AAT Convegno : Introduzione Piera Lepore

Aria, Acqua, Terra – Per una Politica della sopravvivenza.

26 Maggio 2012 – Campus Einaudi, Torino.

Il Movimento 2 Giugno e gli obiettivi della Giornata Aria, Acqua, Terra, in difesa delle risorse pubbliche

Piera Lepore

Il Movimento 2 Giugno nasce simbolicamente da un palco, un palco montato in piazza Castello, un anno fa, nell’occasione delle celebrazioni del 25 aprile. Dopo la tradizionale fiaccolata dell’A.N.P.I. e delle istituzioni cittadine torinesi, organizzammo, in modo del tutto spontaneo ricordo, in una settimana allucinante e affannosa,una lunga notte Resistente, insieme ad associazioni e singoli, sul tema delle nuove resistenze del nostro tempo: c’erano i partigiani di ieri e c’erano i partigiani di oggi come un operaio scampato alla tragedia della ThyssenKrupp, le Agende Rosse di Salvatore Borsellino che lottano per ottenere verità sui colpevoli delle stragi  ’92-’93 e che sono oggi la scorta civile dei magistrati che su quelle stragi, indagano. C’era il Popolo Viola che dal No Berlusconi Day in poi ha sempre mobilitato le piazze che da tempo i partiti, fanno difficoltà a riempire. L’intento di quel primo esperimento di mobilitazione da parte del nostro neonato movimento, era quello di unire le testimonianze dei gruppi di cittadini o dei singoli, impegnati in lotte “partigiane”, di parte, dalla parte dei cittadini sì, dalla parte del bene pubblico , schierati per una causa da difendere e sostenere con la loro energia, con la loro attività di divulgazione.

Sostenere è proprio la parola chiave, che si può scovare tra le righe come interpretazione del nostro Manifesto fondativo; il Movimento 2 Giugno nasce per sostenere le energie migliori della nostra società, sostenere quei gruppi attivi che non hanno scopi ristretti, che non agiscono per un ritorno strumentale immediato, ma sono gruppi che si mobilitano su temi importanti e rilevanti per la vita dei cittadini e come un contadino accorto seminano oggi per vedere crescere in futuro, i frutti di una società diversa. Lavoriamo oggi ma con lo sguardo all’orizzonte.

Sosteniamo quindi queste realtà, localmente e simpaticamente vicine a noi, realtà che trattano i temi più diversi ma che in comune hanno molto: hanno tutti a cuore il progresso, lo sviluppo di questo nostro strano ,ma bellissimo Paese. Dico questo perché, e credo sia esperienza comune a tutti, quando alcuni amici più “individualisti” mi chiedono il perché del mio impegno civile, alcuni amici proprio mi dicono così : “ ma perché perdi tempo dietro queste cose…”, non riuscendo nemmeno a definire che cosa sia l’impegno civile, beh, rispondo “perché sento di doverlo fare”, sento di avere qualcosa dentro, una molla quasi istintiva che mi spinge ad impiegare le mie forze, il mio lavoro, verso un’azione, che nell’immediato può sembrare una perdita di tempo, ma che Noi, e dico Noi perché credo che tutti qui si riconoscano in questo discorso, a Noi appare naturale ed evidente che questo lavoro di costruzione di un’altra Politica, sia essenziale e urgente oggi.

La parola Costruzione mi è cara e mi permette di iniziare a spiegarvi il perché di questa Giornata. E’ sovente, durante le riunioni della nostra piccola associazione, che si accenda il dibattito tra due “fazioni”; una corrente “dei teorici”, e una corrente “dei pratici”, quelli “da piazza”; l’oggetto di dibattito è su quali strumenti , quali azioni siano da adottare perché più efficaci ad incentivare la mobilitazione sui temi che più ci colpiscono, che più ci infastidiscono, come possiamo meglio diffondere e divulgare i messaggi e le idee?

Si è sempre d’accordo sulle Idee da comunicare all’esterno ma sugli strumenti, sui mezzi di comunicazione, spesso c’è un costruttivo scambio di opinioni diverse, perché credo il modo di fare e di praticare la Politica, sia specchio anche un po’ del nostro modus operandi personale. Il mio Presidente, Angelo d’Orsi, ha l’arma della parola, del messaggio che passa da un articolo, da un testo scritto e divulgato dai giornali nazionali su carta o via web, mentre noi più giovani forse perché più passionali, più irruenti anche nel modo di fare politica, preferiamo la diffusione del nostro essere “di parte”, in piazza, in quella piazza che è ambiente storico di costruzione della Politica. Riteniamo che la piazza ma anche luoghi nuovi, praticabili politicamente, come appunto la giornata di oggi, abbiano riacquistato la funzione antica di aggregazione e di scambio tra le persone, le quali trovandosi insieme in una piazza organizzata per un’occasione di dissenso , si riconoscono immediatamente come simili.

Si riconoscono immediatamente come simili. Questa giornata è stata organizzata interamente con le e-mail, con alcuni di voi ci si è conosciuti di persona per la prima volta oggi. Perché avete accettato di partecipare alla nostra iniziativa, pur non conoscendo l’attività del Movimento 2 Giugno? Credo perché ci si è riconosciuti, nonostante le differenze tra le associazioni, per qualche caratteristica importante, appunto come simili.

La Giornata Aria, Acqua, Terra ha due obiettivi:

Il primo, è più immediato e visibile, che potremmo definire tecnico e politico insieme. Tecnico perché i saperi, le testimonianze dei soggetti che interverranno oggi sulle tre sessioni tematiche, sono il frutto di anni di studio  e di lavoro per alcuni, mentre per altri sono saperi acquisiti dopo anni di battaglie e di impegno civile nell’intento di modificare un pezzetto di realtà del proprio territorio, del proprio ambito tematico e al quale ambito, l’associazione di appartenenza deve per molti casi, la ragion d’essere e d’azione. Politico poi, perché quello che verrà fuori da questa Giornata, mi auguro, è la sintesi di una Nostra visione alternativa di sviluppo sostenibile e di crescita. I nostri politici, il nostro Presidente della Repubblica, parlano tanto di crescita, di necessità della crescita economica ad ogni costo, in modo macchiavellico quasi, e questa storia della crescita viene ripetuta come un mantra ormai, che gli è entrato in testa e che li spinge, come se fossero in trance, a perseguire la realizzazione delle grandi opere , anche se esse sono ostacolate e quindi usando proprio la forza e violenza contro il dissenso ormai enorme che circonda queste opere dai costi scandalosi , in tempo di crisi economica. La convinzione bipartisan è che la crescita passi da lì, che passi dalla cementificazione selvaggia a cui spesso le nostre amministrazioni locali ricorrono, attraverso l’elargizione facile di permessi edilizi, con il risultato di un inurbamento soffocante per i nostri ambienti di vita. Certo questo da aria alle casse comunali, da lavoro ad operai e ditte di costruzione, ma siamo sicuri che nel lungo termine basti questo per far ripartire la crescita economica? Continueremo a costruire all’infinito per creare poi quanti posti di lavoro? E’ sostenibile questa politica di crescita economica, così impostata?

Politico quindi l’obiettivo della nostra Giornata, nella misura in cui intende divulgare una visione alternativa di crescita, anche economica sia chiaro, perché i nostri professori al Governo, mi meraviglio ancora di questo, non hanno compreso o forse non vogliono ammetterlo perché incapaci di perseguirlo come obiettivo, che territori vissuti in modo sostenibile, sicuramente sono più competitivi anche da un punto di vista di attrazione di investimento, rispetto a territori altamente sfruttati e caricati di peso infrastrutturale.

Una Giornata dunque di studio ma anche di mobilitazione e costruzione unitaria intorno a questa Politica alternativa, che vuole salvaguardare le risorse pubbliche e i territori, contro una politica mainstream che invece facilmente concede l’autorizzazione e incentiva gli appetiti privati, a continuare la loro opera di depauperamento delle nostre risorse vitali.

Questa nostra Politica della sopravvivenza deve, io credo, costruirsi anche intorno alla chiarezza concettuale, alla trasparenza del nostro linguaggio e delle azioni collegate. Si parla molto di beni comuni a livello astratto ma poi nel concreto dell’azione politica, davvero vengono tutelati, davvero ci sono in campo azioni che li proteggono, attuate  dai “nuovi sindaci”, eletti dopo l’ondata referendaria dell’anno scorso? Quali azioni, secondo voi, ci sono ancora da fare per salvaguardarli?

Questa Giornata vuole catalogare quelle buone pratiche che fino ad oggi le associazioni hanno realizzato, come battaglie dentro e fuori le istituzioni, a difesa dei cosiddetti beni comuni. Quali proposte di gestione delle risorse, quali risultati ottenuti finora, quanto ancora c’è da fare per proteggerle?

Il secondo obiettivo, e mi avvio a concludere, ho già tentato di delinearlo prima, raccontandovi i buoni propositi del Movimento 2 Giugno. Il Movimento 2 Giugno esiste perché crediamo ci sia l’urgente necessità, vista la drammatica situazione della politica italiana rappresentata dai partiti, di unire la società civile, di stare insieme, per costruire, per punzecchiare tutti noi, la politica istituzionale, che cerca, se non controllata da un cane da guardia, di farci passare sotto il naso leggi e decreti, che ci sfilano e ci sottraggono la proprietà pubblica delle risorse essenziali alla nostra vita. Oggi vedo circolare molti appelli, manifesti politici, di soggetti “nuovi”, che chiedono a gran voce alla società civile di unirsi sotto proposte politiche comuni. Credo che gli appelli “teorici”, anche quelli che hanno le migliori intenzioni, oggi non bastino più se l’intento è quello di creare una rete solida, di gruppi associati, per costruire un’alternativa unica, compatta e soprattutto duratura. Ci vanno anni di lavoro, di collaborazione sul campo, in piazza, ci vanno prospettive comuni tra di noi, ci va la costruzione della fiducia, difficilissima da far emergere in un tempo come il nostro di continue scoperte di strumentalizzazioni dei movimenti e delle associazioni, da parte di individui doppiogiochisti. Gli appelli e le proposte di unione calate dall’alto di una cattedra o di un tavolo istituzionale, non funzionano più.

Aria, Acqua e Terra per una Politica della sopravvivenza, già nella sua organizzazione vuole essere un momento di mobilitazione unica intorno ad una proposta profondamente politica, oltre che tecnica. Crediamo sia un primo tassello di un puzzle che ci vede oggi come pezzetti separati, ma io credo che un filo rosso già ci unisca e che se ci sarà la volontà, la strada per costruire una nuova Politica, più vera, concreta, più trasparente  e partecipata da tutti, sia molto più percorribile insieme. Avanti così!

