ARIA, ACQUA, TERRA. Per una politica della sopravvivenza
Prolusione
Angelo d’Orsi
(Presidente dell’Associazione Movimento 2 Giugno)
Cercando in rete materiali per ispirarmi nella Prolusione a questa Giornata, ho trovato un articolo (dell’estate 2000), in cui si riferiva di alcuni governanti italiani che riferendosi all’ultimo decennio del secolo, nei quali i “comitati d’affari” di banche, grandi multinazionali e holdings finanziarie avevano preso il sopravvento sulla capacità degli attori politici di gestire i giganteschi cambiamenti in corso, reclamavano la necessità di “ricuperare il primato della politica nel governo dei processi di globalizzazione”.
E vengo all’articolo, che si chiedeva: “Ma quale politica?” E richiedeva un’altra politica, rispetto a quella corrente. Ossia,
la politica dal basso, la politica che senza paura di evocare reminiscenze classiche un po’ banali, è in buona sostanza la politica dell’agorà. Ossia l’arte della convivenza nella città, come si configura la politica nelle sue lontane origini greche, un’arte che ci riguarda tutti in prima persona appunto in quanto abitanti della polis, ossia come cittadini: un’arte dello stare insieme, insomma. E anche se nel corso del tempo la politica si configurò come scienza del buon governo e quindi come scienza del potere, il requisito primo della politica rimase a lungo quello di rispondere ai bisogni essenziali delle persone, di dare ad esse risposte davanti ai problemi che dallo stare insieme nascono.
“In anni recenti queste esigenze si sono del tutto obliterate”, continuava l’autore, il quale richiamava le manifestazioni spontanee che si erano svolte in varie città italiane (in particolare allora a Bologna e Genova) e soprattutto la grandiosa epopea di Seattle dove nacque il movimento no global poi divenuto altermondialista, e li giudicava altrettanti inviti, appunto,
a riprenderci la politica, insomma, quella che si occupi dei bisogni di tutti noi: una politica terra terra, dirà qualcuno; ebbene sì, anche una politica aria aria, acqua acqua e così via. Una politica che ci ricordi che non c’è convivenza senza sopravvivenza.
Essendo chi vi parla l’autore di quell’articolo, mi sono concesso la lunga citazione.
Politica e sopravvivenza. Un’idea forse poco originale ma ritengo importante, anzi, come hanno dimostrato i dodici anni successivi, decisiva. Come può essere la politica arte della convivenza se non ci occupiamo prima della sopravvivenza? Ossia della vita sul Pianeta: che significa salvaguardia, per quanto ancora possibile, degli elementi essenziali che consentono all’ecosistema di reggere, agli umani e alle altre specie animali di rimanere in equilibrio con la vegetazione, e tra di loro; al nostro Pianeta, insomma, di continuare a fare il suo lavoro, fin tanto che una pioggia di asteroidi o qualche evento naturale non lo trasformerà in altra cosa.
Elementi essenziali: Aria, Acqua, Terra, ai quali è dedicata questa prima uscita pubblica del Movimento 2 Giugno. Un’associazione politica puntando sulla necessità di una cultura politica, come testimonia il Corso itinerante di Cultura politica, avviato poche settimane fa in collaborazione con l’ANPI, e questa Giornata. Che benché dia spazio a competenti (evito la parola “tecnici”, e voi indovinate di certo il perché), ha invitato a prender la parola, a pieno titolo, ai militanti di tante battaglie condotte in varie realtà, prevalentemente regionali. Avremmo voluto realizzare davvero una iniziativa nazionale, ma se questa avrà successo intendiamo proseguire e replicare su scala più ampia; in ogni caso saluto con particolare calore quanti giungono qui da più lontano, e specialmente Filippo Sestito da Crotone.
