Democrazia: la normalità che ci manca
di Angelo d’Orsi da Micromega
Le insinuazioni di Grasso contro Caselli. Le dimissioni di Terzi. Il presidenzialismo di Napolitano e il criptofascismo di Grillo. Il panorama del mese alle nostre spalle è inquietante. La vita pubblica italiana appare sempre più estranea alle regole di una nazione democratica.
di Angelo d’Orsi
Quando si trascorre un periodo fuori della patria, oltre a disintossicarsi, si gode del vantaggio di uno sguardo più lungo e lento, e di un punto di vista esterno, anche se pur sempre di chi è, nel bene e nel male, interno al Bel Paese. Rientrare è sovente traumatico, e il clima, la cucina, gli affetti, non ti confortano. Specie in questa fase, ritornando dalla contigua Francia, un “Paese normale”, quello che noi non siamo e non saremo mai.
La normalità che ci manca è la democrazia, detto in una sola parola. L’Italia non è mai stata educata alla democrazia, anche quando le sue istituzioni, e soprattutto la sua Carta costituzionale, sono state improntate a valori alti di tipo democratico avanzato. Mi risparmio gli esempi storici, facili da produrre, dallo Stato illiberale postunitario, al fascismo, al nuovo regime democristiano, sia pure con qualche brevissimo interludio di approssimazione alla democrazia. In definitiva, gli italiani, dall’uomo della strada, dalla casalinga di Tortona al contadino molisano, dall’impiegata del catasto all’operaio tessile, dal professore di università al pubblico amministratore, perlopiù con la democrazia non hanno grande dimestichezza. E avendo perlopiù un’attitudine passiva rispetto allo “Stato”, dai suoi gestori e tutori si aspettano di essere anche guidati verso le pratiche democratiche. E invece…
Invece, il panorama del mese alle nostre spalle, quello ho personalmente trascorso a Parigi, è peggio che desolante: è inquietante. E se mentre ero là, ai colleghi e amici transalpini mi chiedevano commenti alla situazione italiana, avevo difficoltà a fornire risposte, ora che sono rientrato, ho le stesse difficoltà: a comprendere, prima di valutare ed esprimere opinioni fondate. Certo, certissimamente, so che la situazione appare del tutto estranea alle regole della vita di una nazione “democratica”. Non saprei dire come ne usciremo, se in farsa o in tragedia; intanto, preparati ad ogni futuro scenario, compresi i peggiori (e i pessimi), proviamo a riflettere.
L’elezione dei due presidenti del Parlamento è apparsa una vittoria delle forze di Centrosinistra; ma v’è da rabbrividire pensando che la presidenza del ramo più autorevole, la seconda carica dello Stato, sia stata offerta a un magistrato appena gettato sull’arengo elettorale dal PD, benché la fortuna di quel magistrato sia frutto diretto di una scelta berlusconiana, giunta alla emanazione di un provvedimento legislativo speciale per eliminare il candidato naturale alla direzione della Procura nazionale antimafia, Giancarlo Caselli: fra tante leggi ad personam, in quel caso si trattò di una legge anti personam. Grasso non ebbe l’onestà allora di rinunciare, anzi ne tacque e approfittò del generoso aiuto del cavaliere, e oggi addirittura dimenticando il suo ruolo, si permette di telefonare – il modello berlusconiano, appunto – a una trasmissione tv dove un giornalista racconta la verità in merito, e pretende in tempi immediati un risarcimento sotto forma di sua presenza come special guest in tv, trovando il sistema (il combinato disposto di un sistema tv prono ai politici) pronto ad accoglierlo, invece di sbeffeggiarlo come avrebbe meritato. E addirittura il signor presidente del Senato si permette di fare oscure e vacue insinuazioni su Caselli, un magistrato che è davvero integerrimo. Nessuno mi pare abbia gridato allo scandalo. E proprio qui sta lo scandalo. Il silenzio della normalità di un Paese che scambia l’eccezione per norma, un Paese che rimane in defettibilmente la patria del “lei non sa chi sono io”. Purtroppo lo sappiamo, dottor Grasso; e purtroppo, aggiungo, lo sappiamo, onorevole Bersani, fiero autore di questo bell’acquisto.