AAT Convegno : Prolusione Angelo d’Orsi

ARIA, ACQUA, TERRA. Per una politica della sopravvivenza

(26 maggio 2012)

Prolusione

Angelo d’Orsi

(Presidente dell’Associazione Movimento 2 Giugno)

Cercando in rete materiali per ispirarmi nella Prolusione a questa Giornata, ho trovato un articolo (dell’estate 2000), in cui si riferiva di alcuni governanti italiani che riferendosi all’ultimo decennio del secolo, nei quali i “comitati d’affari” di banche, grandi multinazionali e holdings finanziarie avevano preso il sopravvento sulla capacità degli attori politici di gestire i giganteschi cambiamenti in corso, reclamavano la necessità di “ricuperare il primato della politica nel governo dei processi di globalizzazione”.

E vengo all’articolo, che si chiedeva: “Ma quale politica?” E richiedeva un’altra politica, rispetto a quella corrente. Ossia,  

 la politica dal basso, la politica che senza paura di evocare reminiscenze classiche un po’ banali, è in buona sostanza la politica dell’agorà. Ossia l’arte della convivenza nella città, come si configura la politica nelle sue lontane origini greche, un’arte che ci riguarda tutti in prima persona appunto in quanto abitanti della polis, ossia come cittadini: un’arte dello stare insieme, insomma. E anche se nel corso del tempo la politica si configurò come scienza del buon governo e quindi come scienza del potere, il requisito primo della politica rimase a lungo quello di rispondere ai bisogni essenziali delle persone, di dare ad esse risposte davanti ai problemi che dallo stare insieme nascono.

 “In anni recenti queste esigenze si sono del tutto obliterate”, continuava l’autore, il quale richiamava le manifestazioni spontanee che si erano svolte in varie città italiane (in particolare allora a Bologna e Genova) e soprattutto la grandiosa epopea di Seattle dove nacque il movimento no global poi divenuto altermondialista, e li giudicava altrettanti inviti, appunto,

 a riprenderci la politica, insomma, quella che si occupi dei bisogni di tutti noi: una politica terra terra, dirà qualcuno; ebbene sì, anche una politica aria aria, acqua acqua e così via. Una politica che ci ricordi che non c’è convivenza senza sopravvivenza.

 Essendo chi vi parla l’autore di quell’articolo, mi sono concesso la lunga citazione.

 Politica e sopravvivenza. Un’idea forse poco originale ma ritengo importante, anzi, come hanno dimostrato i dodici anni successivi, decisiva. Come può essere la politica arte della convivenza se non ci occupiamo prima della sopravvivenza? Ossia della vita sul Pianeta: che significa salvaguardia, per quanto ancora possibile, degli elementi essenziali che consentono all’ecosistema di reggere, agli umani e alle altre specie animali di rimanere in equilibrio con la vegetazione, e tra di loro; al nostro Pianeta, insomma, di continuare a fare il suo lavoro, fin tanto che una pioggia di asteroidi o qualche evento naturale non lo trasformerà in altra cosa. 

 Elementi essenziali: Aria, Acqua, Terra, ai quali è dedicata questa prima uscita pubblica del Movimento 2 Giugno. Un’associazione politica puntando sulla necessità di una cultura politica, come testimonia il Corso itinerante di Cultura politica, avviato poche settimane fa in collaborazione con l’ANPI, e questa Giornata. Che benché dia spazio a competenti (evito la parola “tecnici”, e voi indovinate di certo il perché), ha invitato a prender la parola, a pieno titolo, ai militanti di tante battaglie condotte in varie realtà, prevalentemente regionali. Avremmo voluto realizzare davvero una iniziativa nazionale, ma se questa avrà successo intendiamo proseguire e replicare su scala più ampia; in ogni caso saluto con particolare calore quanti giungono qui da più lontano, e specialmente Filippo Sestito da Crotone.

 Dicevo che il Movimento 2 Giugno intende procedere proprio in nome di due princìpi che ci sembrano basilari: 1) la riappropriazione della politica, appunto, una politica dal basso, autenticamente democratica, ossia partecipata, e informata; 2) la focalizzazione sulle questioni ambientali, intese nel senso più ampio possibile, comprendendo cioè anche quelle tematiche urbanistiche, relativa al consumo del suolo, agli scempi edilizi, alle manomissioni idrogeologiche,che da anni sono state neglette, come cancellate, invece che affiancate, dalle questioni connesse alle varie forme di  inquinamento. Riappropriarsi la politica e darle un contenuto legato ai problemi di fondo della nostra quotidianità, dal come ci muoviamo all’interno degli spazi urbani o in quelli extraurbani, ai nostri rifiuti, da quel che respiriamo (che vuol dire a come ci ammaliamo poi di tumori e di mille altre patologie) a quel che mangiamo: cibo proveniente da materie prime magari prodotte in campi inquinati, trattate da aziende che in nome di un aumento del profitto trascurano le più elementari norme di tutela del consumatore.

 Se ci chiediamo da dove nasce tutto questo, non possiamo non puntare l’indice su quello che un tempo, con ingenuità o per effetto di letture “francofortesi” o delle scienze sociali statunitensi, chiamavamo “sistema”. Il capitalismo (se è consentito ricorrere a una parola che sembra quasi vietata nella stessa letteratura e pubblicistica interna ad esso), che negli ultimi decenni è divenuto turbocapitalismo, ipercapitalismo, ultracapitalismo, o per usare l’espressione già famosa un tempo, in tedesco, voltata in italiano in un libro importante di Luciano Gallino, Finanzcapitalismo. Che è anche l’altro nome della globalizzazione, che è stata certo un elemento positivo per taluni aspetti, ma più che globalizzazione di ricchezze, e diffusione di benessere, si è rivelata il suo opposto, la globalizzazione delle povertà, per dirla con Bauman; o meglio: si è rivelata tale per pochi, e il suo opposto per tanti. Nella cittadella assediata del finanzcapitalismo, che continua, sotto la parola magica, spauracchio e insieme specchietto, di “crisi”, a oscillare tra due corni di una falsa alternativa (rigore e crescita), due poli di un modo di produzione, che è modo di devastazione dell’ambiente, del paesaggio, che ormai solo gli ideologi ostinati non vogliono ammettere essere in una crisi sistemica.

 Il periodo che stiamo attraversando non è affatto una crisi economica, e meno che meno una crisi finanziaria, dietro le apparenze: si tratta di una vera e propria crisi di civiltà. E classi politiche ingorde, classi dominanti fameliche, le une e le altre cieche davanti al baratro sul quale ci hanno condotto, continuano a reclamare rigore e crescita, oscillando dall’una all’altra e viceversa. Il rigore in fondo non è che l’altro volto della crescita, entrambi funzionali alla perpetuazione del dominio neppure di classe, ma di cricche, di alcune decine di migliaia di gestori del capitale mondiale (quei trilioni di dollari ed euro, spesso reali, più spesso virtuali, ma rimanendo sempre però incollati alle stesse dita) che sono il Verbo degli assediati nella Torre, da cui comandano, con apparati militari e apparati ideologici. Rigore significa far pagare ai ceti medio bassi i debiti prodotti dai ceti dominanti, e l’involuzione stessa di un sistema che non funziona più. E il rigore è propedeutico alla crescita, e le forze tradizionalmente della Sinistra hanno abboccato all’amo.

 Crescita, altra parola musicale, il cui magico suono dovrebbe indurci a credere, fideisticamente, che questo se non è il migliore dei mondi possibili, è il solo mondo possibile; indurci a scommettere sulla possibilità di aumento costante del PIL (altro grande feticcio), che significa arricchimento disuguale, ma soprattutto significa depauperamento delle risorse naturali, e conseguente loro accaparramento da parte di grandi potentati economici e finanziari, che una volta acquisite le proteggono con la forza delle armi. Crescita, significa aumento dei consumi, moltiplicazione dei rifiuti, consumo del suolo, inquinamento dell’aria e dell’acqua e della terra. Ma per ottenere tali mirabolanti esiti, non bastano i politici, le classi di governo, centrali e locali, nazionali e internazionali; non sono sufficienti neppure gli ukase che giungono dalle sigle minacciose che incombono  (OCSE, BCE, UE, G8, G20, WTO, FED…), o le ormai tristemente familiari pronunce (che sono sempre declassazioni, almeno per quanto ci riguarda) da parte delle famigerate agenzie di rating

 Per convincerci che altro non v’è da fare se non continuare ad aumentare la produzione, per aumentare i consumi, per aumentare i profitti, incuranti delle conseguenze, con una incredibile miopia (e dire che qualcuno aveva definito la politica l’arte di guardare lontano),  occorre mobilitare gli spin doctors, occorre il sostegno degli economisti. Si noti che alla finanziarizzazione dell’economia pratica, ha corrisposto una ma tematizzazione di quella teorica, specie sotto forma di grafici, che ormai costituiscono i 9/10 dei manuali di economia. In affetti, sia a livello accademico – i corsi universitari, e i relativi manuali –, nel dibattito pubblico oggi gli economisti o sedicenti tali provano a convincerci di pseudoverità che corrispondono ad atti di fede.  La prima delle quali è che l’economia è una scienza, e una scienza esatta, alla quale non è possibile opporsi né resistere. I suoi teoremi sono leggi universali, cui non ci si può sottrarre; e che le scelte che in suo nome compiono i suoi sacerdoti, che siano “tecnici” o politici, sono inevitabili, necessarie, e oggettive. “L’economia della truffa”, l’ha chiamata Gallino. Il liberismo più selvaggio, quello che distrugge le vite degli individui, è la sola teoria politico-economica che abbia diritto di cittadinanza: il resto viene bollato come “ideologia”.  Ma ideologia è proprio la loro, nel senso marxiano del termine. Il velo che vuole impedirci di vedere la verità, quello che nasconde interessi particolari sotto la falsa coscienza di interessi generali.

 All’Università si insegnano baggianate siffatte, dalle pericolose conseguenze. Andatelo a dire al popolo greco che non c’era altra via che affamarlo, e farlo morire per mancanza di medicinali, e vedere i suoi ragazzi svenire a scuola per denutrizione. La stessa OCSE ci dice che nel 2006 gli affamati, ossia coloro che vivono sotto la soglia di povertà, erano 840 milioni di esseri umani; nel 2012 sono oltre 1 miliardo. Ecco la crescita, ecco il rigore, ecco il sistema. Ma quelle – le centinaia di migliaia di vittime di questo sistema, per non parlare delle vittime delle guerre, delle neoguerre, altro portato del turbocapitalismo, per tacere delle migliaia di migranti, uccisi  in tanti modi, dalle bombe sul confine tra Messico e Usa ai sepolti nelle acque del Mediterraneo (20000 in meno di vent’anni, secondo i dati della Caritas) – sono “non persone” (Dal Lago), sono “vite di scarto” (Bauman), sono esuberi, sono esodati, sono desplazados, sono i condannati dal destino, che, come si sa, è cinico e baro. Ma colpisce sempre gli stessi, e beneficia quegli altri. Quelli che decidono delle nostre vite, e delle nostre morti.