Dicevo che il Movimento 2 Giugno intende procedere proprio in nome di due princìpi che ci sembrano basilari: 1) la riappropriazione della politica, appunto, una politica dal basso, autenticamente democratica, ossia partecipata, e informata; 2) la focalizzazione sulle questioni ambientali, intese nel senso più ampio possibile, comprendendo cioè anche quelle tematiche urbanistiche, relativa al consumo del suolo, agli scempi edilizi, alle manomissioni idrogeologiche,che da anni sono state neglette, come cancellate, invece che affiancate, dalle questioni connesse alle varie forme di inquinamento. Riappropriarsi la politica e darle un contenuto legato ai problemi di fondo della nostra quotidianità, dal come ci muoviamo all’interno degli spazi urbani o in quelli extraurbani, ai nostri rifiuti, da quel che respiriamo (che vuol dire a come ci ammaliamo poi di tumori e di mille altre patologie) a quel che mangiamo: cibo proveniente da materie prime magari prodotte in campi inquinati, trattate da aziende che in nome di un aumento del profitto trascurano le più elementari norme di tutela del consumatore.
Se ci chiediamo da dove nasce tutto questo, non possiamo non puntare l’indice su quello che un tempo, con ingenuità o per effetto di letture “francofortesi” o delle scienze sociali statunitensi, chiamavamo “sistema”. Il capitalismo (se è consentito ricorrere a una parola che sembra quasi vietata nella stessa letteratura e pubblicistica interna ad esso), che negli ultimi decenni è divenuto turbocapitalismo, ipercapitalismo, ultracapitalismo, o per usare l’espressione già famosa un tempo, in tedesco, voltata in italiano in un libro importante di Luciano Gallino, Finanzcapitalismo. Che è anche l’altro nome della globalizzazione, che è stata certo un elemento positivo per taluni aspetti, ma più che globalizzazione di ricchezze, e diffusione di benessere, si è rivelata il suo opposto, la globalizzazione delle povertà, per dirla con Bauman; o meglio: si è rivelata tale per pochi, e il suo opposto per tanti. Nella cittadella assediata del finanzcapitalismo, che continua, sotto la parola magica, spauracchio e insieme specchietto, di “crisi”, a oscillare tra due corni di una falsa alternativa (rigore e crescita), due poli di un modo di produzione, che è modo di devastazione dell’ambiente, del paesaggio, che ormai solo gli ideologi ostinati non vogliono ammettere essere in una crisi sistemica.
Il periodo che stiamo attraversando non è affatto una crisi economica, e meno che meno una crisi finanziaria, dietro le apparenze: si tratta di una vera e propria crisi di civiltà. E classi politiche ingorde, classi dominanti fameliche, le une e le altre cieche davanti al baratro sul quale ci hanno condotto, continuano a reclamare rigore e crescita, oscillando dall’una all’altra e viceversa. Il rigore in fondo non è che l’altro volto della crescita, entrambi funzionali alla perpetuazione del dominio neppure di classe, ma di cricche, di alcune decine di migliaia di gestori del capitale mondiale (quei trilioni di dollari ed euro, spesso reali, più spesso virtuali, ma rimanendo sempre però incollati alle stesse dita) che sono il Verbo degli assediati nella Torre, da cui comandano, con apparati militari e apparati ideologici. Rigore significa far pagare ai ceti medio bassi i debiti prodotti dai ceti dominanti, e l’involuzione stessa di un sistema che non funziona più. E il rigore è propedeutico alla crescita, e le forze tradizionalmente della Sinistra hanno abboccato all’amo.
