elementari che sono l’oggetto delle chiacchiere quotidiane della gente semplice. Come si può accettare che i treni per pendolari siano schifosi e lenti, e ogni giorno se ne sopprimano decine senza avvertire? Come si deve interagire con i flussi migratori? Come si può tollerare come “imposta legata al possesso” il canone Rai davanti alle milionate erogate nei compensi alla Littizzetto? Non si può rispondere in modo astratto evocando Kant per il diritto all’universale ospitalità, o la bellezza delle tasse, o la validità complessiva del servizio pubblico radiotelevisivo e i suoi costi inevitabili. Occorre che chi fa politica sappia parlare con le vecchine insopportabili perennemente nella sala d’attesa del medico della mutua, e con i pendolari inferociti di Chivasso o di Rho. Grillo l’ha saputo fare. Con demagogia, con artifizi, con prestazioni spettacolari; ma ha saputo cucinare il suo elettorato, e galvanizzare il suo popolo, ogni giorno più ampio. 

Nona tesi. In Italia la destra è forte

Forte e irriducibile, perché risponde a interessi precisi e a una diffusa carenza di senso dello Stato. Essere di destra per gli italiani significa badare al proprio particolare: per nobilitarli, contrapponiamo, classicamente, Guicciardini a Machiavelli. Il secondo esprime una tensione alla politica come ricerca del bene comune; il primo una esaltazione dell’interesse privato, del singolo. Le proposte politiche delle formazioni di destra vanno appunto in tale direzione. Io vi toglierò l’IMU. Anzi, restituirò a ciascuno di voi l’importo pagato. La trovata di Berlusconi, l’ultimo suo coup de théâtre intercetta esattamente quel sentimento dell’uomo o della donna che “bada ai fatti suoi”. Forse qualcuno degli elettori che ha votato PDL ha capito che era una trovata, ma l’ha votato perché ha pensato che fosse normale mettere in vendita il proprio voto. Un Paese in cui l’etica pubblica è stata devastata da Berlusconi, ma non è mai stata alta; e il senso dell’interesse comune, è sempre stato debolissimo; una proposta del genere era lecita. O tale è parsa. In Francia, in Germania, in Inghilterra e dappertutto, ben oltre i confini dell’Unione Europea, sarebbe impensabile. Dunque la destra in Italia è forte ed è misera culturalmente, quanto aggressiva politicamente. 
Si tratta di una destra diversa da quella europea, che, dovunque, conserva il senso dello Stato, anche se volto magari in un antipatico “interesse nazionale”. Non è neppure assimilabile ai movimenti neonazi. È la destra di chi continua a fregarsene, che anzi non ha mai smesso di pensare “Me ne frego”, anche se non osa più dirlo. Una destra ideologicamente disponibile a capriole, ma sul piano sostanziale fermamente legata a grovigli di interessi privati, da quelli di singoli, a quelli di centri finanziari, laici e religiosi, di gruppi industriali. E spesso collusa con organizzazioni criminali: almeno questo, alla sinistra manca. 
Questa destra, con le sue rozzezze spaventose, con i suoi personaggi spesso disgustosi, è stata capace di creare un senso comune, di far credere ai cittadini di essere “tutti sulla stessa barca”, di confondere interessi degli uni e bisogni degli altri, oppressi e oppressori. Questa destra è in grado di unirsi ogni volta che vi sia il rischio di essere battuta dalla sinistra. Da ultimi, Maroni e Berlusconi hanno impartito una lezione di politica al Centrosinistra: si detestavano, si sono insultati, si sono dati reciprocamente il benservito, eppure davanti al rischio fortissimo della vittoria del Centrosinistra alla Regione Lombardia hanno privilegiato che li univa su ciò che li divideva. Il che, tra l’altro, dimostra, ad abundantiam, che la destra non è solo espressione ideologica, ma rappresentanza di interessi materiali: interessi corposi. L’area progressista, se così vogliamo chiamarla, non ha battuto ciglio: ha atteso fiduciosa gli eventi, nella certezza che sarebbero stati favorevoli. Nella campagna elettorale nazionale Bersani e Ingroia si sono reciprocamente rinfacciati voto utile e voto disgiunto, alleanze cercate e rifiutate, e così via, fornendo uno spettacolo penoso all’elettorato. 

Decima tesi. La sinistra è debole

Debole, rissosa, autolesionista, al limite del masochismo. Dopo la rottura nel Governo Prodi, seguita dalla fondazione di un altro micropartito comunista, dopo l’espulsione dal Parlamento, abbiamo assistito a una infinita, sempre più triste vicenda di scissioni, faide interne, uscite, rientri, rotture definitive. Una parte della sinistra, dopo la fine del PCI, una fine decisa da una persona (ricordate il prode Achille?), e sostenuta dalla dirigenza, e accettata dalla gran parte della base, disorientata, si è immediatamente tuffata nel gorgo del turbocapitalismo, mentre arrivava addirittura a negare la propria storia e a tentare di smacchiare il rosso della colpa comunistica. Si accettò la logica e il lessico dell’avversario. Si accolse il “Libero Mercato” (che era tutt’altro che libero) e il sacro dogma del Profitto, come unica via. E si introiettarono ipso facto i vizi degli “altri”. La questione morale, morto Enrico Berlinguer, fu rapidamente posta nel sottoscala. Fino ad essere addirittura considerata irrilevante con gli anni Novanta. E nell’età berlusconiana la si perse del tutto di vista. Dall’altro canto, ciò che rimaneva della sinistra che si ostinava a chiamarsi comunista, si consolava con la intelligenza delle proprie analisi, chiudendosi in se stessa, sempre più incapace di dialogare con quel popolo proletario che intendeva rappresentare. E ciascuna delle sue componenti, come sempre, si autorappresentava come un universo chiuso. E detentore della verità. La dis-unità era nei cuori, e nelle menti, prima che nelle organizzazioni. 
Gramsci aveva l’ossessione dell’unità. Lenin diceva ai comunisti italiani: separatevi dai socialisti e poi alleatevi con loro. Machiavelli invitava all’unità i sovrani d’Italia per scacciare lo straniero “A ognuno puzza questo barbaro dominio”. Gli stranieri sono i Berlusconi, e i suoi berluscones; i Maroni, e le sue camicie verdi. E così via. O siamo noi. Se non vogliamo accettare anche noi, noi che siamo l’altra parte, anzi l’altra Italia, la logica della secessione (secessione morale, e politica, invece che geografica; e la tentazione, confesso, in me è assai forte), e se la sinistra non vuole rassegnarsi alla chiusura nel museo delle cere, con le sue figurine di album, i suoi ritagli di giornale, le sue canzoni e le sue vecchie gloriose e sdrucite bandiere, che si può fare?

Undicesima tesi. Che fare?

Non mi interessano le epurazioni e le dimissioni reclamate o minacciate. Chi sente di dimettersi lo faccia. Ma non per finta. Onore a Di Pietro, ancora una volta, che ha annunciato subito le sue dimissioni dalla presidenza dell’IDV. Ma questo non è ciò che comunque è necessario, anche se sarebbero gesti apprezzabili (il primo a offrirle dovrebbe essere peraltro Bersani, che ha subito dichiarato che non ha intenzione di “abbandonare la nave!”. Rovesciando il valore morale che noi attribuiamo alle dimissioni in gesto di viltà. Notevole!).
Ma non mi piace la mancata assunzione di responsabilità. Bersani e Vendola non mi pare abbiano detto: abbiamo sbagliato (il secondo si è spinto a proclamare: “missione compiuta”, sfidando coraggiosamente il ridicolo). Quanto a Ingroia addirittura (non diversamente da Crosetto, naufragato con la sua barchetta dei Fratelli d’Italia), ha dato la colpa ai media e…, naturalmente, al PD. Affermazioni siffatte sono persino peggio della sconfitta. (Onore a Pierferdinando Casini, che ha ammesso la sconfitta del suo partitino).
Al di là di queste piccolezze, io credo che occorra ripartire da capo, pur pesti e doloranti; pur laceri e contusi; pur scoraggiati e con l’amaro in bocca e la disillusione nel cuore. Ripartire vuol dire quello che ancora Gramsci (il maggiore interprete-attualizzatore di Machiavelli, non a caso), chiamava “un lento lavorio culturale”. Occorre lavorare per una “riforma intellettuale e morale”, sapendo che le vittorie si costruiscono sui tempi lunghi. E che le scorciatoie, quando non si è guidati da un Vladimir Ilič (!), sono impraticabili. La questione morale trascurata a sinistra è stato invece il cavallo di battaglia vincente di Grillo. La legalità non può essere oggetto di merce di scambio. La Costituzione va difesa anche contro le pretese dei tecnoburocrati europei. E invece, accanto alla questione morale, appunto la legalità costituzionale, è stata obliterata, quasi fossero temi non à la page
E invece la sinistra che voglia vincere senza rinnegare la sua ragione sociale, deve proporre una politica sostanziata di cultura e prima di chiedere voti occorre costruire una grande pedagogia di massa, che raggiunga uno per uno gli abitanti di questo Paese, li faccia maturare, che sveli cosa si nasconde dietro il velo dell’ideologia, che dia una coscienza a chi non ce l’ha, o la faccia ritornare a chi l’ha smarrita. Se la sinistra radicale vuole sperare ancora, deve davvero fare tabula rasa, e ripartire con modestia e con rigore dal basso. Se la sinistra moderata o l’intero Centrosinistra non vuole regalare al “giullare” Grillo – e al suo confuso interclassismo populistico – l’intero Parlamento, si guardi da ogni collusione con la destra, da ogni cedimento sui princìpi. Non è facendo un governo di “grande coalizione” che si salva il Paese, e soprattutto si salvano i poveri, i lavoratori supersfruttati, i disoccupati, i lavoratori in nero, i precari, i migranti umiliati e offesi, i pensionati che attendono la morte come liberazione dal bisogno. 
Il successo di M5S non mi ha fatto gioire, ma è la resistenza e la nuova rinascita di Berlusconi e dei suoi che mi ha angosciato, anche per la cecità della classe politica del Centrosinistra, da Napolitano a Prodi. Può essere uno stimolo, tuttavia, il successo di M5S. Esso ha canalizzato l’indignazione sia pure in un movimento bislacco, che è diventato improvvisamente “di moda”, perché può piacere un po’ a tutti; l’indignazione, da noi, a differenza che altrove, non ha prodotto alcun movimento di protesta di massa. M5S ha dato forme discutibili alla diffusa indignazione, secondo parole d’ordine e analisi certamente estranee alla cultura e alla tradizione politica della sinistra, e ideologicamente per tanti versi, addirittura, etichettabili come “di destra”. Eppure ha raccolto alcune delle istanze degliIndignados e dei movimenti Occupy. È stato il solo a farlo, su un piano di massa. Solo il movimento No TAV nell’Italia degli ultimi anni, ha saputo avere continuità di lotta generale, anche se essenzialmente sul piano locale, e a partire da una battaglia specifica. Il NO TAV nazionale è stato solo un bel desiderio, mai divenuto realtà. 
“A ognuno puzza questo barbaro dominio”, scriveva Machiavelli chiudendo Il Principe nel 1513. Ma per liberarsene davvero, quale che sia il nome dello straniero da cacciare o del nemico da spegnere, consapevoli che il berlusconismo sopravviverà a Berlusconi, occorre cominciare a scavare dentro di noi, nelle nostre coscienze, nelle nostre frasi fatte, nei nostri preconcetti e pregiudizi. E buttare via tutto ciò che in qualche modo riconduca alla fatuità volgare, alla disonestà pubblica e privata, all’egoismo, alla vanità. Prestare attenzione ai fenomeni sociali. Interrogare e ascoltare, prima che imbonire e indottrinare (vanamente, peraltro). E così, lentamente, tentare di metter in luce il senso autentico della politica, come ricerca e lotta per realizzare una società in cui valga la pena di vivere. E in cui, prima ancora, sia possibile sopravvivere. Il cammino è lungo e irto di ostacoli. Ma le elezioni non sono l’unico modo per segnare le tappe del nostro incedere. E dunque non cediamo – noi intellettuali, ma in generale noi che alla sinistra crediamo ancora – alla tentazione di ritirarci nel cenobio. O peggio di badare ai “fatti nostri”. Continuiamo a occuparci, come incitava Sartre parlando della funzione dell’intellettuale, a occuparci dei fatti di tutti.
La lotta, in fondo, è appena cominciata. 