E che dire di un ministro in carica che si dimette alla Camera, come se fosse stato eletto, invece che nelle mani del Presidente della Repubblica, dopo aver informato il Presidente del Consiglio? Si dimette addirittura in diretta televisiva, in modo plateale, cercando gli applausi oltre che dei familiari (che intanto come gli “amici” di Maria De Filippi, si sgolano dalla platea del pubblico), soprattutto della destra, prontamente giunti, con totale disprezzo di ogni regola istituzionale da parte di tutti. E meno male che il signor Giulio Terzi di Sant’Agata è un diplomatico di carriera (il nome stesso ce lo dice) che aveva peraltro già creato problemi a non finire sia nella trattativa per il voto all’ONU per ammettere i Territori Palestinesi come “osservatore” (a cui si era opposto, sconfitto dal suo stesso Governo), e soprattutto nella grottesca gestione del caso dei due “marò” presentati come vittime innocenti di una persecuzione giudiziaria dei perfidi indiani. Una figuraccia internazionale in cui è emerso, accanto alla scarsa dimestichezza con le regole del sistema internazionale, e al “diritto delle genti”, l’antico fantasma dell’italiano traditore, che non sta ai patti, che viola i trattatati. L’aveva fatto Berlusconi nel 2011 con il colonnello Gheddafi, dopo aver siglato un impegnativo trattato di amicizia, bombardando e diventando complice della distruzione del Paese oltre che dell’omicidio brutale del suo leader. Lo ha fatto il Governo Monti, in una scomposta, rissosa e inconcludente conduzione a tre teste (Difesa, Esteri, Presidenza), confortata, ahinoi, dal presidente della Repubblica, che riceve addirittura al Quirinale i due omicidi confessi come eroi nazionali.
Già, il presidente: che all’estero, non solo in Francia, chiamano da tempo “Re Giorgio”. Stiamo diventando, non da oggi, una Repubblica presidenziale, in forma strisciante, ma secondo un processo al quale manca soltanto la sanzione giuridica. È vero dunque: esiste una Costituzione formale, e purtroppo una Costituzione materiale che sta ridisegnando il volto dell’Italia “democratica”. Anche se le intenzioni di Napolitano fossero le migliori (e non ho motivo di dubitare, fino a prova contraria), i tanti colpi che egli sta dando all’edificio istituzionale potranno avere conseguenze future inimmaginabili; o forse al contrario facilmente immaginabili. Alla caduta di Berlusconi, invece di sciogliere le Camere il capo dello Stato fece Monti senatore e lo insignì del ruolo di presidente del Consiglio, a capo di un governo di “tecnici”, il quale, in modo paradossale, dopo le elezioni, continua ad essere operativo (e spesso a fare danni: vedi in particolare l’attivismo del ministro dell’Istruzione e Ricerca Profumo, che ogni giorno aggiunge nefandezze e scempiaggini al suo già gravissimo operato). Monti dal canto suo, come la biscia, ha morso il ciarlatano, che gli ha dato la salvezza: e nelle more del dopo elezioni, scornato per il modestissimo risultato, vedendosi preclusa la presidenza del Consiglio, pretende addirittura di diventare presidente della Camera Alta, andando a reclamare quella poltrona, che ovviamente gli viene negata. Anche qui: da entrambe le parti si manifesta un sostanziale disconoscimento non soltanto delle forme democratiche, ma dello stesso bon ton istituzionale. Quale demone abbia spinto l’austero professore bocconiano, che un anno e mezzo fa assunse la croce in nome della salvezza d’Italia, a mettersi in proprio, e a nutrire ambizioni spropositate, appartiene al novero dei grandi misteri irrisolti della Repubblica: o forse basta una spiegazione semplicissima: il sapore del potere, una volta assaggiato genera dipendenza?