 E mentre si riducono gli esseri umani a scarti, gli altri, i potenti, i decisori, producono (o ci costringono a produrre) scarti, deiezioni, rifiuti: monnezza. D’ogni genere, e si pensa poi di eliminarla bruciandola, e producendo diossina, e quant’altro quell’operazione di incenerimento genera dai suoi forni e fa fuoruscire dai suoi camini, nuovi inferni danteschi. Tutto questo per eliminare rifiuti che sono generati dai consumi: consumi, certo, necessari., ma, nella quantità del nostro mondo, più spesso indotti da assordanti campagne invasive, e pervasive, che ormai hanno occupato anche le stazioni ferroviarie, gli aeroporti e l’interno dei treni e degli aerei, quasi a inseguire coloro che non hanno potuto beneficiare dei preziosi “consigli per gli acquisti” attraverso radio e tv o internet…

 Si tratta insomma di un nuovo totalitarismo, che come tutti quelli che l’hanno preceduto, pretende di lasciare un segno indelebile, una traccia imperitura di sé. Al “fascismo di pietra” – come è stata chiamata la voluttuosa tendenza a costruire archi, colonne, statue, e così via, magari con una troneggiante M, allusiva al “duce” – si è sostituita l’ideologia e la pratica (più la prima che la seconda, a dire il vero) delle “Grandi Opere”. Tanto faraoniche, pletoriche, costose, quanto inutili (o utili per esigue minoranze di agiati) e, soprattutto, devastanti. La linea detta Tav in Val di Susa, oggi ne costituisce l’esempio paradigmatico.

 Questa, dunque, la fotografia, credo attendibile, del nostro mondo. Quello che stiamo distruggendo, a vantaggio di pochi, e a danno di molti. E, in definitiva, a danno di tutti, sul medio periodo (ormai non più medio lungo, temo). Occorre suonare la sveglia. Il Movimento 2 Giugno arriva per ultimo, certo, e non vogliamo insegnare nulla a nessuno, meno che meno a chi ha esperienze, di conoscenze e di lotte, da cui abbiamo tutto da imparare. Ma vogliamo evidenziare la nostra “linea”, che, ribadisco, avvicinandomi alla conclusione.  Una linea che sottolinea l’importanza ineludibile della politica, la nobile arte, e dunque la necessità di una sua riappropriazione da parte di tutti noi, se vogliamo ricuperare il ruolo della cittadinanza piena, non accontentandosi della cittadinanza dimidiata: ebbene sì, vogliamo essere cittadini, e non consumatori, dotati della mera libertà del telecomando. Vogliamo “fare politica”, in prima persona, individualmente e nei piccoli gruppi, nell’azione di nicchia e nell’azione di piazza, con gli scritti e con la voce, con la testimonianza diretta e la mobilitazione; ma sempre una politica dal basso, partecipata e trasparente, ossia autenticamente democratica (con decisioni assunte per consenso, possibilmente senza votazione a maggioranza). Una politica, come tentiamo di fare oggi con tutti voi, dotata di contenuti connessi alla sopravvivenza della specie umana e della stessa vita sul Pianeta.

A tutto ciò riteniamo vada congiunto il riconoscimento della necessità di nuovi linguaggi, di modalità di comunicazione che non escludano chi non sa, ma anzi non soltanto lo includano, ma gli restituiscano la parola.

 In tal senso come nel Corso itinerante di Cultura politica, così in questa nostra Giornata, noi del Movimento 2 Giugno siamo qui per ascoltare, apprendere, e discutere sulla base degli elementi di conoscenza che tutti voi vorrete e saprete fornirci.

Grazie, dunque, a chi ha raccolto il nostro invito, grazie a chi ci vorrà aiutare a capire i problemi, gravi e gravosi, che dobbiamo avere il coraggio di affrontare.

Grazie a chi vorrà salire sul nostro “picciolo vasel” per ritrovare la gioia della politica, insieme a noi. Non abbiamo un Virgilio a guidarci, e forse molti Caronte tenteranno di fermarci, o semplicemente ci ignoreranno. Ma noi, pur tentennando,  non ci scoraggeremo e se cadremo, risorgeremo. Come speriamo di contribuire a far risorgere questo Paese. Non a caso il nostro motto, almeno quello con cui abbiamo emesso il primo vagito, è “Risorgi, Italia!”. E vogliamo qui ripeterlo ad alta voce, con voi: “Risorgi, Italia!”

 Prof. Angelo d’Orsi (Presidente del Movimento 2 giugno)

19 maggio 2012 COMUNICATO del Movimento 2 Giugno

                  COMUNICATO                    

                       del Movimento 2 Giugno

 

La notizia dell’attentato davanti alla scuola Morvillo Falcone di Brindisi ci ha lasciato sgomenti, ma presto al dolore e alla rabbia sono succedute la volontà di sapere e di reagire.

Sapere chi abbia ordito e chi abbia eseguito un atto così assurdo, efferato, che porta nelle scuole l’orrore della morte violenta: una terribile novità nella storia dello stragismo italiano. Ma anche la volontà di reagire con forza, immediatamente, all’atto e alla strategia che lo ha messo in essere.

Non sappiamo, oggi, ma intendiamo sapere, e soprattutto intendiamo lottare contro coloro che immolando giovani, innocenti vite, ha portato un duro colpo alla nostra democrazia. Alla quale rivolgiamo l’invito a resistere.

Noi, che di questa democrazia, e riteniamo della sua parte migliore, ci sentiamo elemento costitutivo, anche se solo sul piano simbolico, con la nostra stessa denominazione, che rinvia alla Repubblica, all’antifascismo, alla Resistenza e alla Costituzione, noi daremo il nostro contributo in tale direzione. Piccolo che sia, sarà un contributo convinto e determinato, di idee, di passioni, e di mobilitazione, insieme a tutti coloro (individui, istituzioni, partiti, movimenti, associazioni..) che si attiveranno in questa direzione.

Il fascismo, il terrorismo, la mafia, la barbarie non passeranno.

Viva la Repubblica unita e democratica, viva la Costituzione, viva la legalità repubblicana,  viva la lotta di liberazione nazionale da tutte le mafie, nel ricordo di tante vittime del passato e di queste ultime di Brindisi alle quali va il nostro pensiero reverente.

 Torino, 19 maggio 2012

Manifestazione a Roma – Sabato 2 giugno 2012

Movimento 2 giugno aderisce all’iniziativa:

LA REPUBBLICA SIAMO NOI
           Manifestazione nazionale        scarica il volantino

Roma, sabato 2 Giugno 2012
Ore 15.00 P.zza della Repubblica

per l’attuazione del risultato referendario, per la riappropriazione sociale e la tutela dell’acqua e dei beni comuni, per la pace, i diritti e la democrazia, per un’alternativa alle politiche d’austerità del Governo e dell’Europa
Ad un anno dalla straordinaria vittoria referendaria, costruita da una partecipazione sociale senza precedenti, il Governo Monti e i poteri forti si ostinano a non riconoscerne i risultati e preparano nuove normative per consegnare definitivamente la gestione dell’acqua agli interessi dei privati, in particolare costruendo un nuovo sistema tariffario che continua a garantire i profitti ai gestori.
Non solo. Da una parte BCE, poteri forti finanziari e Governo utilizzano la crisi economico-finanziaria per rendere definitive le  olitiche liberiste di privatizzazione dei beni comuni e dei servizi pubblici, di smantellamento dei diritti del lavoro, del welfare e dell’istruzione, di precarizzazione dell’intera vita delle persone. Dall’altra le politiche d’austerità ridimensionano il ruolo  dell’intervento pubblico per poi alimentare l’idea che la crescita sia possibile solo attraverso investimenti privati, che in realtà si appropriano dei servizi e devastano il territorio.
E’ in atto il tentativo di imporre definitivamente il dominio delle “esigenze dei mercati” sulla democrazia, ovvero il diritto di tutte e di tutti a decidere collettivamente sul proprio presente e futuro.
Il 2 giugno è da sempre la festa della Repubblica, ovvero della res publica, di ciò che a tutte e tutti appartiene. Una festa ormai da anni espropriata alle donne e agli uomini di questo Paese e trasformata in parata militare, come se quella fosse l’unica funzione rimasta ad un “pubblico”, che si vuole progressivamente consegnare agli interessi dei grandi gruppi bancari e dei mercati finanziari.
Ma la Repubblica siamo noi. Le donne e gli uomini che nella propria quotidianità ed in ogni territorio lottano per la riappropriazione
sociale e la tutela dell’acqua e dei beni comuni, per un welfare universale e servizi pubblici di qualità, per la dignità del lavoro e la fine della precarietà, per il diritto alla salute e all’abitare, per l’istruzione, la formazione e la conoscenza, per la trasformazione ecologica della produzione, a partire dal Forum

Alternativo dei Popoli di Rio+20, per politiche di pace e cooperazione.
Le donne e gli uomini che, come nel resto d’Europa, pensano che i beni comuni siano fondamento di un nuovo modello produttivo e sociale.
Le donne e gli uomini che dentro la propria esperienza individuale e collettiva rivendicano una nuova democrazia partecipativa, dentro la quale tutte e tutti possano contribuire direttamente a costruire un diverso futuro per la presente e le future generazioni.
Crediamo sia giunto il momento in cui siano queste donne e questi uomini a riempire la piazza del 2 giugno.
Con l’allegria e la determinazione di chi vuole invertire la rotta.
Con la consapevolezza di chi sa che il futuro è solo nelle nostre mani.

Promuovono: Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua , Movimento2giugno
Per adesioni scrivere a segreteria@acquabenecomune.org

Diritti o Doveri? Relazione F.Di Giorgi – II incontro Politica in Movimento

Movimento 2 Giugno

Diritti o Doveri? – Ivrea (To) 07 maggio 2012

Introduce: Mario Beiletti
Relatori: Franco Di Giorgi e Gianni Cimalando
RELAZIONE di Franco Di Giorgi :   Gli italiani ed il senso del dovere passivo.
 