(1 marzo 2013 )

Pensieri di un cittadino perplesso davanti alle elezioni di Angelo d’Orsi

Pensieri di un cittadino perplesso davanti alle elezioni

di Angelo d’Orsi in Micromega

L’assenza di grandi temi come scuola e cultura, sanità e diritti civili. L’avanspettacolo del Cavaliere e il ducismo di Grillo. La debolezza del Pd e l’occasione perduta di Rivoluzione Civile. Riflessioni amare su una campagna elettorale sconfortante. 

di Angelo d’Orsi

La campagna elettorale si avvia alla sua mesta conclusione. Come che finisca, giungeremo stremati, disgustati, e fino all’ultimo – per quanto mi concerne – incerti non su chi votare, ma se votare. Lo so, è un gesto inutile e autolesionistico, l’astensione; del resto, personalmente, ho fatto una pubblica dichiarazione di voto (sull’ultimo fascicolo di MicroMega, rivista), anche se da quando ho scritto quel testo, ad oggi, sebbene non siano trascorsi troppi giorni, la mia incertezza è cresciuta. Eppure la tentazione di strappare la scheda, di annullarla, o addirittura di non recarsi alle urne è forte. Alla fine, come sempre, compirò “il mio dovere” civico, e traccerò le fatidiche croci sui due pezzi di carta, pensando: Scripsi, et salvavi animam meam. E uscirò dal seggio pensando che rifiutare il gioco sarebbe stata cosa non buona e giusta, ma forse salutare, almeno per me.

Come si può, in effetti, accettare tranquillamente di “aderire”, piuttosto che “sabotare”, se i rappresentanti delle diverse liste del certame elettorale (per essere forbiti; ma la tentazione di parlare di fiera del bestiame è forte), fanno di tutto per allontanare il cittadino dal solo momento di “potere” che il sistema politico liberale gli concede? Comunque, educato a pane e Hegel, compio ugualmente lo sforzo immane di cittadino moderno, recito le mie orazioni laiche, leggendo le gazzette. Voglio essere informato e consapevole, cercando di reggere allo scoramento; anche se alla tv resisto davvero poco. Leggo, ascolto candidati e commentatori, mi documento. E il risultato, ancora una volta, è devastante.

In sintesi, non soltanto le facce della gran parte dei candidati, i loro slogan, la grafica dei loro manifesti (sapete quanto costa stampare e diffondere su tutto il territorio nazionale un manifesto elettorale di grande formato? Intorno ai duecentomila euro. Fatevi i conti!), ma il contenuto del loro messaggio politico risulta deprimente. I grandi temi sono tutti assenti: non si parla di cultura (Gian Antonio Stella ha denunciato al riguardo tale assenza macroscopica sul Corriere della Sera), si parla pochissimo di scuola e università, non si parla di sanità e di trasporti (non sono parlare di trasporti le frasi roboanti sul corridoio 5, da Lisbona a Kiev, come è stato definito dagli esperti “una leggenda”: ha ragione Grillo, quando a Palermo, urlò alla folla nel comizio: “ma a me che cazzo me ne frega di andare a Kiev, che è pure una città di merda, se per andare a Siracusa ci metto sei ore!?”), è assente la politica estera, se non come cenno obbligato e stucchevole all’Europa.

Se guardiamo alla campagna delle forze di Centrosinistra, v’è da rimanere allibiti: assenti i temi civili, forse per timore di dispiacere al Vaticano (eccezion fatta per Vendola, che del resto ha detto qualche parola sulla cultura, anche). Assente l’elenco, che avrebbe dovuto essere implacabile e martellante, delle malefatte di Berlusconi e del berlusconismo; un male in realtà da cui esse stesse, a dire il vero, ormai sono largamente affette, anche quando non vi siano specifiche responsabilità su singoli fatti di cronaca (ma purtroppo vi sono troppo spesso anche quelle, sia pure in misura e in quantità non paragonabile agli avversari leghisti, postfascisti e forzitalioti). E quando, replicando a una delle infinite spudoratissime menzogne e grevi balordaggini del Cavaliere, il tono del Centrosinistra è flebile, talora incespicante. Persino Pierferdinando Casini riesce ad essere più efficace, e a ribattere colpo su colpo; addirittura l’algido Monti, a differenza della dirigenza Pd; sa reagire con la necessaria e giusta mistura di sarcasmo e durezza alle balle provocatrici di Berlusconi. Che è ormai oltre se stesso. È diventato il puro avanspettacolo. I suoi continuano a ridere. Gli italiani mi auguro si siano stufati di ridere, e soprattutto di vederlo ridere alle sue stesse scempie barzellette, battute, sfottò. E di ringalluzzirsi e darsi di gomito, ai suoi vergognosi siparietti sessuali da maniaco dell’ascensore. “Quante volte viene?… Si volti di nuovo…”. Quest’uomo è da rinchiudere. “Mio marito è un uomo malato” – ricordate la signora Veronica Lario? Quanta ragione aveva. Malato e furbo, aggiungo. Perciò se non si può curare forzatamente, lo si deve tallonare, non gliene si deve lasciar passare neppure una, sotto silenzio. Bisogna essere mastini feroci, non barboncini scodinzolanti.

In quest’opera di monitoraggio (non solo sulle miserie di Berlusconi, beninteso) ci si aspetterebbe un aiuto dal giornalismo. (Mi chiedo se davvero possiamo usare ancora questa parola. Forse soltanto nel senso di attività praticata giornalmente, non certo nel senso dell’informazione, se non per piccole sacche di resistenza che tentano di non nascondere i fatti). E invece…! Mi riferisco in particolare alla televisione, che, come gli ultimissimi rilevamenti dimostrano, è ancora in grado di influenzare l’elettorato in maniera massiccia. L’episodio del programma di Santoro, con Berlusconi ospite unico e coccolato, sebbene oggi sia stato archiviato è di una gravità inaudita, e non ci torno. Una lezione di pessimo giornalismo, rispetto alla quale, peraltro, non posso certo affermare che una Annunziata – per menzionare il più recente esempio di programma tv di carattere politico, per di più da parte di una conduttrice che litigò in diretta televisiva platealmente proprio con Santoro, rimediando una figuraccia da antologia – abbia offerto una prova migliore! Insomma, una gara al ribasso, sul piano della stessa comunicazione politica, che è però una gara al rialzo su quello degli indici di ascolto. In ogni caso, che sia l’esibizione degli urlatori, o quella dei guitti, la televisione offre un panorama umiliante per l’intelligenza degli spettatori: l’intreccio fra professionisti dell’informazione e professionisti della politica produce un risultato controproducente. Chi vuole capire le differenze tra gli uni e gli altri, se dovesse giudicare da ciò che ode e vede, difficilmente ci riuscirebbe. E del resto, ricorrendo ai giornali cartacei, o alle trasmissioni di approfondimento radiofonico, o persino se si prende la briga di frugare sui siti dei partiti, per leggere i programmi politici, avrebbe maggior soddisfazione? Rimane la satira. Ma quanto è efficace? E a chi serve, oltre che ad accrescere la popolarità di chi la fa, l’audience delle reti (o giornali) e dunque i compensi per gli autori e i profitti per i datori di lavoro. Crozza sta cominciando, pur nella sua bravura, a stancare. E mi chiedo appunto a chi servano le sue esibizioni. Quella sanremese, con l’imitazione di Berlusconi, è persino piaciuta al soggetto imitato, che a tratti – solo a uno spettatore distratto? – poteva apparire al più una blanda presa in giro atta a suscitar simpatia per il Cav.

Il Pdl con i suoi cespugli (risibile soprattutto il trio guidato dall’inimitabile La Russa, con la mignonnette postfascista, e il gigante postberlusconiano), per quanto sbraiti il suo leader, risorto dalle ceneri, non esiste, anzi proprio la riemersione del cadavere berlusconiano, che si pensava di aver ormai seppellito politicamente, ha mostrato che il Pdl non esiste. Quanto alla Lega Nord – Padania, ha giocato tutte le sue carte, e non credo che trovi ancora tanti lombardi, veneti, piemontesi, emiliani, liguri, disposti a credere alle panzane e alle sparate di bassissimo conio, e che, nella testa di Maroni, dovrebbero risultare particolarmente efficaci per ramazzar voti. Insomma, azzardo una previsione di disastro elettorale.

Di Berlusconi ho detto. Quanto a Monti, ci ha fornito un esempio da manuale della favola del mostro creato dallo scienziato che gli si ribella. Creato da Napolitano, con le migliori intenzioni, accettato da Bersani, felice della rimozione del Cavaliere, ma timoroso delle urne, e dallo stesso riottoso Berlusconi, sicuro di una batosta elettorale (parlo del novembre 2011), ha fatto la mossa inattesa, “salendo” in politica. E ora rifila colpi all’uno e all’altro, fino a due-tre mesi fa suoi sostenitori. La sua operazione politica, benché benedetta dal Vaticano, e zeppa di confindustriali, ha il fiato corto, nondimeno: non pare, al di là delle parole roboanti, pur proferite sempre in perfetto stile british, ma con una crescente bellicosità, poter andare oltre un semplice coacervo elettorale. Figure sbiadite come Fini, Casini (che pure ha fatto una campagna elettorale intensissima, che non credo gli porterà grandi frutti), e figuranti creati o lanciati dalla tv (ad esempio Giannino), appaiono del tutto fuori del gioco: eppure, la cosa non trascurabile, è che saranno forse necessari o addirittura indispensabili i loro pochi seggi per rendere governabile il Paese, in qualche alleanza o desistenza con il Pd, via Monti.