Intanto, il Presidente ci riprova, e dopo aver dato vita a un governo extraparlamentare crea una sorta di organismo parallelo, composto da personalità quasi tutte al di sotto di ogni sospetto (con alcuni galantuomini). Desolante pensare che un Quagliariello-Quaquaraquà possa entrare nel novero dei “saggi” della Repubblica. Ci sono stati risparmiati Brunetta e Chicchitto, certo; e forse dobbiamo accontentarci. Tuttavia, non solo sfugge il senso dell’operazione, ma la sua legittimità.
Chi però sbraita contro questa mossa, all’ultimo invocando un Governo Bersani, ossia i mestatori di M5S, appaiono davvero penosi. Là, siamo davvero nell’Oltre-democrazia: esattamente come Berlusconi, il signor Grillo e il suo amico Casaleggio, uomo dei poteri forti come il professor Monti, appaiono figure del tutto estranee alla dialettica, alla cultura, e alla prassi della democrazia (anche per quanto concerne la vita interna del Movimento, ove ovviamente di democrazia manco a parlarne). Troppo tardi per farceli rientrare. E chi ha votato M5S pensando di addomesticarli, ha commesso lo stesso errore dei liberali che sostennero Mussolini nel ’21, alle elezioni dette del “Listone”, pensando che una volta dentro le istituzioni gli squadristi si sarebbero rabboniti, e pacificati. E l’atteggiamento oggi di Grillo assomiglia appunto a quello di Mussolini dopo la Marcia su Roma, quando tenne in scacco il Re, il quale pensava di cavarsela dando al PNF qualche ministero, ma dovette dare l’intero governo, secondo le pretese del romagnolo. Quella tempesta durò pochi giorni; questa in cui ritrovo il mio Paese dura da oltre un mese. E Grillo aspetta il governo: nulla di meno che la guida della nazione. Di fatto così bloccando la vita istituzionale, aggiungendo il dileggio, la pernacchia, lo sbeffeggio (lo ricordate incappucciato, mentre fa jogging davanti alla sua principesca villa al mare inseguito da paparazzi ai quali non riserva neppure il saluto!?), l’insulto, e la negazione di ogni diritto agli operatori dell’informazione, i quali a loro volta piegano pecorescamente il capo, invece, ad esempio, di piantare in asso i due grotteschi capigruppo di M5S, che convocano conferenze stampa che nemmeno ai tempi peggiori del breznevismo si erano vedute, nelle quali sono ammesse risposte (le loro!) senza domande.
Così, la vita pubblica italiana appare un campo di rovine, e la nazione è a un passo dalla catastrofe, una nazione già sotto scacco per le minacce dei berluscones, che si comportano a loro volta come un secondo esercito di occupazione, urlando al golpe se si pensa di processare il loro capobanda, e invocando la piazza se non si contratta con lui la nuova presidenza della Repubblica. Ebbene? In una democrazia davanti a minacce eversive estreme, si inviano le forze dell’ordine (invocò il Presidente che mandasse i carabinieri o l’esercito a fermare l’uomo di Arcore, qualche anno fa Asor Rosa con felice paradosso), e invece il capo di questo Stato invita stentoreamente a dare lo spazio che gli spetta al cavaliere nella vita politica nazionale. Lo spazio dell’illegalità?
E in questo sconcertante scenario, dove non sai a quale santo votarti (ma per favore, risparmiatemi il nuovo Papa! Appena insediato, siamo già al delirio: ma in fondo la raccolta delle figurine di Francesco è una degna sanzione della fatuità spettacolarizzata di un pontefice che vuole far dimenticare il suo passato, non remoto, di uomo di fiducia della dittatura argentina; dovremo rimpiangere Ratzinger?), i filosofi italiani si chiamano Dario Fo, Adriano Celentano e Franco Battiato, che impartiscono lezioni di politica e pubblica moralità. Se non abbiamo il Principe di Machiavelli, dateci almeno un Principe de Curtis, che se non altro li seppellisca tutti con una risata.