Partirei da un’immagine del dovere, che si esprime nel noto detto popolare «Quando l’asino deve entrare per la coda». Si dice a proposito di gente testarda, incorreggibilmente testarda, il cui asino (u sceccu) è costretto da loro ad entrare nella stalla sempre al contrario, cioè per la coda, anziché, com’è più naturale, per la testa. Come se, pur sapendo qual è il modo in cui risulterebbe più naturale fare entrare l’asino nella stalla, esse, invece, queste persone inflessibili, per un senso del dovere innato, si ostinano a farlo avanzare retrocedendo. Cioè al contrario. Eppure sanno quanto sia difficile ogni volta star dietro a questa loro capotaggine. Quanto costi loro in termini di fatica fisica e psichica dar seguito a quel traccheggiamento. Il guaio è che questa loro ubbidienza ostinata, ai loro occhi appare come il frutto della loro volontà, come qualcosa di genuino, di proprio e quindi di doveroso. In realtà, con il loro agire questi individui ubbidiscono ad un impulso, a un riflesso condizionato, a un senso del dovere tutt’altro che attivo, anzi del tutto passivo.
Stiamo parlando, come si sarà capito, degli italiani, la cui storia, tranne brevissime e pochissime eccezioni, li ha condotti a maturare questo senso del dovere passivo. Una storia che paradossalmente si può far risalire al 1200 o al 1300, all’età dei Comuni e delle Signorie. Età che, ben lungi dall’aver maturato una certa autonomia e prodotto una certa maturità (la tanto auspicata Mündigkeit kantiana), ha invece generato quella loro tipica rassegnazione a vivere sotto il dominio dei signori, quelli interni e soprattutto quelli esterni (normanni, spagnoli, francesi, austriaci; e c’è mancato davvero poco che, nel ‘900, non si rassegnassero ad ubbidire finanche ai tedeschi nazisti. A tal riguardo, ci sono pagine di Fenoglio in cui si dice che bastava una sola SS per controllare file intere di prigionieri italiani, dopo l’8 settembre). Nemmeno dinanzi alla forbice (divaricazione) economica del ‘600 (pochi ricchi e molti poveri: situazione molto simile, dunque, a quella attuale), nemmeno allora essi sono riusciti a mettere in dubbio la loro natura rassegnata. (Non furono capaci, come la Francia e l’Inghilterra, di approfittare della crisi della Spagna a metà del Seicento, per cacciare via il vicerè da Napoli, perché non seppero trovare un accordo tra la classe rurale – di cui era ingenua espressione Masaniello – e quella borghese). Anzi. Alla fine del ‘700, quando l’illuminismo laicizzante faceva breccia con gli eserciti napoleonici nel duro carapace italico, cercando di abbozzare, con l’unione delle Repubbliche, quell’unità nazionale che raggiungeranno 60 anni dopo, gli italiani (in Campania, in Veneto), mossi da quell’impulso intrattenibile all’obbedienza passiva, hanno fatto del sanfedismo l’arma per potersi difendere da quella tentazione emancipatrice. Quando l’asino deve entrare per la coda! Nemmeno quando Kant disse a chiare lettere a fine ‘700 che l’illuminismo consiste nell’uscita dallo stato di minorità – minorità a cui noi (italiani) stessi consentiamo – nemmeno allora in noi vi fu quello scatto d’orgoglio che ebbero i francesi, e persino belgi e olandesi, quello Sturm und Drang che travolse l’Europa intera a partire proprio da Parigi. In noi, che siamo concresciuti all’ombra protettiva e ferale della controriforma (e del gesuitismo), è maturato nel tempo, invecchiando come il buon vino, il senso del dovere passivo. Un senso che non ci consente di comprendere l’espressione che sta alla base dell’etica kantiana: dovere è potere. Debbo, dunque posso.

Nel 2006 avevamo riletto assieme agli studenti la Critica della ragion pratica nell’ambito di un corso che avevamo intitolato “Dovere, ergo diritto”. Il titolo ricalca ovviamente il “cogito, ergo sum” cartesiano, non solo per evidenziare la priorità del dovere sul diritto, ma anche per affermare che l’esistenza del diritto proviene dall’essenza del dovere. C’è e si ottiene un diritto solo là dove c’è anzitutto un dovere, dove si ubbidisce, anche controvoglia, a un dovere. C’è e si ottiene un diritto solo quando si risponde con serietà, ossia responsabilmente, a una domanda. E questa domanda è quella che, come una sorta di imperativo categorico, proviene dall’istanza etica, ossia dall’essenza umana (in generale il kathékon degli stoici, ma pensiamo in particolare all’attività del meros di Marco Aurelio), un’istanza che impone un obbligo, un dovere da cui non ci si può esimere. Il potere proprio (o giuridico) del diritto è quindi una acquisizione che si realizza solo sulla base del senso del dovere. Non solo. Abbiamo messo poi l’accento anche su quell’ergo (da ergon, lavoro, attivazione, attuazione, produzione, da cui discende il sassone werk e work) perché è solo con il lavoro, con l’attivazione del soggetto, con l’attuazione di un dovere che è in potenza (dynamis) che si può attuare, mettere in atto (enérgheia), produrre e quindi ottenere infine un diritto.

E’ solo questo lavoro che rende liberi: nur diese Arbeit macht frei, non quello che si legge sul cancello del Lager di Auschwitz; frase che Rudolf Höss trasse da un romanzo del 1872 di Lorenz Diefenbach. Sul fatto che il lavoro (quandi c’è) renda liberi non ci possono essere dubbi. E’ piuttosto l’uso che si fa di espressioni così intense e vere che è condannabile. Così come è discutibile, ad esempio, l’uso che si è fatto del grido spontaneo e a noi familiare “Forza Italia”.

Ancora. Questo dovere attivo, questo dovere che si esprime nel lavoro e con il lavoro e il cui scopo è il diritto, ebbene questo dovere, questo kathékon greco è quello che i latini chiameranno officium. Già, perché la radice di officium è opus, opifex e opificium (opera, operaio, lavoro).

Sì, ma quale lavoro? Quello che, ad esempio, è implicito nell’articolo 2 della Costituzione, là dove si parla della Repubblica che “richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà, politica, economica e sociale”. Un lavoro, come si dice, appunto “d’ufficio”. Non scelto, ma assunto responsabilmente. Un lavoro in ogni caso necessario per l’esistenza dell’intera complessione dello Stato. Un lavoro pertanto non ostentato, ma invisibile. Com’è invisibile quello che svolge giornalmente l’intera classe operaia. Che svolge anche nei turni di notte. In una notte che, per smentire tutti coloro, a destra e a sinistra, che si erano convinti che ormai quella classe non esistesse più, è stata tragicamente illuminata nella notte del 5 novembre del 2007 dalle sette vittime della Thyssen-Krupp.]

Dovere è potere, diceva dunque Kant. Ma a noi manca quel potere, perché ci fa difetto quel senso del dovere attivo. Quel dovere che nei pochi italiani che l’hanno assunto e avvertito venne vissuto come serietà: non solo Manara, Mazzini, Fenoglio e Vittorini, Gobetti e Gramsci, ma anche Falcone e Borsellino. L’8 settembre ’43, ebbe infatti a dire nel 2000 il Presidente Ciampi, l’Italia non morì affatto, ma rinacque, proprio in virtù dell’azione seria della Resistenza, a partire da quella opposta dagli Internati Militari ai nazifascisti.

In virtù di questo nostro senso del dovere passivo – che può montare sino all’indignazione e che perlopiù però si limita al più indifferente mugugno – ci siamo, per motivi di alleanza (equilibrio) internazionale, allineati ai paesi del Patto Atlantico e della Nato. Come sappiamo, i primi frutti di tale alleanza furono quelli selvaggi che sbocciarono nel 1947 dai poveri caduti a Portella delle Ginestre. Ci siamo ancora una volta seduti a un tavolo che non era stato preparato da noi, e abbiamo goduto della protezione del Big Brother. Anche se questo allineamento apriva una grande ipoteca nel nostro paese. Ipoteca che forse solo con Obama sembra essersi estinta. Anche se il nostro casereccio Pig Brother, prima di essere estromesso, aveva cercato in tutti i modi di riaprirla, parlandogli un giorno di giudici italiani corrotti.

Eppure è così. Dopo le mancate rivoluzioni comunista e fascista, il nostro senso del dovere è rimasto talmente passivo che abbiamo continuato ad affidare il destino del nostro paese nelle mani di chi, nella grandezza e nella miseria, nel grande e nel piccolo, ci consolava dicendoci “Hallo Italia!”. Oppure “Ghe pensi mi”. Non si può inoltre negare che molti di noi, mentre trascorrevano le recenti e terribili primavere magrebine, avvertivano un senso di disagio, di impotenza, per non dire di vergogna, proprio perché imprigionati dal senso del dovere passivo. Anche noi, a casa nostra, in quei giorni avevamo il nostro bel tirannino, il petit marchand, il nostro msirizzi o, come lo chiama D’orsi nel suo Manifesto del 2 giugno, “Piccolo Cesare”; eppure non siamo riusciti, noi, con le nostre mani, a cacciarlo via. A buttarlo giù dal suo carro pieno di sete preziose, accompagnato da uno strascicante corteo di nani e di mignotte.

Ancora una volta – ecco il nostro senso di colpa, la nostra Unmündigkeit, la nostra immaturità, direbbe Kant – “altri” hanno pensato, deciso e agito per noi. Certo, si può credere che il presidente Napolitano, esponendosi al rischio di una repubblica presidenziale, abbia agito dando ascolto a quelle manifestazioni che si snodavano quasi ogni giorno lungo le strade dello stivale. Resta il fatto, infine, in sé innegabile, che anche ora, dopo il debole ridestarsi del popolo italiano, anche ora, dunque, il montismo sta facendo leva – sentendoci noi ancora spaventati sotto il ricatto di un nuovo fantasma: che non più quello del fascismo, ma quello del default greco – il montismo, dunque, sta facendo leva (lo sentiamo!) sul nostro inveterato e cronico senso del dovere passivo.

Insomma, è come se noi italiani fossimo ancor e sempre fermi allo stesso punto, perché siamo legati alle catene di questo nostro senso del dovere passivo. Sarebbe auspicabile, allora, rompere queste catene e trasformare il senso del dovere da passivo in attivo. E’ per provare a dare inizio a questa difficile e profonda trasformazione (direi molto difficile e quasi impossibile) che la politica, come dice Angelo D’orsi (l’ideatore di questi nostri “incontri” di politica, e in ciò in sintonia con Marco Revelli), deve rimettersi in cammino.