La sfida forte, sull’intera scena, è quella del Movimento 5 Stelle, i cui contenuti appaiono largamente condivisibili, almeno al sottoscritto, ma solo su certe tematiche (l’etica pubblica e l’ambiente, sostanzialmente); se si guarda ai temi forti come l’economia, e la stessa cultura, non solo riemerge la desolazione, fatta di analisi superficiali e spesso di cifre completamente infondate, ma anche un sostanziale, incauto e sprovveduto liberismo, che pare privo di qualsivoglia capacità di analisi critica sulla situazione. E che dire di altre problematiche, come l’immigrazione? Qui siamo a un passo dal razzismo leghista. Senza soffermarmi sulla pesante violenza verbale, sulla rissosità, sulla volgarità del “capo” e sul suo ducismo aggressivo (per tacer del suo “guru” Casaleggio sul quale anche i grillini doc cominciano a nutrire qualche timore). Vederlo e sentirlo, insomma, mi è divenuto insopportabile, poco meno che vedere o sentire il barzellettiere di Arcore; anche quando accanto a tante vere e proprie scempiaggini dice cose giuste e condivisibili. Eppure, i ragazzi e le ragazze di M5S sono quasi tutti persone appassionate, volenterose, magari non preparate a reggere la cosa pubblica, ma certo temprate in tante battaglie (anche se ora Grillo spesso trucca le carte, e presenta come una vittoria del suo movimento, ad esempio, il crollo della Giunta comunale di Parma, che invece è stata opera davvero della cittadinanza; un esempio che sarà studiato, sono sicuro, nei decenni futuri). E mi pare stia emergendo una differenza, talora una distanza tra questa nuova classe politica in formazione e il suo “capo” e forse fatalmente si arriverà a una divaricazione che potrebbe da una parte togliere ogni influenza a Grillo, ma anche disperdere lo stesso movimento, che in Parlamento si acconcerà a pratiche di accordi, anche a buon fine, beninteso. Per ora, certo, davanti all’incredibile susseguirsi di notizie sul fronte della corruzione pubblica, una Tangentopoli più grave di quelle di vent’anni addietro, che coinvolge quasi tutti i partiti, sia pur diversamente, M5S si avvia al trionfo elettorale. Non escludo possa essere la seconda forza nazionale. E se ci fosse più tempo rischierebbe di diventare la prima.

La prima sarà il Pd, anche se insidiato da una parte (M5S) e dall’altra (Pdl). Io non credo come alcuni giovani pensano e urlano che tra Pd e Pdl esista solo una “l” di differenza, anzi, ma non v’è dubbio che le pratiche politiche siano state nel corso degli anni assai vicine: e purtroppo anche sul piano dell’etica pubblica, le distanze si sono assottigliate, anche se Pdl, Lega e Destra sono inarrivabili quanto a corruzione. Che non vi sia troppa differenza è emerso proprio, ad abundantiam, nella stagione del “governo tecnico”. E su tanti grandi temi non si rilevano particolare differenze: si pensi a parole come sviluppo, crescita, flessibilità, merito, ed ecco apparire una sostanziale convergenza o quanto meno una vicinanza preoccupante. La ministra Fornero e il ministro Profumo – cito due tra i più detestati dal popolo della sinistra” – potrebbero stare in un governo di Centro-Centrosinistra, Bersani-Monti-Vendola. Già, Vendola. Io ho stima e simpatia, per lui, ma come si fa ad appiattirsi così sul Pd? Ad oggi, perché si dovrebbe votare Sel? Tanto vale votare Pd. È un ragionamento che ho sentito fare spesso, anche da ex simpatizzanti di quella forza politica.

Perciò, dando un’occhiata in giro, ammetto, il buon Bersani, nel suo pragmatismo da zio emiliano, a suo modo è il più convincente di tutti. E in fondo le sue primarie hanno fornito un simulacro di democrazia, anche se, al di là delle decisioni relative a una quota cospicua di maggiorenti incancellabili o di candidati imposti direttamente dalla segreteria, la battaglia interna per acquisire la testa di lista, è stata uno spettacolo penoso. L’arrembaggio dei giovani altrettanto orribile della resistenza dei vecchi.

Sì, è vero: la legge elettorale in atto, il famigerato Porcellum, ha tolto ai cittadini il potere di scegliere i loro candidati, ma mi corre l’obbligo di ricordare che proprio il buon Bersani ha posto un ostacolo gigantesco sulla già impervia strada per una riforma di quella legge, quando, forte dei sondaggi che davano il Pd largamente in testa, ha preteso un premio di maggioranza spropositato: in nome della “governabilità”. Se dovesse fare oggi la riforma, credo che la posizione del Pd sarebbe diversa, davanti alla discesa dei consensi, almeno nei sondaggi. Del resto, nelle osannate primarie, abbiamo visto cose che non avremmo voluto vedere, dentro Sel e dentro il Pd, con feroci guerre intestine per indurre amici, parenti, e amici di amici, parenti di parenti, a votare, con volantini, manifesti, telefonate dacall center. In fondo, è bastato procurarsi un pugno di amici/parenti, magari opportunamente incentivati, per conquistare le pole position ed avere una garanzia di essere eletti: sicché invece dei 10/20/30/50 mila voti necessari, in una normale competizione elettorale, ne sono bastati 1000/2000/3000 per finire ai primi posti della lista e avere la certezza dell’elezione. Certo, convengo che è sempre meglio che lasciare fare tutto ai capi a Roma.

Da questo punto di vista, in fondo, la delusione maggiore viene da Ingroia e la sua Rivoluzione Civile. Premesso che il suo programma è quello al quale mi sento più vicino, e aggiunto che trovo però ridicoli certi entusiasmi (leggo su un sito che sostiene la lista frasi come la seguente: “Anche se molti mezzi di comunicazione sembrano ignorarla, sembra che Rivoluzione Civile crei delle grosse preoccupazioni alla borghesia italiana”), e ribadito che voterò, di sicuro alla Camera, per RC, non posso tacere sul modo con cui sono state composte le liste: centralistico, autoritativo, privo di quell’annunciata trasparenza, o del millantato rapporto col benedetto “territorio”. Sicché troviamo candidati siciliani in Piemonte, romani in Puglia, e così via. I famosi “catapultati” o “paracadutati”, decisi secondo la più usuale prassi della più vecchia e consolidata politica politicistica. Specie se poi si guarda alla sapiente dislocazione dei candidati che “devono uscire”, che sono stati piazzati in più circoscrizioni (mi pare fino a sette! Pessimo esempio che viene dall’alto, con Ingroia capolista dappertutto), e che caso mai uscissero davvero, dovrebbero poi seguire le direttive dei capi, lasciando una circoscrizione piuttosto che un’altra, in modo da ricuperare questo o quell’altro candidato. Anzi, immagino – spero di errare – che per entrare in lista molti abbiano dovuto firmare preventivamente una lettera di dimissioni in bianco: non si sa mai. E anche se così fosse, nulla di così scandaloso: si è sempre fatto. Ma non doveva essere questa l’occasione per proporre una politica diversa fin dalle sua modalità? Anche se Rivoluzione Civile dovesse riuscire a entrare almeno alla Camera (come mi auguro vivamente), rimarrebbe una occasione perduta (l’ha notato Marco Revelli su questo spazio, e non è certo il solo fra i simpatizzanti a pensarla così). Senza contare le pessime performance di Ingroia stesso, che si apprezza di più quando tace di quando parla. E non solo per l’imitazione (stavolta irresistibile) del solito Crozza. Ma per le uscite infelici, in cui è incappato, veri e propri infortuni, come nelle polemiche in cui ha impropriamente tirato in ballo i nomi “sacri” alla pubblica opinione di Falcone e Borsellino e alla successiva inutile e sgradevole polemica con Ilda Boccassini. Rimane poi nell’ombra il rapporto tra le varie forze che sostengono Rivoluzione Civile: chi comanda, davvero? IDV, che mette la maggior parte dei fondi? E quanto contano le altre componenti organizzate (PdCI, PRC, Verdi, Movimento Arancione, che pare essere stato messo nell’angolo)? E soprattutto che peso ha la famosa “società civile”? Anzi: c’è, davvero? (Ammesso sia un bene, naturalmente; e non ne sono sicuro). La sorella del povero Cucchi è la società civile? E altri congiunti di vittime della mafia, quali titoli vantano, oltre al cognome? Anche questo, non è politica vecchia? Politica dell’apparenza?

Né posso sottacere le incertezze grottesche sul rapporto con il Pd, che peraltro rimane il bersaglio principale delle allocuzioni di Antonio Ingroia, salvo dirsi subito dopo pronto all’alleanza, per poi sostenere domani la linea opposta. Oggi stizzosamente contrario ad ogni desistenza, anzi addirittura savonarolesco denunciante le impure proposte di accordo sul Senato, e domani pronto a richiederle, per non dire pietirle…

E allora io cittadino perplesso, vagamente dégôuté, mi chiedo, tra me e me, mentre passeggiando sfoglio i giornali: possibile che non si possa pensare e praticare una politica nobile, coerente e, soprattutto, trasparente? Possibile che pur privilegiando, machiavellianamente, il principio dell’efficacia come principio fondante l’agire politico (è buono ciò che serve, serve naturalmente a conquistare il potere), non si possa tentare di conciliarlo con le istanze di partecipazione e democrazia che da tante parte negli ultimi decenni giungono dal basso? E, in tal senso, mi dico: se si vuole dare un messaggio di “diversità” i modi, le forme, le procedure, sono se non tutto, una parte eminente del messaggio stesso. E non le si consideri, altezzosamente, questioni di dettaglio: d’altronde, come scrisse Peter Schneider, scrittore e intellettuale tedesco (“di sinistra”), “a furia di trascurare i dettagli si perdono di vista i princìpi”.

(17 febbraio 2013)

 

Gli impresentabili razzisti della Lega Nord-Padania di Angelo d’Orsi

Gli impresentabili razzisti della Lega Nord-Padania

di Angelo d’Orsi in Micromega 13 febbraio 2013

Mi segnalano, in ritardo, un simpatico manifestino di una esponente della “Lega Nord-Padania”: lo riporto nella sua essenzialità: “Voglio che il Vesuvio e l’Etna facciano una strage di meridionali. I meridionali sono per me come erano gli Ebrei per Hitler e vanno messi nei forni crematori”. Accanto, a destra, una immagine canonica di due Sonderkommandos (internati adibiti al più terribile dei compiti) che stanno introducendo in un forno, un cadavere; e a sinistra il visino sorridente, sbarazzino, dell’autrice, immagino candidata alle elezioni. Sopra, una dichiarazione programmatica: “Io sono una bastarda leghista e me ne vanto”.  Non riferisco il nome della signora: dico solo che risiede nella ridente Brianza.