Crescita, altra parola musicale, il cui magico suono dovrebbe indurci a credere, fideisticamente, che questo se non è il migliore dei mondi possibili, è il solo mondo possibile; indurci a scommettere sulla possibilità di aumento costante del PIL (altro grande feticcio), che significa arricchimento disuguale, ma soprattutto significa depauperamento delle risorse naturali, e conseguente loro accaparramento da parte di grandi potentati economici e finanziari, che una volta acquisite le proteggono con la forza delle armi. Crescita, significa aumento dei consumi, moltiplicazione dei rifiuti, consumo del suolo, inquinamento dell’aria e dell’acqua e della terra. Ma per ottenere tali mirabolanti esiti, non bastano i politici, le classi di governo, centrali e locali, nazionali e internazionali; non sono sufficienti neppure gli ukase che giungono dalle sigle minacciose che incombono (OCSE, BCE, UE, G8, G20, WTO, FED…), o le ormai tristemente familiari pronunce (che sono sempre declassazioni, almeno per quanto ci riguarda) da parte delle famigerate agenzie di rating…
Per convincerci che altro non v’è da fare se non continuare ad aumentare la produzione, per aumentare i consumi, per aumentare i profitti, incuranti delle conseguenze, con una incredibile miopia (e dire che qualcuno aveva definito la politica l’arte di guardare lontano), occorre mobilitare gli spin doctors, occorre il sostegno degli economisti. Si noti che alla finanziarizzazione dell’economia pratica, ha corrisposto una ma tematizzazione di quella teorica, specie sotto forma di grafici, che ormai costituiscono i 9/10 dei manuali di economia. In affetti, sia a livello accademico – i corsi universitari, e i relativi manuali –, nel dibattito pubblico oggi gli economisti o sedicenti tali provano a convincerci di pseudoverità che corrispondono ad atti di fede. La prima delle quali è che l’economia è una scienza, e una scienza esatta, alla quale non è possibile opporsi né resistere. I suoi teoremi sono leggi universali, cui non ci si può sottrarre; e che le scelte che in suo nome compiono i suoi sacerdoti, che siano “tecnici” o politici, sono inevitabili, necessarie, e oggettive. “L’economia della truffa”, l’ha chiamata Gallino. Il liberismo più selvaggio, quello che distrugge le vite degli individui, è la sola teoria politico-economica che abbia diritto di cittadinanza: il resto viene bollato come “ideologia”. Ma ideologia è proprio la loro, nel senso marxiano del termine. Il velo che vuole impedirci di vedere la verità, quello che nasconde interessi particolari sotto la falsa coscienza di interessi generali.
All’Università si insegnano baggianate siffatte, dalle pericolose conseguenze. Andatelo a dire al popolo greco che non c’era altra via che affamarlo, e farlo morire per mancanza di medicinali, e vedere i suoi ragazzi svenire a scuola per denutrizione. La stessa OCSE ci dice che nel 2006 gli affamati, ossia coloro che vivono sotto la soglia di povertà, erano 840 milioni di esseri umani; nel 2012 sono oltre 1 miliardo. Ecco la crescita, ecco il rigore, ecco il sistema. Ma quelle – le centinaia di migliaia di vittime di questo sistema, per non parlare delle vittime delle guerre, delle neoguerre, altro portato del turbocapitalismo, per tacere delle migliaia di migranti, uccisi in tanti modi, dalle bombe sul confine tra Messico e Usa ai sepolti nelle acque del Mediterraneo (20000 in meno di vent’anni, secondo i dati della Caritas) – sono “non persone” (Dal Lago), sono “vite di scarto” (Bauman), sono esuberi, sono esodati, sono desplazados, sono i condannati dal destino, che, come si sa, è cinico e baro. Ma colpisce sempre gli stessi, e beneficia quegli altri. Quelli che decidono delle nostre vite, e delle nostre morti.
E mentre si riducono gli esseri umani a scarti, gli altri, i potenti, i decisori, producono (o ci costringono a produrre) scarti, deiezioni, rifiuti: monnezza. D’ogni genere, e si pensa poi di eliminarla bruciandola, e producendo diossina, e quant’altro quell’operazione di incenerimento genera dai suoi forni e fa fuoruscire dai suoi camini, nuovi inferni danteschi. Tutto questo per eliminare rifiuti che sono generati dai consumi: consumi, certo, necessari., ma, nella quantità del nostro mondo, più spesso indotti da assordanti campagne invasive, e pervasive, che ormai hanno occupato anche le stazioni ferroviarie, gli aeroporti e l’interno dei treni e degli aerei, quasi a inseguire coloro che non hanno potuto beneficiare dei preziosi “consigli per gli acquisti” attraverso radio e tv o internet…
Si tratta insomma di un nuovo totalitarismo, che come tutti quelli che l’hanno preceduto, pretende di lasciare un segno indelebile, una traccia imperitura di sé. Al “fascismo di pietra” – come è stata chiamata la voluttuosa tendenza a costruire archi, colonne, statue, e così via, magari con una troneggiante M, allusiva al “duce” – si è sostituita l’ideologia e la pratica (più la prima che la seconda, a dire il vero) delle “Grandi Opere”. Tanto faraoniche, pletoriche, costose, quanto inutili (o utili per esigue minoranze di agiati) e, soprattutto, devastanti. La linea detta Tav in Val di Susa, oggi ne costituisce l’esempio paradigmatico.
Questa, dunque, la fotografia, credo attendibile, del nostro mondo. Quello che stiamo distruggendo, a vantaggio di pochi, e a danno di molti. E, in definitiva, a danno di tutti, sul medio periodo (ormai non più medio lungo, temo). Occorre suonare la sveglia. Il Movimento 2 Giugno arriva per ultimo, certo, e non vogliamo insegnare nulla a nessuno, meno che meno a chi ha esperienze, di conoscenze e di lotte, da cui abbiamo tutto da imparare. Ma vogliamo evidenziare la nostra “linea”, che, ribadisco, avvicinandomi alla conclusione. Una linea che sottolinea l’importanza ineludibile della politica, la nobile arte, e dunque la necessità di una sua riappropriazione da parte di tutti noi, se vogliamo ricuperare il ruolo della cittadinanza piena, non accontentandosi della cittadinanza dimidiata: ebbene sì, vogliamo essere cittadini, e non consumatori, dotati della mera libertà del telecomando. Vogliamo “fare politica”, in prima persona, individualmente e nei piccoli gruppi, nell’azione di nicchia e nell’azione di piazza, con gli scritti e con la voce, con la testimonianza diretta e la mobilitazione; ma sempre una politica dal basso, partecipata e trasparente, ossia autenticamente democratica (con decisioni assunte per consenso, possibilmente senza votazione a maggioranza). Una politica, come tentiamo di fare oggi con tutti voi, dotata di contenuti connessi alla sopravvivenza della specie umana e della stessa vita sul Pianeta.
A tutto ciò riteniamo vada congiunto il riconoscimento della necessità di nuovi linguaggi, di modalità di comunicazione che non escludano chi non sa, ma anzi non soltanto lo includano, ma gli restituiscano la parola.
In tal senso come nel Corso itinerante di Cultura politica, così in questa nostra Giornata, noi del Movimento 2 Giugno siamo qui per ascoltare, apprendere, e discutere sulla base degli elementi di conoscenza che tutti voi vorrete e saprete fornirci.
Grazie, dunque, a chi ha raccolto il nostro invito, grazie a chi ci vorrà aiutare a capire i problemi, gravi e gravosi, che dobbiamo avere il coraggio di affrontare.
Grazie a chi vorrà salire sul nostro “picciolo vasel” per ritrovare la gioia della politica, insieme a noi. Non abbiamo un Virgilio a guidarci, e forse molti Caronte tenteranno di fermarci, o semplicemente ci ignoreranno. Ma noi, pur tentennando, non ci scoraggeremo e se cadremo, risorgeremo. Come speriamo di contribuire a far risorgere questo Paese. Non a caso il nostro motto, almeno quello con cui abbiamo emesso il primo vagito, è “Risorgi, Italia!”. E vogliamo qui ripeterlo ad alta voce, con voi: “Risorgi, Italia!”
Prof. Angelo d’Orsi (Presidente del Movimento 2 giugno)
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Aria, Acqua, Terra
Le Settimane della Politica
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