Per arrivare dove? Verso un nuovo paradigma della politica. Perché quello classico, quello hobbesiano, osserva Revelli, è tramontato o sta per tramontare. Questo paradigma era quello per il quale lo Stato, in seguito a un patto politico con il popolo, si ergeva a garante dei sudditi. A garante della salvaguardia dei sudditi. Anche con le armi. Ebbene, quel paradigma, dice Revelli, comincia a dissolversi quando lo Stato e i capi dello Stato anziché tutelare i sudditi, li uccide. Egli, nel suo saggio su La politica perduta (2003), trae spunto dal massacro del 26 ottobre 2002, allorquando  alcuni moscoviti furono uccisi dalle forze speciali russe del Gruppo Alpha nel teatro Dubrowska di Mosca, per reprimere un commando di ceceni che teneva in ostaggio 992 persone.

La cosa spaventosa che con questa sua analisi Revelli mette in evidenza è che le politiche sovranazionali della nostra contemporaneità svelano che quel patto era davvero un patto, ossia una mera convenzione, e che lo stato giuridico è solo un modo (e il Nocevento ce ne ha dato delle conferme terribili), solo un modo per coprire e imbiancare la violenza dei lupi che vivono nello stato di natura. Che lo stato giuridico è solo un palliativo, un cataplasma utile, per quanto può, a coprire la verità della violenza che i Lager tedeschi mostrarono in tutta la sua sublime terribilità.

Loro, d’altronde, sono i maestri di quella verità associata alla violenza della morte. Con parole di ghiaccio e lapidarie lo disse il poeta, Paul Celan, in Todesfuge, sintetizzando tutta una tradizione dedita alla meditatio mortis, da Meister Eckhart sino a Martin Hiedegger: Der Tod ist ein Meister aus Deutschland, La morte è un maestro proveniente dalla Germania.

Eppure, nonostante questo suo passato, la Germania, in virtù di una cultura luterana, calvinista e pietista che, specie dopo l’umiliazione subita dopo la Guerra dei Trent’anni, nel 1648, facendo leva su quella che Max Weber definì l’etica del lavoro, ebbene la Germania, radicandosi in quest’etica, ripresa nel ‘700 da Kant, è riuscita a diventare ciò che è oggi: l’unica potenza europa trainante, che non avverte i sintomi della crisi.

Noi, invece, cattolici sino al midollo, abbiamo sviluppato tutto un nostro senso del dovere passivo. Si tratta esattamente di quel dovere che Nietzsche aveva colto al fondo della morale, la quale altro non è che l’espressione della legge del più forte; legge che si può imporre in tutti i modi possibili, compreso ovviamente quello più spirituale, quello cattolico.

Noi, che abbiamo avuto un passato simile a quello tedesco, per noi che ci siamo ispirati, e non da ora, a tale modello (non solo con Depretis e Crispi, ma anche con Rudinì e Pelloux), che ci siamo alleati con Bismarck per ottenere il Veneto, con il Kaiser per ottenere Trento e Trieste, e con Hitler per dividerci il mondo, inteso come Lebensraum, spazio vitale, ebbene anche noi oggi dovremmo non avvertire la crisi.

In realtà non è così. E c’è tutto uno spread, un differenziale che ci separa. Anche oggi, come allora,in tempo di guerra (si pensi alla Grecia, alla campagna di Russia) si ripropone questa differenza tra due Stati con un destino simile. Mentre però loro appaiono il fratello maggiore e serio, noi il fratello minore e stupido.

Occorre rimettersi in cammino, dice dunque Angelo D’orsi. Per andare verso dove, dunque? Verso una politica del futuro. Verso logiche “altre”, suggerisce Revelli. Verso logiche cooperative, connettive, relazionali. Verso una dimensione depotenziata e orizzontale, nel senso della corresponsabilità e della condivisione. Verso la “configurazione di una società dal basso”. Verso la “mobilitazione di comportamenti quotidiani”. Verso una “nuova soggettività polifonica”. Verso la balducciana “città planetaria”, in cui l’”altro” – per ricordare un caro maestro sufi, cioè Gabriele Mandel – non venga più visto come il fichtiano non-io. Verso la dimensione dell’”infra”, cioè dell’essere in mezzo, non sopra né sotto, né accanto né tanto meno altrove.

Ma per tutto ciò occorrerebbe imparare “l’arte dell’interconnessione”, dice Revelli. Arte, per noi italiani, quasi ignota. Per poterla imparare avremmo bisogno di una vera e propria mutazione antropologica.

Guardiamoci intorno, intanto, per evitare di cadere ingenuamente, come Talete, nelle solite fosse. E poi, dopo aver evitato queste pozzanghere, facciamo in modo che  questo benedettissimo asino possa entrare per la testa! Sia chiaro! Per la testa!

 Ivrea, 7 maggio 2012

 

Convegno Aria Acqua Terra 26.5.2012

MOVIMENTO 2 GIUGNO VI INVITA :

scarica il volantino cliccando QUI.

Destra o Sinistra? Relazione A.d’Orsi I incontro Politica in Movimento

Destra o Sinistra? Torino – 4 maggio 2012                    

Introduce: Mario Morello (Presidente di Sezione, ANPI Torino) 

Presiede : Diego Novelli (Presidente ANPI Piemonte)

Relazione di Angelo d’Orsi -

Vagando sulla rete trovo delle considerazioni in merito alla coppia Destra/Sinistra che sembrano confermare un pensiero diffuso. Tralascio gli esempi e mi soffermo sulle conclusioni: «Destra e Sinistra sono definizioni vuote e residuali, illusioni. Etichette che appartengono ad una visione ipersemplificata della realtà, basata su un manicheismo ottuso e non propositivo». E dopo aver sostenuto che Berlusconi e la Lega Nord non possono esser considerati soggetti “di destra”, il nostro blogger sentenzia che: «È davvero il tempo di rubricare Destra e Sinistra alla voce “categorie logiche desuete”, e far posto a nuove idee».

Non si tratta di osservazione nuova, né originale. Da molto tempo essa ritorna sulla scena. Negli anni Sessanta Giorgio Galli aveva osservato che nei momenti di crisi politica quella distinzione diventava inefficace.
Nei primi anni Ottanta, in un convegno sulla Sinistra, si erano trovati concordi un filosofo come Massimo Cacciari e uno psicanalista come Elvio Fachinelli, nel sostenere l’insignificanza di quella coppia concettuale, e ambedue, da diversi approcci metodologici e disciplinari, avevano asserito che in realtà, a ben vedere (secondo loro), tra i due era il terzo concetto – non espresso, ma fondamentale – a esser quello decisivo: ossia il centro. Si è destra o sinistra rispetto a un centro.
Cacciari aveva anche affermato che la dicotomia intende «indurre a scelte operative nette, tese a includere o a escludere rapidamente e efficacemente dal governo interi gruppi, interessi, culture», secondo una rappresentazione del mondo che, anche da parte di coloro che si pretendono o si considerano di sinistra, in realtà era schmittiana, ossia adottava la logica tremenda ed elementare della contrapposizione estrema fra amico e nemico. (E anche se così fosse? – mi chiedo…: la politica è anche contrasto assoluto, radicale; non è mica riducibile all’arte della composizione o a quella della mediazione!).

Dopo il 1989, la fine della differenza divenne quasi un leitmotiv, che faceva da corollario alla tesi, peraltro risalente agli anni Sessanta, ma riproposta con rinnovato vigore appunto dopo il crollo del Muro, della cosiddetta “fine delle ideologie”. Che era, come tutto il gran parlare che si fece allora, una forma vistosa, pesante, di ideologismo. E si trattava di una ideologia di destra, per l’appunto.
Ma è proprio così? Ossia, la distinzione tra Destra e Sinistra ha perso la sua pregnanza? E quando l’avrebbe persa? O non l’ha mai avuta?

Era questo, in fondo, il punto di partenza di Norberto Bobbio, circa a metà degli anni Novanta, esattamente dieci anni prima della sua morte, quando si pose il problema di ridefinire Destra e Sinistra. C’era un assunto nella sua posizione, la volontà di dimostrare l’ineludibile necessità di questa dicotomia. E di qua prenderemo le mosse.
Ma prima vale la pena di ricordare che le due parole partono con connotazioni diverse e divergenti: ossia destra rinvia a ciò che è retto, giusto: alla destra del Padre, com’è noto, stanno gli eletti; a tavola ancora oggi alla destra del padrone o padrona di casa siedono nell’ordine di vicinanza gli ospiti più importanti; mentre la sinistra, è il luogo della colpa, sul fianco sinistro di Adamo, è tolta la costola da cui viene formata Eva, che nasce dunque con questa colpa originaria, che sarà poi confermata dal suo cedimento alla tentazione del serpente. La sinistra è il lato del male, delle lugubri premonizioni, della deviazione dalla “retta” via: si pensi alla lingua tedesca. Die Rechte, che ha radice che rinvia al latino regere, governare, ma anche semplicemente reggere, appunto; donde in italiano anche «retto», che significa diritto ma altresì onesto. Un governo retto sarebbe dunque un governo di destra?! Il governo retto se rimaniamo sull’asse della geografia politica in realtà sarebbe un governo di centro… Ma in realtà il problema è sulla sinisteritas. E se è vero che l’italiano annette anche significati negativi a questo lato sinistro, e alle parole che lo richiamano (un sinistro figuro, una situazione sinistra…; o si pensi alla damnatio, che dall’antichità del primo Cristianesimo giunge a noi, contro i mancini, ossia coloro che invece della destra ricorrono all’uso della mancina, ossia la mano sinistra), anche in altre lingue, si affaccia, con minore forza, tuttavia, non di rado una sfumatura, quanto meno, negativa relativa alla Sinistra.

Torniamo alla coppia Destra/Sinistra. E chiediamoci, a partire dall’epoca della Grande Révolution, che cosa costituisca l’elemento della divisione, della distinzione, della contrapposizione. Certo, sappiamo che la distinzione nasce all’Assemblée Nationale (detta poi Costituente) nata per separazione dagli Stati Generali riuniti a Versailles, dal re, dopo una lunghissima assenza di questo organismo dalla vita politica francese. Esattamente il 5 maggio 1789, si verifica il primo forte contrasto sul voto (il Terzo Stato chiede, sulla base del pamphlet di un abate “traditore”, Jean-Baptiste Sièyès, che si applichi il principio basilare della democrazia “una testa un voto”), a cui segue il 17 giugno la rottura: spostati i lavori a Parigi, il Terzo si riunisce in separata sede – la famosa Sala della Pallacorda – dando vita appunto all’Assemblea Costituente, alla quale poi si uniranno anche i rappresentanti degli altri due Ordini (o Stati):Clero e Nobiltà. Questi, forse sulla base della tradizione cristiana, andranno a sedersi sul lato destro della sala, e rapidamente, la dicitura destra alluderà alla posizione conservatrice, e sinistra a quella progressista. All’interno di questa, tuttavia, che comprende varie fasce del Terzo Stato, si determinano ben presto differenze che si trasformeranno rapidamente in rotture clamorose, e in insanabili contrasti, acuiti dall’entrata in scena di un altro “Stato”, il Quarto: ossia i ceti popolari urbani, che il 14 luglio assaltano e incendiano l’odiata Bastiglia, simbolo dell’Ancien Régime, di cui la destra, ossia Clero e Nobili, sono tuttora difensori accaniti; il popolo parigino poco dopo verrà imitato dai contadini, che avvieranno le azioni nelle campagne contro i diritti feudali. In una parola, è la Rivoluzione. La più grande dell’era moderna, quella da cui siamo nati politicamente. Le sue parole d’ordine, notissime (Liberté Égalité Fraternité) sono, incredibilmente, ancora protagoniste del dibattito politico odierno, e racchiudono largamente il senso del contrasto fra Destra e Sinistra.