Il manifesto circola in rete, rimbalza dalla bacheca su Facebook della signora e viene postato centinaia di volte suscitando quelli che si chiamano commenti irriferibili. Il capo dei lumbard Matteo Salvini dichiara semplicemente trattarsi di un falso, e minaccia querele; l’amministrazione del social network provvede a cancellare e bloccare la bacheca. Non sappiamo se si tratti di un falso. Peccato che già in passato la signora si fosse messa in luce, sempre su Facebook (ultimo rifugio delle balordaggini in cerca di visibilità?), pubblicando una mappa della Penisola, nella quale aveva resettato l’intero Mezzogiorno, anzi, ad abundantiam, anche una fetta meridionale del Centro. Aggiungendo un incitamento ai vulcani perché l’aiutassero nell’impresa della cancellazione, per affondamento, dell’odiato Sud: una sorta di “soluzione finale” della questione meridionale, che preparava la più recente esternazione (sempre se autentico il manifesto che richiama i forni crematori). L’autrice, intervistata, a suo tempo, sulla bella trovata geopolitica, ne parlava come di uno “scherzo”, e se la prese con la mancanza di umorismo di chi aveva reagito, anche in quella circostanza, con l’inevitabile durezza, giungendo a chiedere le dimissioni della consigliera. Nell’intervista, spiegava, con grande semplicità, che in realtà lei non si augurava che accadessero sciagure climatiche o eruzioni devastatrici nel Sud “perché poi le spese le paghiamo noi del Nord”: dove, come si dice, la pezza sembra persino peggiore del buco.

Ora, ho notato che gran parte dei commenti, in rete, riguarda il razzismo antimeridionale (ovviamente), ma forse vale la pena di sottolineare anche l’enormità del paragone con le pratiche genocidarie naziste. E che tutto questo emerga nei giorni vicini alla ricorrenza della liberazione di Auschwitz da parte dell’Armata Rossa, “il giorno della Memoria”, risulta ancora più inquietante. Del resto, come è ben noto, l’ex primo ministro Silvio Berlusconi, presentatosi inatteso all’inaugurazione dello straordinario Memoriale della Deportazione, nel sottosuolo della Stazione Centrale di Milano, ha dato il suo contributo alla derubricazione e normalizzazione del fascismo, riproponendo un ennesimo tentativo di rivalutazione di Mussolini, il quale – a suo dire –  in fondo si alleò con Hitler solo per evitare guai peggiori all’Italia, e dalla Germania hitleriana fu costretto a subire le leggi razziali, “peggior colpa di un leader che per tanti versi aveva fatto bene”.

D’accordo con John Stuart Mill e prima di lui con Tocqueville, non chiederò mai la censura di parole e scritti e immagini: deve essere il “mercato delle idee” a provvedere. E alle parole di Berlusconi hanno già replicato da decenni gli storici, che, documenti alla mano, hanno mostrato implausibili tali interpretazioni (se così vogliamo chiamarle); mentre a quelle attribuite alla militante della Lega Nord-Padania, replica ogni giorno un’altra Italia, che per fortuna c’è. Ma rimane il fatto che la sensibilità culturale prima che politica sia sul razzismo, di ieri e di oggi, sia sul fascismo, appare ancora debole, se possono ancora trovare cittadinanza nel dibattito pubblico posizioni come quelle della sullodata signora e dell’onorevole Berlusconi.

Circola in questi giorni un appello alla ministro dell’Interno perché faccia applicare la legge Mancino contro le manifestazioni di fascismo e razzismo e di incitamento all’odio razziale; un appello persino scontato, considerato che la Costituzione è chiarissima al riguardo. (Peraltro la legge Mancino presenta aspetti che mi lasciano perplesso, perché potrebbe prestarsi ad usi illiberali). Ma a nulla valgono appelli e leggi, se i partiti e movimenti politici, che comunque si dichiarano estranei al fascismo e contrari al razzismo (innumerevoli sono le testimonianze della leadership padano-leghista al riguardo, peraltro ogni giorno smentite da tanti quadri intermedi e da buona parte della base, che non si dichiara certo razzista, ma mette in atto pratiche discriminatorie che è difficile non chiamare razziste, xenofobe, e intollerabili in una società democratica), non sono in grado di selezionare la loro classe politica.

Si parla in questa acida ed evanescente campagna elettorale di non fare spazio nelle liste agli “impresentabili”, in riferimento ai corrotti e corruttori; ai condannati per reati contro l’erario; forse sarebbe il caso di estendere l’elenco ad altre categorie, a cominciare dai razzisti; ma forse ancor prima da quella categoria universale in cui la signora brianzola ha pieno diritto di cittadinanza: coloro che parlano (e scrivono) prima di pensare.

Angelo d’Orsi

(13 febbraio 2013)

Con la Rivoluzione civile di Antonio Ingroia di Angelo d’Orsi

Con la Rivoluzione civile di Antonio Ingroia di Angelo d’Orsi

Abbiamo perplessità di merito e di metodo sulla costruzione del “Quarto Polo”. Ma se non vogliamo che il futuro politico del paese sia tutto nelle mani di Bersani e Monti, probabili alleati di domani, adesso è indispensabile sostenere la Rivoluzione civile di Ingroia, sottolineando ciò che ci unisce e tralasciando ciò che ci può dividere. 

di Angelo d’Orsi

Sto seguendo, come tanti, le vicende relative alla costruzione di un possibile “Quarto Polo”, desideroso, per una volta, di uscire dal ruolo dell’osservatore, sia pure partecipe e simpatetico, e impegnarmi direttamente: “metterci la faccia”, come si dice da qualche tempo. In particolare sono stato stimolato dall’iniziativa di Luigi De Magistris. Ho provato a seguire anche, in certa misura, “Cambiare si può”, partecipando a qualche assemblea. L’ultima delle quali, domenica 29 dicembre, a Torino, mi ha gettato nello sconforto. I “garanti” reduci da incontri con Antonio Ingroia, hanno annunciato l’intenzione di chiudere la trattativa, a causa della insistenza di tre segretari di partiti (Diliberto, Bonelli, Di Pietro) disposti ad appoggiare la Lista Ingroia senza simboli, di entrarvi. Il segretario del quarto partito (Ferrero, di Rifondazione comunista), si è dichiarato pronto a entrambe le opzioni ossia non ha posto una pregiudiziale. Capisco che la “pretesa” non sia piaciuta, ma è anche vero che questi partiti (PDCI, IDV, Verdi e PRC), sono i soli in grado di fornire una trama organizzativa, di raccogliere le firme in tempo utile e (per IDV) di dare un sostegno finanziario. 

La linea di “Cambiare si può” voleva essere quella di un totale rinnovamento : insomma via i vecchi modi e le vecchie facce. E su questo scoglio si è incagliata la nave unitaria. Addirittura nell’assemblea torinese, dopo un ultimo colloquio telefonico tra uno dei promotori (Livio Pepino, che poi ha spiegato il suo punto di vista sul Manifesto del 30 dicembre), si è mostrato un frammento – poco felice – della diretta streaming della Conferenza stampa di Ingroia, commentata dal palco e dalla platea, opportunamente sollecitata, con lazzi e frizzi. Alcuni degli interventi degli oratori (tutti o quasi esponenti della “società civile”, ossia di gruppi movimenti associazioni, e qualcuno del PRC) a partire da quel momento sono andati molto sopra le righe. 
Ho sentito parlare della necessità della “purezza” (a cui strada, forse lo si dimentica, conduce diretta al gulag), e addirittura in riferimento ad Ingroia (fino a due ore prima “il nostro candidato premier”), “con gente così non dobbiamo avere alcun rapporto”. Non so come saranno gli esiti delle votazioni telematiche in relazione alla decisione dei tre garanti (una delle quali, Chiara Sasso, si è esibita in una performance “letteraria”, assai discutibile nella forma e nella sostanza, tutta contro Ingroia e De Magistris e Di Pietro), ma l’esito politico appare scontato: nessuna intesa con il Movimento Arancione. E voto libero. Il che, stando agli umori registrati nell’assemblea significherà, per la maggioranza dei casi, astensione, rinuncia al voto, scheda bianca, nelle prossime elezioni. Un bel risultato, per chi voleva rifondare, lodevolmente, la politica. E per chi voleva rivitalizzare la sinistra. 

So che sul piano della teoria, il gruppo promotore di “Cambiare si può” ha ragione. Ma la politica deve saper combinare il principio di piacere con il principio di realtà. Occorre, se si vuole entrare nel gioco, saper accettare alcuni orientamenti di fatto il primo dei quali è che hai bisogno di un leader, da contrapporre ad altri competitors. E il leader che sosterrai deve avere un valore simbolico, al di là della concordanza più o meno piena con le sue idee. Ora, Antonio Ingroia rappresenta la lotta alla mafia. Al di là di sbavature contenutistiche e di qualche scivolata espressiva (no, non è un comunicatore, il dottor Ingroia), egli sta cercando di usare la bandiera dell’antimafia in un senso ampio: lottare contro la mafia oggi significa, insomma, non soltanto, né semplicemente, fare un’azione per il ritorno della sovranità della legge, e per una battaglia senza quartiere contro esponenti e fiancheggiatori, compresi politici e imprenditori, di Cosa Nostra, della ‘ndrangheta, della camorra e così via. Oggi la lotta alla mafia significa lotta per la tutela dell’ambiente (si pensi che la fonte principale di proventi per le organizzazioni criminali deriva dal ciclo dei rifiuti), del territorio (le mani della mafia sono sulle “grandi opere”), del lavoro (il caporalato è legato a queste organizzazioni), della libera imprenditoria (sottoposta alla implacabile legge del pizzo) e così via. Ingroia invoca un’azione congiunta, unitaria contro la “Santa Alleanza” (criminali professionisti, imprenditori disonesti, politici collusi). E si mette a disposizione per guidare la riscossa. 