(3 aprile 2013)
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Aria, Acqua, Terra
Le Settimane della Politica
Politica in movimento : un movimento per la politica




In sintesi, non soltanto le facce della gran parte dei candidati, i loro slogan, la grafica dei loro manifesti (sapete quanto costa stampare e diffondere su tutto il territorio nazionale un manifesto elettorale di grande formato? Intorno ai duecentomila euro. Fatevi i conti!), ma il contenuto del loro messaggio politico risulta deprimente. I grandi temi sono tutti assenti: non si parla di cultura (Gian Antonio Stella ha denunciato al riguardo tale assenza macroscopica sul Corriere della Sera), si parla pochissimo di scuola e università, non si parla di sanità e di trasporti (non sono parlare di trasporti le frasi roboanti sul corridoio 5, da Lisbona a Kiev, come è stato definito dagli esperti “una leggenda”: ha ragione Grillo, quando a Palermo, urlò alla folla nel comizio: “ma a me che cazzo me ne frega di andare a Kiev, che è pure una città di merda, se per andare a Siracusa ci metto sei ore!?”), è assente la politica estera, se non come cenno obbligato e stucchevole all’Europa.
Di Berlusconi ho detto. Quanto a Monti, ci ha fornito un esempio da manuale della favola del mostro creato dallo scienziato che gli si ribella. Creato da Napolitano, con le migliori intenzioni, accettato da Bersani, felice della rimozione del Cavaliere, ma timoroso delle urne, e dallo stesso riottoso Berlusconi, sicuro di una batosta elettorale (parlo del novembre 2011), ha fatto la mossa inattesa, “salendo” in politica. E ora rifila colpi all’uno e all’altro, fino a due-tre mesi fa suoi sostenitori. La sua operazione politica, benché benedetta dal Vaticano, e zeppa di confindustriali, ha il fiato corto, nondimeno: non pare, al di là delle parole roboanti, pur proferite sempre in perfetto stile british, ma con una crescente bellicosità, poter andare oltre un semplice coacervo elettorale. Figure sbiadite come Fini, Casini (che pure ha fatto una campagna elettorale intensissima, che non credo gli porterà grandi frutti), e figuranti creati o lanciati dalla tv (ad esempio Giannino), appaiono del tutto fuori del gioco: eppure, la cosa non trascurabile, è che saranno forse necessari o addirittura indispensabili i loro pochi seggi per rendere governabile il Paese, in qualche alleanza o desistenza con il Pd, via Monti.
Da questo punto di vista, in fondo, la delusione maggiore viene da Ingroia e la sua Rivoluzione Civile. Premesso che il suo programma è quello al quale mi sento più vicino, e aggiunto che trovo però ridicoli certi entusiasmi (leggo su un sito che sostiene la lista frasi come la seguente: “Anche se molti mezzi di comunicazione sembrano ignorarla, sembra che Rivoluzione Civile crei delle grosse preoccupazioni alla borghesia italiana”), e ribadito che voterò, di sicuro alla Camera, per RC, non posso tacere sul modo con cui sono state composte le liste: centralistico, autoritativo, privo di quell’annunciata trasparenza, o del millantato rapporto col benedetto “territorio”. Sicché troviamo candidati siciliani in Piemonte, romani in Puglia, e così via. I famosi “catapultati” o “paracadutati”, decisi secondo la più usuale prassi della più vecchia e consolidata politica politicistica. Specie se poi si guarda alla sapiente dislocazione dei candidati che “devono uscire”, che sono stati piazzati in più circoscrizioni (mi pare fino a sette! Pessimo esempio che viene dall’alto, con Ingroia capolista dappertutto), e che caso mai uscissero davvero, dovrebbero poi seguire le direttive dei capi, lasciando una circoscrizione piuttosto che un’altra, in modo da ricuperare questo o quell’altro candidato. Anzi, immagino – spero di errare – che per entrare in lista molti abbiano dovuto firmare preventivamente una lettera di dimissioni in bianco: non si sa mai. E anche se così fosse, nulla di così scandaloso: si è sempre fatto. Ma non doveva essere questa l’occasione per proporre una politica diversa fin dalle sua modalità? Anche se Rivoluzione Civile dovesse riuscire a entrare almeno alla Camera (come mi auguro vivamente), rimarrebbe una occasione perduta (l’ha notato Marco Revelli
A.N.P.I
Fabionews