Esse, peraltro, rinviano a un autore, che spicca su ogni altri: Jean-Jacques Rousseau. Il ragazzo Gavroche (una sorta di archetipo del gamin parisien), nei Miserabili di Hugo, canticchia sulle barricate repubblicane del 1832 dove troverà la morte, una canzoncina di sua invenzione «C’est la faute à Rousseau» (ma anche: «C’est la faute à Voltaire»). La colpa è dunque di Rousseau, nel caso di specie. Quale colpa? Quella precisamente indicata nel trattatello Sull’origine della disuguaglianza tra gli uomini con il quale il giovane Jean-Jacques partecipò, per la seconda volta, a un concorso dell’Académie de Dijon: si era a metà del secolo dei Lumi (1752 il concorso, tre anni più tardi la pubblicazione del testo). Il tema proposto dagli accademici digionesi era appunto l’origine della disuguaglianza tra gli uomini e se essa fosse autorizzata dalla «legge di natura». Rousseau, come è noto, rispose in modo forte, fortissimo, aprendo una breccia che non fu mai più sanata nel pensiero liberale, e attraverso di essa sarebbero passate le pulsioni del moderno socialismo e comunismo. Ossia le matrici identitarie della Sinistra. Una frase in quel testo assai nota, e dice quasi tutto: «Le premier qui, ayant enclos un terrain, s’avisa de dire “Ceci est à moi”, et trouva des gens assez simples pour le croire, fut le vrai fondateur de la société civile». Il primo che avendo recintato un pezzo di terra si spinse a dire “è mio”, fu il fondatore della società civile»; espressione che non ha certo un valore positivo nello scrittore ginevrino. Di là, insomma, nacquero i guai, le ingiustizie, le guerre. Dalla proprietà, ossia dalla disuguaglianza politica. Che in realtà è, come è evidente, economica, in quanto essa nasce dalla proprietà privata: non è un dato naturale. O meglio… Esiste una disuguaglianza di natura (fisica) ed esiste una disuguaglianza «morale o politica» la chiama lui; ossia una disuguaglianza artificiale. Questa disuguaglianza nasce dalla violenza o dalla frode. Ma solo l’ignoranza – Rousseau parla di gente “semplice”: che per noi non significa solo ingenuità, ma ignoranza, appunto – degli altri, li rende vittime, e permette ai carnefici di imporsi.

La novità della posizione russoiana consiste nell’affermazione che l’uguaglianza, all’interno di una società moderna, non può limitarsi al piano giuridico (tutti uguali davanti alla legge) o politico (a tutti il diritto di voto o quello di essere votati: elettorato attivo e passivo), ma deve concernere le sostanze: ossia l’economia, la posizione degli individui rispetto alla ricchezza. Su questo concetto di uguaglianza – sostanziale – Rousseau disegna, senza forse neppure una piena consapevolezza e coerenza, la linea di demarcazione fra la destra e la sinistra.

Nella Rivoluzione che in qualche modo tesaurizza l’insegnamento russoiano, le diverse correnti della “Sinistra” si articolano e presto configgono proprio sul significato da attribuire al concetto di uguaglianza. La distinzione essenziale è tra la concezione riduttivistica, formalistica, e quella contenutistica o sostanzialistica. Ma, al di là dei contrasti, dei furori e degli estremi, al di là del sangue e dei morti, la modernità politica si incentra sul concetto di uguaglianza; anche all’interno di coloro che la Rivoluzione fecero si definisce un quadro complesso, fra sostenitori di uguaglianza formale e uguaglianza sostanziale, secondo uno schema che si era prodotto in realtà nell’ambito della Rivoluzione Inglese, un secolo avanti il trattato di Rousseau: la prima Rivoluzione, quella di Cromwell (1648), nel cui crogiuolo nascono gli estremisti dei Levellers e dei Diggers; l’uguaglianza che Cromwell neppure prende in considerazione, viene proposta dai primi sul piano formale e politico, mentre i secondi, gli zappatori – la parola ci rinvia a una condizione sociale, a una classe – essa vive nella sua sostanza economica.

Ritorno all’altra Rivoluzione, quella francese. In essa, la Sinistra (estrema) fu incarnata da François-Noël Babeuf, che cambia il nome proprio in Gracchus, con evidente riferimento a una delle prime espressioni effettuali della sinistra ante litteram: la battaglia dei Gracchi per i diritti della plebe a Roma. Babeuf è l’animatore della congiura che lo porterà a morte: detta appunto “degli eguali”. Quella congiura, scoperta come sempre grazie all’impiego di infiltrati della polizia, era in realtà un episodio della lotta di classe che continuava in seno al Terzo Stato, dal quale cominciava a staccarsi, per individuazione, il Quarto; gli interessi di proletari e borghesi, uniti nella lotta contro nobiltà e clero, erano divergenti e contrastanti; antagonistici, fino all’uso da parte degli uni e degli altri, della violenza estrema.

Dopo la Rivoluzione e la sconfitta dell’ipotesi della uguaglianza sostanziale, il dibattito rimarrà incentrato su quel concetto: Tocqueville, nella prima metà del secolo XIX proporrà una sorta di via di mezzo tra forma e contenuto, tra uguaglianza formale, ossia giuridica e politica e uguaglianza sociale, ossia sostanziale, economica. La sua Égalité des conditions, che anticipa le Lebenchancen del pensatore tedesco Ralph Dahrendorf negli anni Ottanta: l’uguaglianza delle possibilità. Una proposta moderata, politicamente, che oggi apparirebbe estremista a molti. Che vuol dire in sostanza: ridurre se non eliminare le differenze di partenza. Ma questo sarebbe possibile in uno Stato retto secondo princìpi liberali? Lascio sospeso l’interrogativo. E torno ancora a Tocqueville: quello che conta soprattutto è che Tocqueville individua come elemento distintivo,caratterizzante, della democrazia, non la libertà, bensì l’uguaglianza.

Ebbene, sull’uguaglianza si gioca, e torno a Bobbio, la differenza essenziale tra Destra e Sinistra. Negli ultimi suoi anni, quelli in cui appunto vergò quelle illuminanti, ma anche semplici paginette, Bobbio diede un significato via via più forte all’uguaglianza, raccogliendo la sfida di Tocqueville, ossia vedendo in essa precisamente l’elemento cruciale della democrazia, che il filosofo piemontese interpretava, alla fine della sua carriera di formalista e neopositivista giuridico, in termini ben più attenti ai contenuti di quanto non avesse fatto in passato. La democrazia gli appariva un sistema in cui si realizzava lo sforzo di una sempre maggiore riduzione delle disuguaglianze o in positivo del raggiungimento di una sempre maggiore uguaglianza in relazione ai tre campi fondamentali: culturale economico politico. La Sinistra, diventava in tale quadro, il soggetto promotore di questa politica; la Destra il soggetto che le si opponeva.

Altre coppie concettuali vengono spesso tirate in ballo per spiegare la differenza tra Destra e Sinistra. Per esempio Libertà/Autorità; Conservazione/ Progresso; Tradizione/Innovazione; e così via. Esse andrebbero tutte analizzate partitamente, cosa che qui è impossibile da fare. Ma si può affermare che risultino non solo insufficienti, ma spesso persino fuorvianti, specie se si bada al fatto che parole come Destra e Sinistra sono mutevoli, a seconda dei contesti storici, in cui si collocano nel corso del tempo. Oggi, ad esempio – diciamolo subito la Destra internazionale non è affatto identificabile nella conservazione né nella Tradizione, come lo era ai tempi degli Illuministi e successivamente dei Giacobini russoiani. Oggi la Destra è per il cambiamento, per l’innovazione, per quello che comunque chiama «progresso» o addirittura «riforme». Quanti esempi ci offre l’attualità non soltanto italiana? Ma certo, la politica nostrana sembra all’avanguardia: il «novitismo» (per dirla con Giovanni Sartori) è una malattia della Destra che però ha contaminato la Sinistra o quel che di essa rimane. Al punto che, anche su questo aspetto – che non è soltanto linguistico e concettuale – si può parlare come è stato fatto di «due destre» (Marco Revelli). Persino il passaggio dai Governi Berlusconi-Bossi, al Governo Monti può, almeno da un certo punto di vista, letto come un passaggio di mano da una destra – rozza, volgare, aggressiva, inconcludente – a una destra provvista di un background culturale spesso notevolissimo, operativa, concreta. Tra l’altro questo sfata anche una delle tante rappresentazioni semplicistiche al limite del caricaturale per cui la Sinistra sarebbe depositaria della cultura e la Destra sarebbe tutta dominata dall’ignoranza. C’è Bossi, e c’è Passera; c’è Berlusconi e c’è Monti; c’è Borghezio e c’è Lorenzo Ornaghi. Marcello Dell’Utri è un raffinato uomo di libri, aggiungo, un appassionato collezionista di testi preziosi…

Né appare risolutiva un’altra contrapposizione per distinguere le due ali del campo politico: ossia la Destra come luogo della violenza, e la Sinistra del suo rifiuto (la Rivoluzione non è un pranzo di gala…); oppure attribuire alla Destra tutti i maschi machisti, sessisti, mentre la Sinistra terrebbe sotto le sue tende uomini e donne (e LBGT) attenti, delicati. Né come pure talora si sente, la Sinistra ama gli animali (quelli non umani), e la Destra è tutta per la vivisezione. Hitler adorava il suo cagnolino. E la letteratura è debordante di personaggi del genere, ferocemente di Destra, e deliziosamente animalisti.