Si condivide o no questa linea? Certo, le differenze ci sono; e io stesso ho perplessità di merito e di metodo. Ma chi meglio di Ingroia (anche in fondo nella sua scarsa dimestichezza con la comunicazione) può rappresentare l’anti-Berlusconi? E allora sarebbe indispensabile mettere da parte le differenze, superare le divisioni, e lavorare per opporre alla Santa Alleanza una Intesa dei democratici, che siano o meno esponenti della “società civile” o di partiti. Io che non ho mai avuto una tessera di partito in tasca, non trovo nulla di disdicevole in chi milita in una forza politica organizzata, se lo fa per passione e con spirito di servizio; anzi ha tutta la mia ammirazione. Il rinnovamento dal basso, la costruzione di una democrazia partecipata, ha i suoi tempi, e ora i tempi sono strettissimi. Se si vuole portare in Parlamento una pattuglia di deputati (e magari anche di senatori benché il compito sia ancor più arduo) che diano voce a chi da troppo tempo voce non ha nei quartieri alti della politica, persone che siano rappresentanti delle istanze referendarie, dei bisogni dei ceti subalterni, degli operai e delle operaie di Termini, Pomigliano, Mirafiori sottoposti ai ricatti di Marchionne, dei precari e degli esodati, degli insegnanti umiliati e offesi, dei pensionati ridotti alla fame, dei nuovi schiavi migranti, ebbene l’unità è un compito da perseguire, qui e subito. Parlamentari che siano barriera protettiva intorno alla Costituzione repubblicana contro ogni tentativo di manomissione, ma che difendano anche lo Stato diritto e la laicità delle istituzioni contro l’invadenza pontificia e clericale; parlamentari che siano in prima linea contro l’ultracapitalismo e le sue regole devastanti; parlamentari che si facciano paladini della libertà di coscienza, davanti alla vita e alla morte, di orientamento sessuale, e di una etica pubblica che oggi tutta la classe politica – tutta – ha smarrito. 

Se si fa riferimento a questo catalogo di cose da fare, non possiamo accettare l’invito già circolante, al “voto utile”. Il voto utile è il voto che provi a fare emergere una istanza politica oggi esclusa. Le primarie del PD, dietro il falso rinnovamento, sono state uno spettacolo desolante: le nuove leve del rampantismo dei T/Q contro le vecchie cariatidi della nomenclatura. Opposti opportunismi, in un generale oblio (salvo lodevolissime eccezioni) dei valori, dei princìpi, delle istanze di cui un partito postcomunista dovrebbe essere portatore. E ciò nel momento in cui, sul fronte della destra – mentre penosamente si trascina il cavaliere dimezzato, ancorché ornato di Borsalino, che lo rende anche fisicamente una controfigura di Al Capone – si riorganizza un grande schieramento di destra cattolica, benedetta dalla Santa Sede. E il Movimento 5 Stelle sembra avvitarsi intorno ai dettati del padre padrone, rappresentando a sua volta un’altra forte delusione per molti. 

Dunque la situazione offre un’occasione, occasione da cogliere in ogni modo, e rapidamente, senza indugi e senza fare pretendere di giudicare il passato politico di ciascuno (ovviamente non considero quello giudiziario su cui non ci può essere discussione). Non possiamo rinfacciare scelte sbagliate, errori di valutazione, decisioni politiche improvvide, di cinque, dieci, quindici o vent’anni fa: occorre guardare al futuro, che è già qui, e dobbiamo decidere se vogliamo provare a incidere su di esso, o lasciarlo tutto nelle mani di Bersani e Monti, probabili alleati di domani. 

Per una volta compiamo tutti insieme lo sforzo di sottolineare ciò che ci unisce, tralasciando ciò che ci può dividere. E anche se eccepiamo sulla forma, se condividiamo il contenuto, almeno nella sua parte sostanziale, sosteniamo la Rivoluzione civile di Antonio Ingroia. 

(31 dicembre 2012)

21 punti per una politica rinnovata. Promemoria per Luigi De Magistris, la sua lista arancione e “Cambiare si può”

21 punti per una politica rinnovata.

Promemoria per Luigi De Magistris,

la sua lista arancione e “Cambiare si può”

- di Angelo d’Orsi 

I referendum del 2011 sono stati un esempio straordinario di buona politica. La difesa della Costituzione e la reale partecipazione dei cittadini devono essere un modello a cui guardare anche per la Lista Civica Nazionale. Un promemoria per Luigi De Magistris, la sua lista arancione e “Cambiare si può”. 

Non sono stato invitato ai grandi appuntamenti nazionali di Luigi De Magistris e di “Cambiare si può”: ho partecipato, domenica 16 dicembre, a Torino, all’assemblea provinciale di questo movimento, e sono in contatto con De Magistris e i suoi collaboratori. Sto a guardare, ascolto, rifletto, pronto a intervenire se capisco di poter essere utile. Se mi si chiederà (non si sa mai!) quali siano le idee che intendo portare avanti, sul piano dei contenuti, delle modalità operative, e della strategia in vista della partecipazione alle imminenti elezioni dell’auspicata Lista Civica Nazionale (d’ora in poi LCN), ecco un promemoria, in 21 punti, nella fiduciosa (ma anche preoccupata) attesa della contesa elettorale, prevista esattamente tra due mesi, il 17 febbraio 2013 (se il combinato disposto tra governo e Presidenza della Repubblica confermerà) alla quale ritengo occorra assolutamente andare uniti. 

1. Non è vero che ci sia disaffezione verso la politica. C’è verso questa politica. C’è anzi un accresciuto bisogno e una conclamata richiesta di politica, ma radicalmente rinnovata. V’è altresì un rifiuto verso tutte le forme e le istituzioni che tradizionalmente identificano la politica. Si riffaccia la democrazia diretta, assembleare, e diffusa, fondata sulla partecipazione dei singoli, e la loro volontà di autorganizzarsi e associarsi. I referendum del 2011 sono stati un esempio straordinario in tal senso: devono essere un modello a cui guardare. 

2. Tuttavia, la polemica verso la “politica politicante”, che unisce in un solo flusso di disprezzo, i politici professionali e i mestatori, gli onesti dirigenti con i malfattori che hanno usato i partiti, si è trasformata in un flusso oscuro di risentimento: l’odio per la “casta” è diventato un torrente fangoso, che insieme con una critica sacrosanta, porta confusione qualunquista, certo pericolosa. Eppure non si può chiudere gli occhi e tapparsi le orecchie, lanciando anatemi: “populismo”, “qualunquismo”, “antipolitica”. Proprio nelle pieghe dell’ “antipolitica”, a ben vedere, sta generandosi una politica alternativa, che la LCN deve esprimere: una politica che realizzi quattro cambiamenti basilari: forme organizzative (con riduzione drastica dei costi), modalità (ossia le procedure, democratiche, diffuse, dal basso; e soprattutto trasparenti), linguaggi, volti, ossia il nuovo personale politico, le “candidature” per la Lista elettorale. Non è questione semplicemente generazionale, o di genere, anche se sono due elementi da tenere ben presenti, nelle pratiche di rinnovamento. 

3. Si tratta però di rivolgersi non solo al “popolo della sinistra”, ma di fuoruscirne, allargando la platea a coloro che possono condividere contenuti “di sinistra”, senza provare ripulsa verso l’idea che tanti si sono fatta della “sinistra”, anche con l’aura di eterni sconfitti ed eterni divisi che alla sinistra si attribuisce. Anche in questo senso, i quattro referendum vittoriosi sono un esempio fondamentale: chi li ha votati non sempre, non necessariamente, era “di sinistra”, ma quei contenuti che il “sì” ha portato avanti erano precisamente di sinistra. Al popolo dei referendum, più che al popolo di sinistra, occorre rivolgersi. 

4. Valorizzando i referendum, occorre insistere sulla tutela dei cosiddetti “beni comuni” (anche se è tempo forse di lasciar cadere questa etichetta troppo generica e onnicomprensiva, e in fondo un po’ usurata), a cominciare da quelli più elementari, il che significa il ricupero di interessi generali; quindi, il lavoro, innanzi tutto, con i diritti che gli sono connessi; e poi tutti i servizi per la collettività che corrispondono non solo a beni ma anche a valori di cui occorre dimostrare il carattere “dato” e irrinunciabile: ambiente, paesaggio, sanità, risorse naturali (aria, acqua, terra). Ma anche scuola (di ogni ordine e grado), trasporti, comunicazione, cultura. I beni sono spesso diritti, di cui abbiamo goduto nel corso della storia repubblicana, e che stanno tentando di sottrarci o di ridurre drasticamente. Questi servizi, beni, valori, diritti non possono esser considerati in termini di mercato: la logica costo/beneficio non può valere quando si tratta della salute dei cittadini, della loro istruzione, della loro mobilità, e di tutti i loro diritti fondamentali. 

5. Un LCN che voglia proporre un’azione coerente con questi punti deve concentrare la sua attività progettuale su di un Programma base essenziale concentrato su queste aree: I) Legalità; II) Lavoro, sviluppo, fisco; III) Ambiente, territorio e paesaggio; IV) Salute; V) Educazione, cultura, informazione. 

6. La premessa indispensabile di ogni politica rinnovata è la difesa della Costituzione, che si tratta di proteggere da manomissioni (inaccettabile l’inserimento del pareggio di bilancio nel testo costituzionale), ma anche da una sua interpretazione “disinvolta”, come si è visto nell’ultimo anno; infine la Costituzione non può essere relegata su un piano formale, e affiancata, di fatto, da pratiche alternative, che sono state chiamate “Costituzione materiale”. 

7. Né si può dimenticare che il lavoro è menzionato nell’art. 1 della Costituzione. Esso deve essere al centro di ogni politica, perché è sul tema lavoro che si possono intrecciare una molteplicità di problemi, di carattere economico, sociale, giuridico, culturale. Occuparsi del lavoro significa battersi per il rispetto delle leggi (assunzioni regolari e non in nero, non attraverso il caporalato; protezione fisica e giuridica dei lavoratori, monitoraggio antimafia su imprese, e ciclo rifiuti); e battersi, in parallelo, contro i tentativi di smantellare il sistema di garanzie conquistato con lotte durissime, nel corso dei decenni, a cominciare dall’art. 18 dello Statuto dei lavoratori. 

8. La tutela del lavoro e dei lavoratori, ma anche dei pensionati, spesso collocati nei gradini più bassi dell’umiliazione sociale, implica un riequilibrio sostanziale nella distribuzione della ricchezza sociale: il che vuol dire, semplicemente, restituire una parte cospicua del prelievo fiscale alle categorie che hanno subito, negli ultimi venti-trent’anni, un vistoso squilibrio a loro danno, e, con ogni mezzo possibile, dall’aumento di imposte, fino alla minaccia della nazionalizzazione, far pagare la crisi in atto, e lo sviluppo reclamato da tutti, a grandi imprese, e grandi gruppi finanziari, a cominciare dalle banche, alle quali lo Stato deve chiedere la restituzione di una quota cospicua di quanto esso ha loro erogato almeno dal 2008 in avanti. E la lotta all’evasione ed elusione fiscale deve concentrarsi su questi settori. L’equità fiscale è il primo parametro della civiltà di un Paese, ma anche il primo strumento per l’efficienza della Pubblica amministrazione. 