Si tratta insomma non solo spesso di luoghi comuni, ma che, soprattutto, non colgono il cuore della differenza. Certo, oggi, un po’ dovunque, i confini fra Destra e Sinistra appaiono persino evanescenti, e se vagamente emergono in campagna elettorale, alla stregua delle politiche messe in essere, appare assai difficile distinguere gli uni dagli altri. In Italia tutto questo processo, si manifesta forse in modo più evidente, essendo il nostro il Paese nel quale viveva e aveva un ruolo importante un Partito che si chiamava comunista, e che orgogliosamente ricordava di essere «il più grande Partito comunista dell’Occidente». L’Italia è il Paese che ha inventato il concetto di Centro-Sinistra (seguito a ruota da Centro-Destra): una nazione, insomma, che confonde le proprie coordinate teoriche e quindi non può che fare proposte e portare avanti scelte politiche confuse. E la Sinistra ha perso quel baricentro dell’uguaglianza su cui ho insistito finora.

La Destra, oggi, che cosa vuole? Pagare meno il tempo di lavoro degli individui impiegati nelle aziende d’ogni ramo; aumentare la produttività; ridurre al minimo ogni tipo di “gravame” , ossia gli oneri relativi alla sicurezza sui luoghi di lavoro, contribuzione previdenziale, servizio sanitario; eliminare qualsiasi benefit tradizionalmente assicurato ai dipendenti, di basso rango (relativi ad abitazione, acquisti aziendali, assicurazioni, gite, familiari, nidi d’infanzia, vacanze…), per aumentare quelli – moltiplicandone la natura, giungendo fino alle escort concesse ai manager – per i dirigenti di alto e altissimo livello. Al contempo la Destra mira a eliminare ogni “laccio e lacciuolo”, ossia i controlli pubblici, le verifiche ambientali, di sicurezza delle merci prodotte e della vita e salute dei lavoratori, ad addossare alla collettività gli oneri ineliminabili, massimizzando e privatizzando, e sottraendo al controllo sociale i profitti. E nel lavoro subalterno prova a cancellare o ridurre al puro simulacro (come accade nella società politica, con la forma democratica, che rimane in piedi mentre si afferma una sostanza assolutamente estranea alle procedure e al senso stesso del “potere del popolo”), i diritti acquisiti dai lavoratori e lavoratrici.
Nella società la Destra cerca di impadronirsi, sottraendolo al Pubblico, settori chiave quali Sanità Istruzione Ricerca. E cerca di imporre modelli, specie nei due ambiti fondamentali (Sanità e Istruzione), che istituiscano nuove, truci gerarchie; tra chi può pagarsi una scuola d’élite, e chi deve andare in sottoscuole e sottouniversità; tra chi può sostenere il costo di un’assicurazione privata e chi dovrà aspettare anni per un intervento chirurgico, mesi per un esame diagnostico, e così via.

E la Sinistra? Non contrastando la filosofia di questo tipo di posizione, diviene inevitabilmente succube degli orientamenti politico-sociali della Destra, la quale oggi appare vincente sul piano ideologico. Non però sul piano sociale. Un piano in cui le politiche e la ideologie aggressive e selettive della Destra tendono a creare sbandamento, paura, oltre a fragilità economica dei soggetti a reddito fisso, medio-basso, e a marginalizzare sottoccupati precari lavoratori in nero e migranti. Per tenere a bada i loro timori (fondati) si criminalizza l’immigrazione e si insiste sul tema della sicurezza, non quella ambientale, stradale, aerea, alimentare o lavorativa, bensì quella generica della criminalità, rispetto a cui i dati ci confermano che non esiste alcun allarme sociale, che nondimeno viene indotto, da politici, ideologi e opinionisti della Destra. Qui siamo davanti anzi a un vero cavallo di battaglia. E di nuovo, la Sinistra appare afasica, balbettante, quando non del tutto o quasi del tutto, corriva a questo tipo di impostazione.
Lo Stato che la Destra sta mettendo sul banco degli imputati (eppure storicamente la Destra, non la Sinistra è “statalista”: si ricordi il motto che unisce Mussolini ad Alfredo Rocco: “Nulla fuori dello Stato, nulla contro lo Stato, tutto dentro lo Stato”), viene improvvisamente invocato per salvare comitati d’affari nascosti nelle pieghe del sistema bancario, che ha portato l’intero sistema al tracollo economico o per dedicarsi a tempo pieno alla caccia allo spacciatore, al tossico, al ladruncolo, all’immigrato in quanto potenzialmente criminale.
Ecco cosa sul piano politico identifica la Destra, ma che la Sinistra non riesce a contrastare, perché ne appare quasi sedotta e conquistata.

Sul piano politico pratico. Ma, tornando al piano della teoria, chiediamoci se oggi ci basti il discrimine Destra/Sinistra fondato sul tema uguaglianza/disuguaglianza. Anche sgombrato il campo dalle spiegazioni della differenza Destra/Sinistra, discutibili e fallaci, a cui ho fatto riferimento, la Destra è soltanto la politica della disuguaglianza? È innanzi tutto questo, indubbiamente. Dai testi dei Controrivoluzionari (a partire da Edmund Burke in avanti), alle prime pagine di quotidiani come «Il Giornale» o «Libero», la Destra si identifica essenzialmente e prima di tutto nel rifiuto del principio russoiano, e anzi i suoi teorici e propagandisti insistono sulla naturalità della disuguaglianza e utilità e ineliminabilità delle gerarchie. Perché disuguaglianza implica appunto gerarchia. E gerarchia feroce. Tanto fra gli individui, quanto fra quelli che i teorici nazionalisti chiamavano «individui maggiori», ossia i popoli.

E questo ci fa guardare a un altro elemento che caratterizza la Destra, distinguendola, anche storicamente, dalla Sinistra: ossia, la propensione alla guerra; tema invece del tutto assente in Bobbio, in questo tipo di analisi (il che non stupisce se pensiamo al Bobbio sostenitore di alcune delle più terribili tra le «nuove guerre» post 1989, dal Golfo al Kosovo; ma stupisce pensando al Bobbio attento analista del fenomeno guerra).
Disuguaglianza, gerarchia, indicano sopraffazione dei deboli da parte dei forti. La guerra è appunto una modalità delle relazioni internazionali che implica il tentativo di chi si sente forte di pesare su chi ritiene essere debole, anche se poi i risultati non sono sempre quelli attesi dagli aggressori, dalla Seconda guerra mondiale alla Guerra del Vietnam…
In vero, non è solo in nome della teoria dell’internazionalismo proletario, che la guerra non appartiene al bagaglio teorico politico della Sinistra; è anche perché nelle guerre, all’interno dei corpi militari che si confrontano e si scontrano, sono i “poveri diavoli”, gli individui provenienti dalle classi umili (storicamente i ceti rurali, prima degli altri) a fare la guerra, la famosa “carne da cannone”. Ossia i ceti di cui la Sinistra si rende o vuole essere interprete, rappresentante dei loro interessi sociali.

Oggi, per di più, la guerra è particolarmente feroce, totale, indiscriminata, contro civili, territorio, ambiente. Con conseguenze i cui effetti possono durare nei decenni. Ma l’opposizione alla guerra come elemento caratterizzante della Sinistra attiene anche, di nuovo, al problema dell’uguaglianza. Nella guerra i soldati combattenti sono provenienti dalle classi subalterne (subalterno è anche il termine correntemente impiegato per alludere a chi non comanda, a chi ubbidisce): è “di sinistra”, insomma, anche per questa ragione, opporsi alla guerra e in generale l’attitudine antimilitarista (che non va confusa con la scelta nonviolenta; antimilitarismo è l’opposizione al sistema militare, con le sue gerarchie, con i suoi riti, con i suoi comandi indiscutibili, con la sua disciplina ottusa).

Il che ci conduce a un’altra accezione di Sinistra che non troviamo in Bobbio: ossia essere di Sinistra implica una scelta di campo, una scelta netta (di qui le critiche a mio avviso non condivisibili a cui accennavo prima), a favore di un soggetto sociale preciso, la cui identificazione e denominazione può variare nelle diverse latitudini o contesti storici, ma che in ogni caso rinvia appunto, di nuovo, ai “subalterni”: la «fraternité» della Grande Révolution, allude all’empatia con cui i soggetti della Rivoluzione, anche quando provenienti dalle classi privilegiate, per origine, dovrebbero , in base a quella scelta di campo, schierarsi. La Sinistra si schiera dalla parte dei deboli, la Destra da quella dei forti: «La France forte», per fare un esempio, è il finale del messaggio video di Sarkozy che è circolato nella campagna elettorale. Un messaggio siffatto non potrebbe mai essere un messaggio di Sinistra.

Fraternità significa solidarietà, ma non nel senso che la Destra italiana di inizio Novecento propagandava: per loro solidarietà significava superamento della lotta di classe nel nome di un presunto interesse nazionale, di benefici comuni che la rinuncia allo sciopero, e più in generale alla tutela degli interessi “di classe”, avrebbe comportato. E la solidarietà interna avrebbe implicato la traslazione della lotta verso l’esterno: dalla lotta di classi alla lotta di nazioni, ossia la guerra.
La solidarietà/fraternità della Sinistra è vedere in ogni altro simile (e dissimile!), un fratello potenziale, nel senso di individuo al quale dare e dal quale ricevere, una creatura come noi, gettata sulla Terra, e dalla sorte, o dalla sua incapacità fisica o mentale (ecco la disuguaglianza naturale ammessa da Rousseau) non sia in grado di procacciarsi, come noi, nutrimento e in generale mezzi di sopravvivenza.

Solidarietà nel senso della fraternità significa la cura, prendersi cura di chi ne ha bisogno. Come ha scritto recentemente un filosofo spagnolo, Manuel Cruz, certamente il filosofo “di Destra” non può sentire (deve: e allora ecco l’elemento identitario) nella sua carne il dolore per chi soffre; nel senso che se ne disinteressa, preso da altri obiettivi di pensiero. Invece proprio nella solidarietà umana, meglio ancora nell’empatia con l’altro, con chi soffre, nella condivisione della sofferenza altrui, nella carne, e nello spirito, ma nella contemporanea volontà di vincere le cause di quella sofferenza – cause sociali, cause che attengono all’organizzazione ingiusta delle società nazionali e della società internazionale –, sta l’identikit della persona di sinistra. Non basta cogliere le disuguaglianze e le ingiustizie, con la testa; non è sufficiente com-patire chi ne è vittima; il terzo requisito è la volontà di battersi contro l’ordine ingiusto del mondo, ad ogni livello, a partire dalla famiglia (penso ai «femmicidi» e «femminicidi» – l’antropologia americana spiega che esiste una differenza tra i due concetti, il primo sempre portatore di morte, il secondo no – che stanno rivelandosi un elemento che distingue la nostra società, in particolare proprio quella italiana). Il che non implica necessariamente, in ogni circostanza, scendere in piazza, fare le barricate, e neppure distribuire volantini, incollare manifesti.