9. Ma difendere il lavoro implica battersi per il rispetto ambientale e della salute dei lavoratori e della cittadinanza. Mai più si deve accettare il ricatto della contrapposizione lavoro/ambiente, lavoro/salute, lavoro stabile/salario decente. In realtà oggi non si tratta neppure più di contrapposizioni alternative, ma di endiadi: lavoro precario, basso salario; lavoro precario e in condizioni di ridotte tutele sulla salute; eccetera. 

10. In tal senso le “grandi opere” appaiono quasi sempre grandi inganni, grandi devastazioni, e grandi speculazioni per pochi, spesso al di fuori della legalità: l’Italia, nel suo complesso, ha bisogno urgente, drammatico, invece che di poche grandi opere, di innumerevoli “piccole opere”, che si occupino dei fiumi pulendone i greti, e evitando la cementificazione; la montagna, bloccando il disboscamento; la costruzione in zone a rischio, di edifici antisismici; il potenziamento del servizio di monitoraggio idrogeologico; le troppe sedi scolastiche pericolanti, mettendole a norma; le comunicazioni (su rotaia e su gomma) locali, da salvare e ripristinare… E gli esempi possono continuare all’infinito. 

11. Quando si parla di lavoro, dobbiamo pensare tuttavia oggi, anche, e soprattutto, al NON lavoro: precario, in nero, sotterraneo; alle attese di chi il lavoro non trova, e presumibilmente non troverà; alla disperazione di chi il lavoro aveva ed è stato da un giorno all’altro licenziato, esodato, cassintegrato, provvisoriamente. Al lavoro semischiavile degli immigrati, al lavoro svolto dai precari della ricerca, non solo senza stipendio, ma ricattati, senza prospettive: privati della dignità gli uni come gli altri. 

12. Esiste, va ricordata, la questione meridionale. Tutti presi negli ultimi vent’anni dalla “questione settentrionale”, abbiamo sottovalutato, o addirittura negletto il Sud, con tutto quanto la parola implica e significa. Occorre invece porre di nuovo, più che mai, davanti al divario che in ogni settore è andato crescendo tra Settentrione e Mezzogiorno, la questione meridionale al centro dell’agenda politica e anche di quella culturale¸ perché è sempre dalla cultura, dal “fattore C”, come “Cultura”, che occorre partire. 

13. Più in generale, va sottolineata l’importanza dei settori formazione, ricerca, cultura. Soprattutto occorre sviluppare, difendere, e rilanciare il sistema educativo: dalle Elementari all’Università. La “riforma della scuola” unico frutto del Governo Berlusconi Non a caso. Occorre un impegno a cancellarla. E a occuparsi seriamente, in ogni senso, della scuola, fondamento primo della società. Il sistema educativo nel suo insieme deve essere restituito alla sua missione di formazione del pensiero critico. Non una scuola azienda, non una università piegata al mercato, ma una educazione funzionale soltanto alla formazione dei cittadini, a far loro ricuperare un ruolo di cittadinanza attiva, partecipe dei problemi della collettività. Valorizzare il lavoro degli insegnanti, formarli meglio, restituire il giusto posto all’educazione musicale e all’istruzione artistica. 

14. Il precariato nell’università e nella scuola rappresenta oggi una vera emergenza nazionale. Stiamo assistendo inerti a una vera e propria guerra contro una intera generazione: la fuga dei cervelli all’estero è una realtà drammatica a cui occorre porre rimedio subito. Occorre programmare concorsi, assunzioni di chi è dentro ma in modo instabile, o, nell’università e nei centri di ricerca, senza alcun contratto, senza stipendio. Si tratta di decine e decine di migliaia di giovani ed ex giovani che dovrebbero rappresentare la futura classe dirigente. E li umiliamo, e li costringiamo a fuggire lontano, per poter ottenere quel riconoscimento morale e materiale che qui non trovano. 

15. Di questo si parla poco, come di tanti altri temi, nel dibattito pubblico, perché una informazione che è corriva al potere, che è intricata in esso, ha fatto in modo che al dominio dei padroni delle imprese, ha corrisposto una loro egemonia, attraverso un’opera costante e consapevole di menzogna, o di occultamento della verità, in particolare di tutte le verità che potevano suscitare problemi seri nel blocco sociale al potere. 

16. Parlando di lavoro, occorre, far cadere il pregiudizio lavorista/industrialista/sviluppista. Occorre seriamente porsi il problema di uno sviluppo sostenibile se non di una “decrescita felice”. In ogni caso, esiste un lavoro altro, al di là dei settori meccanico, tessile, chimico e così via. In Italia è il patrimonio paesaggistico, artistico, culturale il vero giacimento da sfruttare: questo ambito implica protezione, ricupero, valorizzazione, ma può dar vita a nuove professioni, alla creazione di lavoro utile e prezioso. 

17. Oggi e tanto più in prospettiva questi sono i comparti sono decisivi per aiutare tutti noi a difenderci. Si pensi all’importanza delle occupazioni dei luoghi della cultura destinati ad essere snaturati, scempiati, distrutti: il Teatro Valle a Roma, il Teatro Garibaldi e i Cantieri della Zisa a Palermo, il teatro Marinoni a Venezia, il Teatro Coppola a Catania, il Macao a Milano, la Verdi 15 a Torino… Da questi luoghi giunge un messaggio forte che va raccolto e rilanciato con altrettanto vigore se se si riuscirà e anche se non si riuscirà a portare in Parlamento rappresentanti della LCN: la cultura è il luogo e lo strumento possibile di un nuovo Risorgimento, capace di aiutare nella ricostruzione di un tessuto morale collettivo, di combattere la disgregazione sociale. Oltre a mettere in moto economie, è attraverso il lavoro culturale che si può riattivare senso civico, offrendo intrattenimento di alto profilo. Si è parlato giustamente di “rinascita culturale”, come volano della rinascita dell’intero Paese. “La cultura non si mangia”, aveva sentenziato un ex ministro. È vero, non si mangia, ma la cultura fa mangiare. E senza cultura non ci può essere economia. Né politica. 

18. Una nuova politica deve tesaurizzare l’esperienza dei movimenti, senza apologie dello spontaneismo, ma deve essere anzi consapevole che le forme organizzate sono essenziali, l che non deve riportarci al verticismo, a procedure nascoste, a decisioni assunte da tre persone rinchiuse in una stanza, in segreto. 

19. Occorre, però, lavorare per mettere da parte preclusioni, esclusioni, pregiudiziali; l’unità di chi condivide i punti fondamentali sopraindicati, e i tanti altri possibili ad essi connessi, deve essere un obiettivo in grado di impedire che le differenze (di esperienze individuali, collettive, associazionistiche, sindacali, partitiche, di movimento…) siano vissute come ostacoli invece che arricchimento reciproco. I partiti ancora vigenti, che hanno in questi anni respinto prima il berlusconismo e il leghismo, e quindi il montismo, devono uscire dalla loro autoreferenzialità e lavorare in rete, con i movimenti territoriali e non: devono dialogare con gruppi e gruppetti, con le miriadi di forze sparse, spontanee, creative: apprendendo da loro, per rinnovarsi. Non è richiesto che si sciolgano, ma devono rinunciare alle loro “identità”, almeno ai fini di una presenza forte nelle liste elettorali, senza rinnegare il proprio patrimonio ideale, il proprio bagaglio storico, e anche il proprio orgoglio, per diventare parte integrante della LCN. 

20. Infine, come dovrà essere impostata la “nuova politica” per la LCN? Essa deve passare certo per l’uso massiccio della Rete, ma senza farne un feticcio. Non dimentichiamo che esistono gli individui, donne e uomini, vecchi e giovani, “in carne ed ossa”. Accanto alla piazza virtuale, non si trascuri la piazza fisica, non si dimentichi, parlando ad avatar nell’etere, la dura (e meravigliosa) materialità delle persone. Le pratiche referendarie hanno ridato fiato e centralità all’agorà: abbiamo assistito a un vero “ritorno della piazza”, e occorre conservare questo come un dato irrinunciabile. La piazza ha significato certo anche violenze inutili e dannose da parte di qualcuno, ma soprattutto un altrettanto intollerabile esercizio di violenza da parte delle “forze dell’ordine”, che come in anni lontani sono apparse forze dell’ordine capitalistico, cancellando decenni di lotte per la democratizzazione dei corpi armati. 

21. La politica degli ultimi anni ha sofferto di scarsa capacità di ascolto. E di modesta capacità prospettica. La politica è invece l’arte di guardare lontano, e se si crede in un progetto come quello della LCN bisogna lavorare pensando di continuare anche dopo le elezioni, quale che sia il loro esito. Una forza collettiva, che superi le tentazioni identitarie e rompa antichi e nuovi steccati, e unisca le diverse componenti di coloro che non ci stanno a chinare la schiena davanti alla politica che coniuga austerità e autoritarismo (la politica “austeritaria”), e che vogliono lottare contro le disuguaglianze, e in difesa della Costituzione, dell’ambiente, dei beni culturali, del tessuto economico sano; una forza che voglia rappresentare i “subalterni”, gli schiacciati dai grandi potentati economici, gli umiliati ed offesi, deve sapere fare questo: guardare negli occhi le persone, e ascoltare la loro voce. 

da MicroMega del 17 dicembre 2012

Epurazione all’italiana per gli accademici della razza di Angelo d’Orsi

Epurazione all’italiana per gli accademici della razza di Angelo d’Orsi

Paesi che hanno attraversato i totalitarismi novecenteschi hanno affrontato tutti il trauma della transizione democratica. Che fare di coloro che si erano compromessi con i passati regimi? In Italia le cose sono andate in modo morbido, non per una sorta di originario carattere degli italiani – bontà, allegria, leggerezza, generosità, virtù che potrebbero anche essere lette come sciatteria e pressappochismo; la causa fondamentale fu politica, e legata al desiderio di Togliatti di pacificazione, per ricostruire il paese in una sorta di larghe intese con il mondo cattolico, largamente compromesso con il fascismo. Risultato? A differenza della Germania che avviò un ripensamento dell’esperienza, in Italia una poderosa amnistia lavò con i crimini anche la coscienza.

Nondimeno ciò che non è stato fatto dalla politica è stato compiuto, sia pure lentamente, dalla storiografia. L’ultimo risultato in ordine di tempo emerge da un libretto di Barbara Raggi (Baroni di razza. Come l’università del dopoguerra ha riabilitato gli esecutori delle leggi razziali, con prefazione di Pasquale Chessa, Editori Internazionali Riuniti), un lavoro che, va detto, non ha tutte le carte in regola sul piano scientifico, ma interessante e vivace, che affronta, in modo un po’ random, le vicende relative ad alcuni personaggi coinvolti, sia pure non direttamente nelle vesti oscene dei carnefici, nella politica razziale dal 1938 in poi. Ma, sottolinea la Raggi, impietosamente, e non sempre con argomenti del tutto persuasivi, essi furono colpevoli allo stesso modo. Soprattutto l’autrice mette il dito non tanto sulle loro colpe, quanto su quelle dell’accademia italiana, che con grande prontezza raccolse quei suoi “figli” sottoposti ai rigori dell’epurazione, almeno nei suoi primi tempi, prima che ci si ponesse una pietra su.

Il libro si sofferma su alcune figure, quali Giacomo Acerbo, Nicola Pende, Gaetano Azzariti, Sabatino Visco, Antonino Pagliaro, Alessandro Ghigi e qualche altra comparsa. Si tratta di esponenti di varie discipline, da quelle giuridiche a quelle biologiche, tutti coinvolti, a partire dal ’38, o nella teorizzazione del razzismo, o nella sua applicazione pratica, o ancora nella gestione dei provvedimenti di discriminazioni volti a “salvare” gli ebrei o per meriti “patriottici” (provvedimenti assai ridotti di numero), o a dichiarare “non ebrei” coloro che certificavano variamente di esser tali, in un umiliante esercizio di autonegazione. La realtà è che larga parte del mondo universitario, fra protagonisti e comprimari, fu coinvolta nella politica razziale del fascismo, e anzi sulle “teorie” della razza si costituirono carriere accademiche, con apposite cattedre, riviste, trattati.

Una discussione priva di qualsivoglia valore scientifico, che, a dispetto di dispute accanite, tra studiosi obnubilati nel cupo cielo del razzismo, finì nel nulla; ma i suoi effetti pratici nondimeno furono esiziali, per le vite, i beni, la dignità delle persone. Ripercorrere le tappe di questo cammino verso l’abisso è già di per sé un utile esercizio (morale, non soltanto intellettuale), ma più innovativo è il libro quando racconta le astuzie di costoro che, giustamente cacciati dall’insegnamento (talora addirittura condannati a lunghe pene detentive o addirittura a morte), vi rientrarono ricorrendo a un tessuto di complicità nel mondo universitario. Fu la logica del cane non mangia cane. E questa barricata autocorporativa fu persino più forte della volontà politica.

Il caso di Giacomo Acerbo valga per tutti: autore della famigerata legge che diede ai fascisti minoranza in Parlamento la maggioranza assoluta dei seggi, relatore del d.l. del 1938 che istituiva in luogo della Camera dei deputati quella dei Fasci e delle Corporazioni, ministro, fu presidente del Consiglio superiore per la demografia e la razza, nel cui ambito elaborò un concetto di razza fatto per piacere insieme al duce e alla Santa Sede, pubblicando nel ’40 un inconfondibile Fondamenti della dottrina fascista della razza. Ma Acerbo ebbe la buona sorte di votare contro Mussolini nella notte fatale del 25 luglio. Ciò gli valse sì la condanna a morte al Processo di Verona ma anche da parte dell’Alta Corte italiana; sfuggito alla prima, amnistiato dalla seconda, ingaggiò un lungo braccio di ferro con la Commissione per l’epurazione e con lo stesso ministero della Pubblica Istruzione per essere reintegrato. E la vinse, grazie precisamente al sostegno unanime della sua facoltà (Economia) e della sua università (la Sapienza). Alla torta fu poi il presidente della Repubblica Antonio Segni ad aggiungere una ciliegina, conferendo nel 1962 al prof. Acerbo la medaglia d’oro per i “benemeriti della scuola”.

‍Angelo d’Orsi

(4 dicembre 2012)

La sinistra e l’idea di eguaglianza di Mario Piras

La sinistra e l’idea di eguaglianza di Mario Piras

Uguaglianza immaginaria: il primo mezzo per mostrare la disuguaglianza (Goethe)

La sinistra è definita dall’idea di eguaglianza. Dalla fine del Settecento le posizioni di sinistra, cioè più avanzate nel senso della modernità politica, sono state guidate dall’ambizione di realizzare l’eguaglianza tra gli individui. Certo, la politica moderna in sé è definita dal principio che gli individui sono “eguali e liberi”, il che implica che anche la libertà è una libertà eguale. Questo si trova già in Hobbes, autore sicuramente antidemocratico e antiliberale, ma che fonda la sua legittimazione del potere su una idea amorale di eguaglianza: ogni uomo allo stato di natura, per quanto forte e intelligente, corre sempre il rischio di essere ucciso da un altro uomo. A partire da Locke, l’idea di eguaglianza e libertà originarie inizia ad assumere significati morali, giustificati in varie maniere a seconda degli autori. Quando però questo idea viene posta alla base delle costituzioni moderne, e quindi della politica moderna, genera la tensione inevitabile tra destra e sinistra.

La sinistra è mossa dall’intento di prendere sul serio l’ideale di eguaglianza tra individui liberi, criticando le forme di dominio che mascherano diseguaglianze e assenze di libertà. E proponendo assetti sociali e istituzionali che correggano queste ingiustizie. La destra interna alla politica moderna, pur ponendo l’eguaglianza degli individui tra i fondamenti della sua visione politica, non mette la correzione delle diseguaglianze in cima alla sua agenda; interpreta solitamente il principio di eguaglianza in termini più restrittivi. Questo avviene per varie ragioni, che cambiano nella storia: una certa dose di pessimismo, pragmatismo, prevalere degli obbiettivi di efficienza su quelli di giustizia, interpretazione dell’eguaglianza in termini di eguale libertà astratta ecc. Per quel che riguarda la destra esterna alla politica moderna, cioè la destra reazionaria tradizionalista o la destra reazionaria antimoderna ma nata dalla modernità (i fascismi, per intenderci), il discorso è diverso: difende forme di gerarchie sociali ontologizzate e organiche che la politica moderna rifiuta in toto.

Dentro la modernità politica, la linea di demarcazione è sull’idea di eguaglianza: la destra non la rifiuta, ma ne limita la portata, perché non ne vede la violazione in contesti sociali che invece, per la sinistra, sono segnati da dominio e ingiustizia. È questa in generale ciò che distingue destra e sinistra. È scorretto vedere l’opposizione tra destra e sinistra solo come opposizione tra libertà ed eguaglianza, quindi tra liberalismo e democrazia, per l’Ottocento, e tra capitalismo e anticapitalismo, quindi tra liberaldemocrazia e socialismo, per il Novecento. Indubbiamente, ci sono anche queste storie. Ma alla fine la differenza è sempre una diversa interpretazione dell’idea di eguaglianza, che porta a una dinamica di superamento continuo e conflittuale dell’equilibrio politico realizzato. La sinistra si fa guidare da un ideale di eguaglianza che penetra e critica i rapporti sociali oltre i livelli formali dei diritti civili e della rappresentanza politica.

Se questa è la base dell’idea di sinistra, bisogna chiarire che idea di eguaglianza si ha in mente. Io credo che possa riassumersi in questa formula: eguaglianza morale di individui liberi. Questa formula può sorprendere, per il riferimento al contenuto morale dell’eguaglianza. La politica moderna, si sa, si fonda sulla differenziazione tra morale, diritto, politica e religione. La politica si presenta come una sfera autonoma che non ha diretti riferimenti morali. E infatti nelle democrazia moderne si legittima la convivenza di forme di vita morali e religiose diverse tra loro. Sembrerebbe quindi che la politica liberaldemocratica sia disancorata da qualsiasi riferimento morale, obbligata alla neutralità, per garantire la sua autonomia e il pluralismo. Questa è infatti la pretesa di diverse teorie. In realtà, tale posizione è poco difendibile, e questo spiega i conflitti e le incomprensioni con i critici della democrazia liberale.

L’idea di individui eguali e liberi che si associano autonomamente per far nascere l’ordinamento politico è la base di legittimazione della democrazia liberale; ebbene, questa base contiene in sé un ideale morale e un’idea di vincolo morale. Tale ideale e tale idea sono espressi proprio dalla formula “liberi e eguali”. Le persone che si associano sono concepite come il fine dell’associazione politica, perché intese come soggetti autonomi, capaci di giudicare liberamente; questo statuto dei soggetti politici è implicitamente riconosciuto come eguale per ogni individuo che si associa, perché li definisce per essenza. Ne deriva che le persone libere e eguali tra di loro sono il valore ultimo della democrazia liberale. Inoltre, la posizione di eguaglianza in cui sono necessariamente poste le persone dall’idea che contribuiscono tutte allo stesso modo a far nascere la comunità politica è un obbligo morale. Le persone sono poste in una iniziale posizione di eguaglianza sulla base del loro originario status di persone morali; questo produce l’obbligazione di rispettarle nei loro poteri morali.

In sintesi, è perché gli individui che si associano sono concepiti preliminarmente come “persone morali” che la democrazia si fonda sulle idee di eguaglianza e di libertà. In quanto persone morali, sono poste in una posizione di eguaglianza morale: ognuna di esse è portatrice di una eguale dignità morale, che impone l’eguale rispetto. In quanto persone morali, sono dotate di poteri morali che le rendono autonome, cioè capaci di giudizio pratico. La democrazia liberale nasce quindi sull’imperativo morale dell’eguaglianza di individui liberi: ogni individuo è tenuto a rispettare lo status di eguale persona morale di ogni altro individuo. Da qui derivano i vincoli interni alla costruzione democratica: l’eguale partecipazione politica come i diritti individuali.

Fin qui, l’idea di eguaglianza in generale in quanto fondamento di una società democratica. In che senso essa diventa un patrimonio specifico della sinistra? La chiave si trova nella dinamica che l’ideale di eguaglianza morale instaura inevitabilmente con i rapporti sociali. L’ideale dell’eguaglianza morale si fonda su questo: c’è qualcosa in cui le persone sono eguali, ed è proprio ciò che le definisce come persone. Questo qualcosa è ciò che impone l’eguale rispetto per le persone. Tutti noi capiamo che tale eguale rispetto non significa trattare tutte le persone egualmente, ma trattarle da eguali in rapporto a quel nucleo di “dignità morale” che le definisce come persone. Quindi, per esempio, tutti capiamo che dividere una torta in parti uguali non sempre significa trattare da eguali. Se si tratta solo di offrire una torta a dieci bambini benestanti che festeggiano un compleanno, la divisione giusta è quella. Ma se le torta va divisa per sfamare dieci bambini di cui due ricchi e ben nutriti, tre mediamente benestanti e cinque al limite della denutrizione, è ovvio che la divisione giusta non è quella in parti uguali. Intuizioni di questo genere ci guidano normalmente; per questo di solito sappiamo già che trattare da eguali non significa trattare egualmente. Probabilmente trattare da eguali significa trattare egualmente quella parte di noi che ci definisce come persone, e che se viene trattata in modo non eguale genera ingiustizia nei rapporti tra le persone. Il grande problema della teoria è definire qual è questa parte. Lascio per il momento aperta questa questione. Probabilmente è qualcosa che ha che fare con la nostra capacità di giudizio pratico e di scelta; con la possibilità di orientare la nostra vita senza gettarla via; con la possibilità di preservare l’integrità del nostro io e della nostra persona, nell’unità con la spontaneità corpo. Ma queste sono solo ipotesi, per il momento. Vorrei però far vedere meglio questa differenza tra trattare egualmente e trattare da eguali.

Nessuno considera sbagliato dare un voto più alto allo studente A più preparato e un voto più basso allo studente B meno preparato. I due sono trattati da eguali proprio perché si danno voti diversi a preparazioni diverse. Sarebbe ingiusto il contrario. Qui si vede bene che la differenza è fondata sul trattare egualmente qualcosa di più profondo e costitutivo: la capacità dei due studenti di apprendere, applicarsi e ottenere i risultati desiderati. Allo stesso tempo, tutti noi consideriamo però altrettanto ovvio che valutare semplicemente le due performances potrebbe anch’esso essere ingiusto. Facciamo questa ipotesi: lo studente A è figlio di un professore universitario, vive da sempre in mezzo ai libri e alla cultura, nel maneggiarli ha una certa disinvoltura, gode di un ambiente familiare sereno, ha una solida stima di sé indotta da questo ambiente e ha tutto il tempo libero di fronte a sé per studiare; lo studente B invece è figlio di una bidella della scuola, è fortemente motivato a studiare per riscattarsi socialmente ma ha un rapporto ingenuo con la cultura e con la lingua colta, ha una debole autostima perché ha sempre avuto delle difficoltà e spesso ha problemi di tempo, perché abita lontano e deve dare una mano a casa. Questa ipotesi banale fa scattare subito in tutti noi una ulteriore correzione del concetto di eguaglianza: anche la valutazione eguale di performances uguali non è giusta, date queste condizioni di partenza. Non intendo sviluppare ulteriormente. Intendo solo notare come noi tutti, normalmente, distinguiamo i due piani del “trattare egualmente” e del “trattare da eguali” e di solito consideriamo giusto il secondo, cioè il “trattare da eguali” gli individui, in quanto li si tratta egualmente in qualcosa di profondo e costitutivo della loro natura di persone, e non in qualcosa di superficiale e di esterno. Per questa ragione, introduciamo continuamente dei correttivi all’idea più semplice di eguaglianza.

Se le cose stanno così, emergono due aspetti fondamentali. Al primo ho già accennato: la definizione di questo “nucleo” dell’idea di eguaglianza morale è problematica, può cambiare a seconda delle prospettive, e questa differenza spiega i diversi punti di vista possibili all’interno della politica moderna (la politica antimoderna, di ogni tipo, si caratterizza invece per il rifiuto di questa idea fondamentale). In questa analisi lascio da parte questo problema. L’altro aspetto è il seguente: l’idea di eguaglianza morale è fortemente controfattuale. Se c’è un nucleo morale fondamentale che rende le persone degne di eguale rispetto in quanto tali, è evidente a tutti che i rapporti sociali, da sempre, sono ben lontani da garantire questo rispetto. I rapporti sociali sono intessuti di relazioni di dominio, costantemente, a partire dai microrapporti di potere che si instaurano nella famiglia o sul posto di lavoro per arrivare fino alle forme di rapporti di potere più macroscopiche: il potere economico, quello politico, il potere transnazionale delle grandi multinazionali o il potere geopolitico determinato dalle posizioni delle potenze mondiali. La società è costituita da tante cose, ma indubbiamente anche dal potere. L’azione, per definizione, presuppone il potere, e di conseguenza l’azione sociale si regge sul e genera il potere. E quindi produce forme di dominio e diseguaglianza, perché quasi sempre queste disparità di potere non sono legittimate da parte di chi le subisce.

Il carattere controfattuale dell’ideale di eguaglianza chiarisce in che senso questo ideale definisce la sinistra. La destra moderna ragiona, potremmo dire, in questi termini: gli individui vanno trattati da persone moralmente eguali, quindi libere di decidere con la propria capacità di giudizio il proprio destino. Questo vuol dire che bisogna creare le condizioni esterne di un’azione individuale non influenzabile dall’azione esterna di altri individui. L’idea limite della destra moderna è quella di (eguale) libertà come non interferenza, e quest’ultima è intesa come non interferenza di una consapevole volontà esterna con un’altra volontà consapevole. Questo punto di riferimento genera una visione delle istituzioni, politiche e sociali, come frutto di scelte individuali. Se queste sono poste in condizioni di non interferenza, l’idea di eguaglianza morale è rispettata. Altrimenti no. Ma quello che conta, come assenza di libertà e quindi di eguaglianza, è l’esercizio esplicito del potere di un soggetto su un altro. La destra moderna, se non inganna se stessa e gli altri, si pone l’obbiettivo di limitare la presa di poteri espliciti sulle scelte consapevoli dei singoli. Qui passa la linea di demarcazione rispetto a una prospettiva politica che individua invece il dominio sociale anche al di sotto del dominio politico esplicito.

Il modello classico di questo passaggio dal dominio sociale apparente a quello inapparente, e quindi da una concezione formale dell’eguaglianza a una sostanziale, è il mercato del lavoro. Il passaggio più classico è quello avvenuto nell’Ottocento, nella contrapposizione tra le teorie liberali del mercato e quelle socialiste. Per le teorie liberali, il mercato è il luogo di incontro tra individui liberi, che si scambiano beni e servizi. Nel mercato del lavoro, due individui liberi, datore di lavoro e lavoratore, si scambiano la merce lavoro, determinandone il prezzo e le condizioni di utilizzo. Scegliere liberamente, qui, vuol dire che non intervengono forze (cioè volontà) esterne a determinare il prezzo e la quantità del lavoro scambiato; forze esterne come lo Stato, le corporazioni, cartelli imprenditoriali ecc. Infatti, come è noto, la legislazione liberale di inizio Ottocento vietava sia i sindacati dei lavoratori che le associazioni padronali. Questa rappresentazione si fonda sull’assunto che i soggetti sono liberi di agire perché non costretti da volontà esplicite esterne alla loro volontà, né a regole giuridiche che ne limitino l’esercizio. L’assunto è reso evidente dalle prime legislazioni sul mercato del lavoro, negli ’40 dell’Ottocento in Inghilterra e Francia: queste leggi pongono dei limiti agli orari di lavoro e alle retribuzioni dei ragazzi e delle donne, soggetti ritenuti “minori”, e quindi sotto tutela; per i soggetti “liberi”, i maschi adulti, nessuna limitazione, perché possono decidere da sé.

La concezione socialista di questo tipo di rapporto, che è all’origine di ogni idea di sinistra dei rapporti sociali, porta al concetto ciò che il senso comune conosce già. Il senso comune, depositato nelle denunce degli scrittori, nelle inchieste sulle condizioni del lavoro ecc., vede questo, semplicemente: i lavoratori sono costretti ad accettare salari miserabili per stare in fabbrica dalle 11 alle 16 ore al giorno per sei giorni, a seconda dei casi; vivono e lavorano in condizioni igieniche e ambientali intollerabili; sono deboli perché non si possono associare, mentre i padroni, che formalmente non si possono associare, concordano la loro azione nei salotti, nei club, nelle aule parlamentari; ecc. La teoria allora si può formulare in questi termini. Se anche riduciamo il nucleo della eguaglianza morale degli individui alla loro capacità di giudizio e di scelta (cosa non scontata: un passo ulteriore della teoria dovrà scoprire altri strati dell’eguaglianza morale), questa non è garantita da un ordine sociale che li tratta da eguali a condizione che non siano assoggettati a una volontà esplicita esterna. I soggetti possono non essere trattati da eguali anche se la volontà esterna ed esplicita li tratta da eguali. Finché si resta a questo primo caso di diseguaglianza sostanziale, la cosa è evidente: tutti vedono che chi è costretto ad accettare un salario miserabile e condizioni di lavoro pesantissime, perché altrimenti rischia letteralmente di morire di fame, non ha nessuna libertà di scelta, quindi non è affatto in un rapporto simmetrico con l’interlocutore. Ma da questo caso in avanti nasce l’idea egalitaria dei rapporti sociali, da un punto di vista di sinistra. Tale idea afferma che esistono rapporti di dominio non apparenti, che penetrano i rapporti sociali dall’interno, modificando la natura stessa dei soggetti, in quanto modificano la loro posizione. E quindi dietro questa idea c’è una teoria generale della società: questa non è generata dalle scelte dei soggetti nelle istituzioni, ma da strutture di dominio, di interazione con la natura e di riproduzione simbolica. Queste strutture agiscono “dietro le spalle” degli individui e li determinano. La critica sociale cerca di portarli alla luce, di oggettivarli e di renderli, per quanto possibile, disponibili per la libera scelta degli individui e della società.

Nel caso in questione, come è ovvio, si tratta delle strutture sociali prodotte dai meccanismi sistemici del mercato. Se non si trovano istituzioni capaci di limitare questi meccanismi, è illusorio pensare che i soggetti in essi implicati siano liberi, e quindi eguali nei loro rapporti. In questo gioco tra eguaglianza apparente ed eguaglianza illusoria si trova la definizione della sinistra rispetto all’idea di eguaglianza. L’eguaglianza morale di individui liberi è alla base della democrazia liberale. La destra si accontenta di leggerla come eguaglianza consapevole di volontà esplicite. Al massimo corregge le distorsioni rispetto a questo modello ideale, di interazione sociale tra soggetti liberi in istituzioni. La sinistra non si accontenta di questo livello. Vede dietro l’eguaglianza apparente la diseguaglianza reale, che persiste. Quindi vede dietro i soggetti apparentemente isolati le strutture del dominio sociale. Il dominio sociale si appoggia alle strutture sociali che sfuggono alla costruzione consapevole degli agenti. Questo è naturale e quasi inevitabile, perché l’agire sociale implica il potere per definizione. Strutture sociali di azione generano necessariamente forme di dominio sociale. L’analisi critica di sinistra cerca di portarle alla luce. Vede quindi una forma di dominio nel rapporto di mercato tra il datore di lavoro e il lavoratore, nel rapporto affettivo e familiare tra il marito e la moglie, nel rapporto sociale e simbolico tra il conformismo sociale e la persona omosessuale, nel rapporto economico, a distanza e astratto, tra il consumatore europeo di iPhone e l’operaio che li produce in Cina rovinandosi la salute perché lavora dodici ore al giorno seduto su uno sgabello respirando polvere di alluminio.

Mario Piras

(Torino, agosto-novembre 2012)

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