Ci sono molti modi per lottare. E questo – un corso di Cultura politica – è anche un modo per lottare contro le ingiustizie; e dunque essere di sinistra e fare «qualcosa di sinistra», per citare la celeberrima battuta di Nanni Moretti, che si accontentava (nel film Aprile) di chiedere al leader del Partito post-comunista di “dire” «qualcosa di sinistra». E la prima ingiustizia è la carenza o l’assenza di cultura, a cominciare dalla cultura politica, il deficit linguistico e concettuale che finisce per aggravare le altre disuguaglianze, e non facilita la nostra presa di coscienza, il nostro processo di responsabilizzazione, di costruzione della cittadinanza attiva.

A questo, modestamente, vorrebbe dare un contributo, piccolo ma forse non inutile, la nostra iniziativa.

(4 maggio 2012)

Primo maggio: che cosa c’è da festeggiare?

    Primo maggio: che cosa c’è da festeggiare? di Angelo d’Orsi da Micromega del  30.04.2012

Festa del Lavoro? Si è già parlato, più o meno scherzosamente, del suo opposto: festa del non lavoro. E dunque, se così è, si può ancora parlare di festa? E si può scendere nelle strade, invadere le piazze, agitare le bandiere, e cantare le canzoni del “Movimento”, e infine, dopo i pranzi fuori porta e le libagioni di rito, ascoltare i concerti che sembrano orma diventati il cuore dei nostri primi maggio? Si può, insomma, ripeto: “festeggiare”?  Sì e no.

Oggi, questa ricorrenza, come non mai, cade in un momento di feroce attacco padronale – mi scuso per la banalità dell’espressione che i miei critici leggeranno in chiave di nostalgismo veterocomunista, ma tant’è – ai ceti proletari e in generale ai subalterni, a “coloro che non hanno e che non sanno”, per citare un esponente del pensiero reazionario italiano, di oltre un secolo fa (tale Mario Morasso, ispiratore della destra più estrema del tempo). Oggi, un Ministero di “tecnici” sta facendo il lavoro sporco che il Governo dei politici non è stato in grado di portare a compimento. Chiediamoci come ci stia riuscendo.

Innanzi tutto per ragioni politiche, ossia nell’ordine: 1) il crollo ignominioso del governo precedente, a cominciare dal suo capo, rivelatosi, agli occhi anche dei suoi sostenitori, un personaggio al di sotto dei più malevoli sospetti, per tacere del suo alleato, il moralizzatore Bossi, che ha superato in grandiosità il marcio della Prima Repubblica e della Seconda, mostrando a che punto il familismo amorale possa giungere: fino all’estremo degrado; 2) l’appoggio della ex Opposizione, in particolare di quel Partito che una volta aveva nel suo statuto ideale, prima ancora che nelle sue pratiche quotidiane, la tutela dei ceti più deboli, a cominciare dalla classe operaia, in quanto “classe generale”, la classe che difendendo se stessa, ossia i propri interessi di classe, difende in realtà gli interessi di tutta la società.

Davanti alla inettitudine e alla corruzione dei berluscones e dei padan-leghisti, col soffio di aria pulita che sembrava giungere dal professor Monti (un po’ meno dalla sua compagine, troppo impelagata in conflitti di interessi, e in taluni suoi componenti palesemente al di sotto degli standard minimi di competenza; vedi il caso del famigerato sottosegretario Martone, quello che aveva chiamato “sfigati” chi aveva un destino meno felice del suo…) è stato quasi obbligatorio fare un’apertura di credito. Ma da qui a infilarsi nella grosse Koalition, alleandosi col nemico, ce ne passa! A meno che quel nemico non sia più tale, e che gli elementi di contiguità o di vicinanza siano maggiori e più forti di quelli di distanza e differenza. In ogni caso, in particolare il Partito democratico si è messo in un pasticcio politico dal quale non gli sarà facile levarsi. Con chi sta oggi quel partito: con la signora professoressa Fornero o con i pensionati a 7/800 euro al mese? Con Martone o con i giovani “sfigati”? Con i cassintegrati a zero ore o con il superministro Passera? Con le decine di migliaia di precari della ricerca o con il già rettore del Politecnico torinese, già presidente CNR, e ora ministro di Università e Ricerca, professor ingegner Profumo?

Ci sono situazioni in cui occorre scegliere e non solo perché, come ricorda Nicola Abbagnano in un suo libro di mezzo secolo fa, “esistere è decidere”, ma perché la politica, che è anche arte della mediazione e del compromesso, è soprattutto scienza della decisione, tenendo presente i possibili esiti delle proprie decisioni a breve, medio e lungo termine. E se non decidiamo noi, la nostra parte politica, sono altri a decidere per noi. E non è l’economia a decidere: sono gli esseri umani, portatori di passioni, pulsioni, valori e disvalori, e soprattutto interessi. Ecco perché il “governo dei tecnici” è un imbroglio, una volta ribadito quanto già più volte ho scritto su queste pagine: con Berlusconi e Bossi avevamo al potere un cricca di malaffare, ora abbiamo un canonico “comitato d’affari della borghesia”. L’imbroglio nasce dall’ideologia, così diffusa in questi anni di crisi, e che si è trasformata ora in pratica politica, secondo cui l’economia sarebbe una scienza oggettiva, null’altro che la “naturale” esplicitazione della necessità delle cose, nel loro inevitabile, fatale andare. Ci hanno insomma convinto che l’economia è una scienza neutra, e come scienza non può essere che capita da scienziati e applicata da tecnici; e quindi il cittadino non può che accettare, e che quando l’economia “va bene”, siamo contenti, ma quando “va male” non possiamo che accettarne le conseguenze, su individui, famiglie, imprese. Insomma, che “non c’è nulla da fare”: bisogna pagare, oggi, per guadagnare domani, piegarsi all’imperio della Legge, ora, per potere rialzar la testa poi. E ci hanno imbottito il cervello ripetendoci che “siamo tutti nella stessa barca”. Ma c’è qualcuno che su quella barca rema, altri lavano i cessi, altri, invece, sono in coperta a godersi un daiquiri sotto la tenda che li ripara da troppo sole, mentre cianciano dei prossimi investimenti o di quanto sia diventata impossibile la vita a Portofino, dopo le incursioni della Guardia di Finanza…

E il governo dei tecnici, il ministero dei grandi esperti, la compagine dei bocconiani e cattolici militanti, che cosa ha partorito? Aumento delle imposte e delle tasse, in particolare delle imposte indirette – le più facili e le più inique, perché colpiscono indiscriminatamente ricchi e poveri –, scelte politiche inaccettabili mascherate da necessità o ovvietà: l’acquisto di nuovi aerei militari, dai costi stratosferici, la conferma inossidabile della Tav in Val di Susa, la prosecuzione del costosissimo impegno militare in Afghanistan. E ci vogliono far credere che si tratti di decisioni obbligate!

Le politiche di questo governo, come del precedente, insomma, non sembrano in grado di affrontare i problemi di fondo del Paese, che certo non si risolvono con lo stile ragionieristico di Monti, né con il piglio goffamente autoritario della Fornero, o il vacuo efficientismo di Passera, o le menzogne e le banalità dei ministri addetti a Sanità e Ambiente. I ricercatori vessati, gli insegnanti umiliati; gli scolari e studenti penalizzati; i professori di università costretti a cercare rifugio all’estero; i disoccupati, gli esodati, i licenziati, i de localizzati, i cassintegrati; le vittime (morti, feriti, invalidi) sul lavoro, o meglio di lavoro; i lavoratori in nero; i suicidati. Operai, impiegati, imprenditori: quanti sanno che è nata in aprile a Vigonza (Padova) un’Associazione dei familiari degli imprenditori morti suicidi? Nel 2012, i morti di propria mano sono stati, fino a metà aprile, 23. (Giunge ora la notizia di un altro suicida: o meglio suicidato: un imprenditore edile sardo, costretto a licenziare i dipendenti, compresi i suoi stessi figli. Possibile che i tecnici cattolici al governo, i teorici del “rigore finanziario” e della “coesione sociale”, non abbiano nulla da rimproverarsi?). E questa non è forse una nuova forma della distruzione del ceto medio, che abbiamo già visto in atto negli Stati Uniti? E, a sua volta, a me pare una tragica conferma della “profezia “ di Marx, relativa alla bipolarizzazione della società, e all’impoverimento crescente delle classi medie fino alla loro scomparsa tendenziale, e alla concentrazione della ricchezza in un numero sempre più ridotto di mani, e in misura sempre più alta…

Ebbene, di tutto ciò dobbiamo ricordarci in questo Primo Maggio: che tuttavia, non deve essere di abbandono e di rinuncia. Ma di lotta, di mobilitazione, e, oso dirlo, di speranza. Non facciamoci abbattere dalla crisi e da chi la usa contro di noi. Contro i deboli, contro chi ha meno strumenti per difendersi, contro chi sta subendo il peso più grave. A loro dobbiamo stare vicini anzi farci parte di loro. E ricordiamoci che, come scriveva Carlo Rosselli negli anni Trenta – poco prima di essere ucciso dai fascisti francesi su mandato del regime mussoliniano – nulla può resistere a una massa di lavoratori che lasciano le officine e marciano compatti verso il centro della città. Nulla può resistere. Né i tecnici, che fanno oggi il lavoro dei politici, né questi ultimi preoccupati prima di tutto, se non esclusivamente, della propria sopravvivenza di individui e di ceto.

Il Primo Maggio 2012 dobbiamo essere tutti operai e operaie che lasciano i loro luoghi di lavoro, e di riposo, per marciare verso il cuore delle città e dire che esse ci appartengono. E che le “zone rosse” non devono più significare settori cui è vietato l‘accesso, bensì centri di occupazione simbolica e fisica, dietro le nostre bandiere, e scanditi dai nostri slogan ritmati, dalle nostre musiche e dai nostri canti. La teoria politica, quella seria, da Aristotele a Machiavelli a Gramsci, ci insegna che ogni azione politica è lotta per il potere. Per i subalterni, oggi, il potere significa la difesa di conquiste e diritti che qualcuno vorrebbe togliere, dall’articolo 18 al valore legale dei titoli di studio, dalla proprietà pubblica dell’acqua e degli altri beni comuni, alla tutela della salute. Difendiamo quello che una infinita catena di sofferenza e di umiliazioni, una scia di morte e dolore, ma anche di epiche vittorie, ci ha consegnato: e non arretriamo di un millimetro; anzi, avanziamo, unendo le forze, senza farci prendere dallo scoramento e dal pessimismo. La strada è lunga, impervia, ma “noi” siamo tanti, e siamo di più, molti di più di “loro”.

Angelo d’Orsi da Micromega (30 aprile 2012)

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

%d bloggers like this: