Tutti pazzi per Gramsci

Tutti pazzi per Gramsci – di Angelo d’Orsi da Il fatto quotidiano 27.04.2012

“The Gramscian Moment” è il titolo di un recente libro del britannico Peter Thomas vincitore del Premio internazionale Sormani. E di autentico “momento gramsciano” si deve parlare, gettando lo sguardo ben oltre le frontiere. Ma sarebbe un errore ritenere che questo momento sia cominciato tra il 2011 e i primi mesi del 2012, quando un’autentica profluvie di libri, richiamati più o meno correttamente dai media, si è abbattuta nelle librerie italiane, e l’alluvione continua.

La Gramsci-Renaissance data dal 2007, quando si celebrarono, in una misura e con una intensità mai viste, i 70 anni dalla morte. Fu un anno eccezionale, con convegni che cominciarono in Australia e percorsero il globo, toccando decine di Paesi. E, mentre cominciavano a uscire a stampa i primi volumi dell’Edizione Nazionale degli Scritti, si presentava, anche grazie al lavoro nell’ambito di quella impresa gigantesca, e a quello svolto per la Bibliografia Gramsciana Ragionata (BGR) e per il Dizionario Gramsciano, una nuova generazione di studiosi, che a Gramsci guardava con occhi freschi, non condizionata dai dibattiti del passato. Qualcuno disse: finalmente si potrà semplicemente leggere Gramsci come “un classico”. Ma così non è e così in fondo non può essere.

Antonio Gramsci fu e rimase un rivoluzionario e un comunista fino all’ultimo suo giorno – che cadde esattamente 75 anni or sono, in una clinica romana dopo un decennio di detenzione e patimenti inenarrabili – il 27 aprile 1937. Ma fu anche un pensatore, sicuramente il più profondo e originale pensatore dell’Italia del Novecento; ma anche uno dei più stimolanti analisti del “moderno”: storico e storiografo, filosofo e pedagogista, teorico della lingua e della letteratura, scienziato politico. E, last but not least, uno scrittore impareggiabile, che nelle sue lettere ha toccato altissimi vertici di umanità e di multiforme capacità letteraria.

Sono queste le ragioni della rinascita di attenzione a Gramsci, oggi uno degli autori italiani di ogni epoca più tradotti e studiati nel mondo? Indubbiamente. Ma come testimoniano le polemiche ricorrenti, scatenate da sedicenti nuove interpretazioni o pretese “rivelazioni”, non si discute solo in merito al teorico e lo scrittore, ma sempre comunque sui connotati politici della sua opera teorica e pratica: dei risultati che ebbe quando egli era un giovane giornalista del Partito socialista, o quando divenne direttore del settimanale poi quotidiano L’Ordine Nuovo, colonna del Partito comunista, fondatore de l’Unità, fino a quando giunse, dopo un’aspra battaglia interna, a prendere la guida del Partito, poco prima dell’arresto nel novembre ’26. Di quei tempi fu la rottura con Togliatti, su cui poi tanta speculazione si fece. Il dissenso nasceva dalla differente valutazione, positiva per Togliatti, critica e preoccupata per Gramsci, delle lotte interne al Partito sovietico.

È la vicenda della lettera da Gramsci scritta per i compagni russi e affidata a Togliatti, che, d’accordo con Bucharin non la consegnò, suscitando l’aspra reprimenda di Gramsci e una greve risposta di Togliatti. Fu quello, dell’ottobre ’26, l’ultimo contatto fra i due, che non ebbero più modo di parlarsi. Del resto mentre Gramsci cominciava il suo calvario, Togliatti vestì i panni di dirigente dell’Internazionale Comunista, condividendone responsabilità, anche se non fu mai un piatto esecutore degli ordini di Stalin, spesso anzi cercando di portare avanti una linea di riserva. Ma certo fu completamente dentro quella storia, da cui Gramsci invece fu escluso. E non come qualcuno ha scritto, scioccamente, perché “per sua fortuna” era in carcere, ma perché il suo comunismo, su cui continuò a riflettere, era oggettivamente diverso. E lo era stato fin dal suo affacciarsi alla Torino industriale, dove conobbe gli operai, “uomini di carne ed ossa”, quando mise l’accento sul fattore umano e quello culturale. E cominciò a elaborare un socialismo che ne tenesse conto. Doveva essere un movimento di liberazione il socialismo, di uomini (e donne: la sua attenzione all’altra metà del cielo fu costante), non sostituire un’oppressione ad un’altra.

Quel socialismo era umanistico, e tale rimase anche dopo la trasformazione in comunismo. Ma l’umanesimo gli giungeva non solo dal contatto diretto con i proletari, ma dalla stessa attenzione alla cultura. E anche quando, nei primi anni Venti, la bolscevizzazione toccò tanto il Pcd’I, quanto lo stesso Gramsci, egli non perse lo zoccolo duro, umanistico e insieme critico, della propria concezione di comunismo . Perciò, quando crollò il Muro, nel 1989, trascinando sotto le macerie la quasi totalità della tradizione marxista, Gramsci non solo si salvò, ma ne emerse come un trionfatore.

Era il portatore di un altro socialismo possibile. Sconfitto politicamente, in una determinata fase storica, ma non filosoficamente ed eticamente. Dunque, il momento gramsciano, sia nel livello alto degli studi, sia in quello basso, talora infimo, e persino volgare, di polemiche spicciole, e infondate, magari ammantate di scientificità, non accenna a finire: perché dietro l’analista acuto e sofferto della sconfitta della rivoluzione in Occidente, nella lunga meditazione carceraria, emerge il teorico di un’altra rivoluzione possibile, magari attraverso gli strumenti culturali, capaci di sostituire al dominio fondato sulla coercizione l’egemonia basata sul consenso. E il suo motto fondamentale rimane pur sempre il primo dei tre che campeggiano sulla testata de L’Ordine Nuovo: “Istruitevi perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza”.

Angelo d’Orsi – da il Fatto quotidiano  (27 aprile 2012)

Una chiave interpretativa del ruolo degli intellettuali: il (vile) denaro

Fare cassa è meglio che aver ragione

In uno dei tanti – troppi? – scontri con miei colleghi professori, e intellettuali più o meno militanti, come argomento forte il mio interlocutore mi lanciò la sfida: «Quanto fatturi tu all’anno? Io quest’anno ho fatturato…», e seguì la cifra: ragguardevolissima. Rimasi interdetto. Non avevo mai pensato la mia attività in quei termini. E, del resto, essendo come lui, uno stipendiato, non mi ero mai posto nelle vesti di chi è sul mercato e accetta o richiede commesse, e, di conseguenza, “fattura”. Preciso che il mio autorevole collega svolgeva, pur in regime di tempo pieno universitario, numerosissime consulenze, e attività retribuite per conto di banche, imprese, fondazioni. Insomma, non seppi replicare, non avendo se non qualche modestissimo introito da diritti d’autore e da collaborazioni giornalistiche (le poche pagate, la gran parte gratuita, a giornali “militanti”). Aveva vinto la sfida. Il suo peso specifico sul mercato intellettuale era determinato da quello sul mercato economico. Che è d’altronde il senso delle risposte che, per rimanere in un ambito a me familiare, i sedicenti storici alla Pansa o alla Vespa, oppongono ai loro critici: «io vendo 300.000 copie. Tu, quante?». Dove in realtà, la vendita di copie dei propri prodotti librari non indica soltanto, nella loro visione, il credito intellettuale che la pubblica opinione concede, ma, precisamente e soprattutto, la crescita esponenziale di royalties.

Forse dovremmo fare più caso all’elemento economico, precisamente al denaro, nelle analisi delle dispute intellettuali, ma anche nelle valutazioni di scelte, orientamenti, iniziative che nel mondo dei chierici si assumono. Nel revisionismo, specialmente in quello del suo ultimo stadio – quello che ho battezzato rovescismo – la componente mercantile è ormai divenuta preponderante su quella ideologica. Se «cummannari è meglio che futtiri», fare cassa, si direbbe, è meglio che aver ragione. Il conto in banca – e, anzi, la capacità di investimenti finanziari che vi si connette – è il valore per eccellenza: finalmente le parole parlano chiaro. In fondo «Quanto hai fatturato?», potrebbe divenire una domanda non per l’ufficiale del fisco, ma per la quotidianità degli intellettuali, stabilendo le giuste gerarchie di “valore”.

Storia della cultura o storia dei conti

Che gli intellettuali siano tutt’altro che insensibili al tema denaro, è dimostrato da tanti elementi. E ciascuno di noi, credo, ha una serie di esempi per corroborare l’affermazione. In un dibattito recente sull’università un collega, più anziano di me accademicamente, dunque destinatario di uno stipendio più cospicuo, ha esordito lamentando il blocco degli scatti di carriera, e stipendiali. Gli ho fatto osservare che non era il primo punto da opporre alle politiche governative sull’insegnamento universitario; ma mi ha replicato che si trattava di un punto importante. Nelle nostre facoltà – soprattutto in quelle scientifiche, e segnatamente a Medicina e Ingegneria – si scopre, senza bisogno di essere detective, che sono numerosissimi i docenti che si accaparrano incarichi esterni retribuiti; non alludo alla lezione fatta in una scuola o l’intervento in un seminario, che, talora, dà diritto a un corrispettivo economico; mi riferisco piuttosto a incarichi di respiro, nei quali circolano migliaia di euro: aggiuntivi allo stipendio, mentre sottraggono – possiamo dirlo? – energie e tempo all’insegnamento.

Se ci allontaniamo dalla quotidianità – la quotidianità un po’ triste di aspiranti alla cima delle classifiche librarie, o di postulanti nelle anticamere del potere finanziario e nelle stanze delle segreterie ministeriali o assessorili – quale realtà ci si palesa? Per chi sia un po’ aduso alla frequentazione di archivi editoriali, le scoperte sono spesso deprimenti. Nel gigantesco archivio della casa editrice di cultura per eccellenza del Novecento, quella fondata da Giulio Einaudi nel 1933 (insieme con Leone Ginzburg e Cesare Pavese), per esempio, come nei documenti più o meno ordinati di altri editori, o di giornali (per esempio quello del «Corriere della Sera»), capita sovente che il ricercatore, che in quelle carte si tuffa come un accaldato nelle fresche acque di un lago, quasi intimidito al cospetto di grandi nomi della cultura, ne rimanga deluso, o forse sconcertato, appunto, scoprendo che il leit motiv è, perlopiù, quello economico. E che i grandi intellettuali sono spesso i più attenti a questo aspetto, mentre sovente i piccoli non osano affrontarlo, se non in modo ellittico, quando, al contrario, non siano affetti da piagnonismo. Richieste di pagamento di diritti rimasti inevasi, aumento delle percentuali, anticipi sui diritti stessi, trattative defatiganti sui tempi del pagamento, proteste sui ritardi degli accrediti, e così via. Storia della cultura, così, diventa spesso storia di conti e di riscontri, di anticipi e saldi, di versamenti e trattenute.

Il fattore denaro

Non ce ne dobbiamo stupire, se si considera, come personalmente considero, che la storia della cultura è storia degli intellettuali, ossia dei creatori, organizzatori e diffusori di idee, in ogni aspetto, ambito, e con qualsiasi strumento; storia di intellettuali, ossia di singoli e di gruppi. Storia di istituzioni, pubbliche e private, storia di aziende (giornali, editori…), storia del mercato, nel senso ampio, e delle relazioni delle idee, della produzione di cultura, con il potere. Sia il potere economico-finanziario, sia il potere dei poteri: il potere politico. Una sana concezione materialistica, da Marx ad Antonio Labriola, ci ricorda non solo che le idee non cascano dal cielo, ma che le idee dominanti sono quelle delle classi dominanti. Le quali usano strumenti potentemente seduttivi come per l’appunto il denaro, per cooptare, o decisamente corrompere, gli intellettuali. Ma il meccanismo ha a che fare con la più generale trasformazione del loro ruolo, passato, come ci insegna Zygmunt Baumann, in un libro dei primi anni Novanta del secolo scorso, da «legislatori» a «interpreti», definizione ormai debole rispetto agli svolgimenti storici del ventennio alle nostre spalle.

Gli intellettuali sono oggi, largamente, come mai prima, silenti (si legga in proposito Asor Rosa, nella sua recente intervista intitolata precisamente Il silenzio degli intellettuali), consenzienti, e soprattutto, a loro volta, costruttori di consenso. Lo spazio per il pensiero critico si è ridotto, via via, in modo sempre più preoccupante, almeno per chi, dentro o fuori le istituzioni universitarie, la scuola, i media, i centri di cultura, hanno cercato, con difficoltà enormi, di tenere alta quella bandiera, non importa se richiamando la Scuola di Francoforte o Marx, Gramsci o la Arendt, Platone o Rousseau. Sta di fatto che se vogliamo interrogarci sugli strumenti che hanno piegato il ceto intellettuale al silenzio dell’ignavia, alla connivenza della condivisione di responsabilità o alla complicità della correità, il denaro rifulge come primo fattore: conta di più della vanità dell’apparire, più dell’illusione del “contare”, più della persuasione di valere di per se stessi.

La resa al presente e la «città futura»

Arrivare ai grandi quotidiani e settimanali, partecipare a programmi televisivi, pubblicare con gli editori importanti sembra essere piccola cosa, in fondo; assai di più vale, come peso specifico, un posto in consiglio di amministrazione, una consulenza permanente, un seggio parlamentare, meglio se europeo. Me lo confidò un illustre professore e figura pubblica che a quel seggio si candidava: «onestamente», disse, «lo faccio essenzialmente per i soldi». Certo, da questo punto di vista la gestione di un programma televisivo rappresenta il vertice; oltre al denaro, ti fornisce visibilità, che poi puoi spendere per accaparrarti altre “commesse” culturali, o fare carriera politica, e così via.

In tal senso, l’identità collettiva del ceto intellettuale – quella definita a partire dalla loro prima manifestazione, con l’affaire Dreyfus, a fine Ottocento – sta venendo meno: e si verifica una corsa alla soluzione (che significa migliore “sistemazione” possibile, dal punto di vista del denaro, del potere, della visibilità) del tutto individuale. Il che a sua volta ci dice che, in sostanza, sta tristemente venendo meno la figura stessa dell’intellettuale, che nasce proprio come entità collettiva, partecipe della vita pubblica, pronta a individuare i problemi legati alla convivenza nella polis (la politica, appunto) e indicare soluzioni al ceto politico (gli intellettuali legislatori, i filosofi della Politeia di Platone).

Insomma, la battaglia per la difesa dello spazio della critica, contro i pensieri dominanti, contro gli accomodamenti troppo giudiziosi, sembra persa. Ma non lo è, non del tutto, fin tanto che ci sono gruppi, minoritari, certo, ma diffusi, in grado non soltanto di opporre al mainstream una alternativa: di modi di pensare, prima ancora che nei contenuti; ma anche di suggerire e percorrere, in prima persona – come individuo, ma soprattutto nei panni di membro di collettività –, sentieri diversi, sui quali donne e uomini non disposti ad accontentarsi del ruolo di sudditi della postdemocrazia, camminino pronti a costruire insieme «la città futura».

Di Angelo d’Orsi da “Sapere/Potere”

75 anni fa il bombardamento di Guernica. Le menzogne italiane.

 Da “Il manifesto” del 27.04.2012 – di Angelo d’Orsi  

Allineata e coperta per volontà del Duce, la stampa italiana costruì menzogne per nascondere la verità sulla distruzione della città basca. Con l’avallo di autorevoli penne ancora oggi celebrate.

II 29 aprile 1937 il Corriere della Sera dà notizia della distruzione di Guernica, l’antica storica capitale di Euskadi, avvenuta tre giorni prima, il 26 aprile, un lunedì pomeriggio. Il primo articolo del Corriere ha un titolo emblematico, che coglie perfettamente nel segno, ma rovesciando le cose: Come si falsa la Storia. La distruzione di Guernica e le menzogne della democrazia internazionale. Di qui si può capire perché quell’evento possa esser considerato l’esempio e quasi il modello del ribaltamento della verità, a cui tante volte abbiamo poi assistito nel corso del XX e dei primi decenni del XXI specie in relazione ad eventi militari. Non è solo il Corriere a prestarsi all’operazione di costruire menzogne per nascondere le menzogne. È tutta la stampa italiana, allineata e coperta alla volontà del duce, in quell’anno terribile che fu il 1937, quando il fascismo, reduce da una guerra – l’Etiopia, con la «conquista dell’Impero» tornato «sui colli fatali di Roma» – si è immediatamente impegnato in un’altra guerra, quella contro los rojos spagnoli, guerra di cui Mussolini come Hitler capiscono subito l’importanza ideologica, prima che strategica. Con il sostegno decisivo della Chiesa cattolica spagnola, sia, un po’ più defilate, delle gerarchie vaticane, i sedicenti volontari italiani (che raggiunsero la cifra di 120.000) inviati dal regime fascista e la potente rinata, aeronautica militare del Terzo Reich, trasformano una sedizione militare, già sul punto di fallire, in un’aggressione internazionale a uno Stato europeo, usando il terrore di massa. E la menzogna per giustificarlo o occultarlo.
Ma esisteva una stampa indipendente internazionale, e grandi reporter (a cominciare da George Steer, l’australiano, mitico corrispondente del Times e del New York Times) che si recarono sui luoghi e inviarono vere corrispondenze di guerra, in grado di inchiodare nazisti, fascisti e franchisti alle loro colpe.
Il caso di Guernica è emblematico. Le menzogne del comando di Franco – balbettante fra diverse versioni, ma tutte coincidenti nell’attribuire la responsabilità ai rossi – si rivelano presto insostenibili davanti alle circostanziate denunce dei giornali britannici francesi e americani. Quelli italiani persistettero nel loro repertorio di sciocchezze e menzogne, tanto più desolante, se si pensa che ne furono protagoniste grandi firme, che, nel dopoguerra si riciclarono tranquillamente nella stampa “democratica” e ancora oggi sono considerate stelle del giornalismo italiano, come Luigi Barzini che, sul Popolo d’Italia (il quotidiano di Mussolini), scrisse articoli vergognosi quanto superficiali.
La campagna su Guernica assunse un tono prevalentemente antibritannico, anticipazione della assordante propaganda contro «il popolo dei cinque pasti», che già avviata dopo le sanzioni all’Italia per l’aggressione all’Etiopia nel 1935, diverrà ossessiva durante la guerra mondiale. Non potendo negare la distruzione della città santa dei Baschi, si insiste sulla menzogna: sono stati i repubblicani in fuga, e si disegna la trama classica del complotto internazionale, su cui a partire dall’attacco all’Etiopia, e alle successive sanzioni contro l’Italia, la pubblicistica fascista si è scatenata, in un crescendo che toccherà i suoi picchi massimi nella Seconda guerra mondiale. Scrive il Popolo d’Italia che i francesi del Fronte Popolare, «prendendo a pretesto la distruzione di Guernica per attribuirla all’aviazione nazionale, piuttosto che alle torce incendiarie dei repubblicani fuggiaschi», hanno collaborato a «intorbidire l’atmosfera internazionale»: accanto a loro, «i demagoghi ispirati dalla bibbia anglicana con i seguaci di Carlo Marx e i fratelli massoni». Nell’idea della cospirazione internazionale, invece degli ebrei sono i protestanti, gli anglicani, che complottano con i marxisti, e, naturalmente, con i massoni.
L’altro elemento che entra nel modello Guernica, ci riporta sotto gli occhi un altro luogo comune delle guerre coloniali, dalla Libia del 1911 all’Afghanistan, all’Iraq, alla Libia 2011. Gli invasori sono i «liberatori». Tale Riccardo Andreotti firma sulla Gazzetta del Popolo un articolo che fissa un vero canone interpretativo: «Guernica è apparsa alle truppe liberatrici quasi completamente rasa al suolo dalla furia devastatrice dei rossi che, prima di abbandonarla, l’hanno data alle fiamme».
Un altro inviato speciale, Renzo Segàla (altro “grande nome” del giornalismo nazionale), sul Corriere della Sera presenta un quadro che sembra riprodurre i suoi stessi servizi da Addis Abeba occupata dalle truppe italiane all’incirca un anno prima: gli invasori sono salutati dalle popolazioni locali come liberatori, vengono ben accolti nelle città (e in special modo a Guernica, si precisa con straordinaria spudoratezza): in confronto a quanto fatto dai rossi a Guernica, Pompei può ancora sembrare una città abitabile.
Su La Stampa attraverso uno dei suoi inviati di punta, Sandro Sandri (destinato morte prematura, in quello stesso anno ’37, dopo aver avuto il tempo di pubblicare un libro encomiastico verso il generale Graziani, il massacratore degli africani), fa capire, fin dal titolo, che non la verità dei fatti, ma la fedeltà politica stanno a cuore al giornale: Guernica ridotta in cenere dai dinamitardi comunisti. Il racconto vuol essere una dolente epopea capace di commuovere e insieme indignare. Mentre lungo la strada una folla commossa ed entusiasta di contadini accorsi dai villaggi vicini faceva ala al passaggio delle truppe, benedicendo ed acclamando, uno spettacolo terribile si presentò ai nostri occhi, non appena fummo nell’abitato (… ) un silenzio desolante regnava nelle vie di Guernica, su cui la barbarie rossa ha compiuto un crimine che supera di gran lunga l’incendio di Eibar. Quella di Guernica bombardata dai nacionales o loro alleati non è che una «stupida panzana». Ancora Il Popolo d’Italia ritorna sull’argomento, con parole che vorrebbero chiudere la bocca ai malevoli che parlano di bombardamento. A leggerle oggi v’è di che rimanere quasi sedotti da tanta disinvoltura: Ho compiuto oggi un doloroso pellegrinaggio fra le rovine ancora fumanti di Guernica (…) e ho potuto constatare che le case erano distrutte da incendi e che gli incendi dimostravano origine identiche. Ciò mi ha portato a credere che erano stati appiccati dall’interno. Non ho visto il minimo segno di bombe lanciate dall’alto, né ho osservato segni di esplosioni di bombe di aerei nelle vicinanze dei fabbricati.
Siamo alla ipostatizzazione della menzogna, alla costruzione di un paradigma: se esso rimarrà vigente in Spagna, per i successivi quattro decenni, in Italia comincerà a essere incrinato solo dopo il fascismo, pur rimanendo in qualche modo in circolazione il germe del dubbio, capace se non di rovesciare la verità, quanto meno di farla apparire traballante. Insomma, il modello di una storia assurdamente “paritetica”: «Furono i tedeschi, ma agirono di testa propria, e non si esclude che gli stessi repubblicani abbiano collaborato in qualche modo…».
Su questa strada si arriverà alle posizioni di revisionismo storiografico anche assai greve, negli ultimi decenni. Revisionismo che investirà anche, e soprattutto, il quadro di Picasso, la più efficace e drammatica testimonianza e insieme denuncia del massacro della ciudad sagrada del popolo basco. Ancora oggi capita di leggere su siti, giornali e libri che quel quadro era in realtà stato già dipinto e che il furbo pittore lo riciclò, per venderlo alla Repubblica.
Anche per combattere tante menzogne, e mezze verità, in occasione del 75° del bombardeo si è tenuto a Guernica (Gernika nella grafia basca), un importante simposio internazionale organizzato dal Museo della Pace, e dall’annesso ricchissimo Centro di Documentazione (www.museodelapaz.org/es/docu-historia.php): è stato fatto il punto sulle conoscenze, interrogandosi sulle ragioni, gli attori, i risultati. Guernica ne è stata confermata come un esperimento che anticipa la guerra totale, con il suo terrore e le sue menzogne. È emerso, in questo primo convegno dedicato al martirio della città basca, un quadro esauriente delle ripercussioni del bombardamento, con una specie di catalogo delle menzogne, nel quale quelle italiane hanno risaltato. Al punto che un convegnista britannico ha chiesto come questo potesse spiegarsi, e ha avanzato un’ipotesi, a cui non ho saputo replicare: gli italiani popolo di guitti e mentitori, da Barzini a Berlusconi?
 
Angelo d’Orsi – Il manifesto , 27.04.2012

Resistenza, chi era costei?

Resistenza, chi era costei? di Angelo d’Orsi da “il fatto quotidiano” 24.04.2012

Tre giorni fa in un liceo scientifico romano, l’Avogadro, un partigiano, Mario Bottazzi, medaglia d’oro, è stato “contestato” da un gruppo di neofascisti. I quali, intorno al 25 aprile, si ridestano dal letargo e si impegnano in attività come imbrattare lapidi e tombe, lanciare messaggi nostalgici sulla Rete, esibire cimeli e gesti (a cominciare dal braccio teso), insultare i partigiani, appunto. Non è chiaro dai resoconti giornalistici quali siano state le reazioni degli altri studenti. E sono proprio loro che dovrebbero interessarci, più delle minoranze di coloro che, inserendosi nel filone del revisionismo estremo, “rovescistico”, cianciano di “storia dei vincitori”, e versano finte lacrime sul “sangue dei vinti”. Ciò è del resto possibile solo in quanto la conoscenza dei fatti è assai scarsa nella fascia di età fra i 15 e i 20 anni; a dire il vero non è molto più alta fra i venti-trentenni.

Ma è ben più grave l’ignoranza della nostra storia recente al livello della scuola superiore, che dovrebbe completare il percorso formativo dei nostri studenti prima che si introducano nel mondo universitario, dove si danno per acquisite certe conoscenze, e dove comunque la formazione assume un carattere di indirizzo ad ambiti spesso lontani dalla storia, e se guardiamo alla “riforma Gelmini” i risultati saranno devastanti, in quanto l’insegnamento universitario perderà del tutto il suo carattere formativo (innanzitutto alla cittadinanza), per imboccare la strada angusta della mera “professionalizzazione” sulla base delle “esigenze del mercato”. Dunque, “tocca alla scuola”, come si sente spesso dire, dare una base conoscitiva sia pur minima, ma corretta, ai futuri cittadini. E invece… Una ricerca Cirm del 2001, tra 1254 studenti delle scuole milanesi, rivelava che oltre tre quarti (76,5%) degli intervistati confessava la sua ignoranza sulla fine del fascismo, e sul ruolo della Resistenza, e nel contempo faceva trasparire il bisogno di saperne di più. Ma confessava apertamente anche il fastidio per le celebrazioni, in particolare, vorrei aggiungere, quelle “obbligatorie” di aprile. Dunque bisogna cercare altra strada per interessare i giovani alla storia, in particolare a quella dello scontro tra fascismo e antifascismo, che dura ormai da quasi un secolo (in fondo il fascismo si può dire nasca nel 1914, con il voltafaccia di Benito Mussolini che, abbracciando la causa dell’Intervento nella guerra mondiale, rompe col Partito socialista).

Che cosa non va nelle celebrazioni? Il loro carattere ufficiale, espressa da politici in cerca di visibilità e privi a loro volta, spessissimo, di adeguate conoscenze. La retorica ridondante e ripetitiva. L’affidare ai “testimoni” il ruolo che dovrebbe competere agli studiosi: e la confusione tra memoria e storia, regolarmente riproposta dai ministri, dirigenti scolastici, reduci dai campi di sterminio, staffette partigiane, giornalisti e amministratori locali, continua a fare danni. La memoria è soggettiva e labile, comprende l’oblio e l’errore, la dimenticanza e la rimozione, e non può essere né generalizzata, né trasformata in verità assoluta; solo alla storia spetta quel compito, e il ricordo dei testimoni, può essere una fonte importante, non unica e da vagliare opportunamente, e mettere a confronto con altre fonti, in particolare quelle scritte, per fare storia, appunto. Del resto, dobbiamo arrenderci all’inesorabile avanzare del tempo: quanti testimoni avremo ancora in vita fra dieci anni? E quando non ne sarà rimasto alcuno, che faremo?

Rinunceremo a trasmettere la conoscenza di un passato cronologicamente vicino, ma culturalmente lontanissimo da noi – e specialmente da un sedicenne di oggi, i cui genitori generalmente non hanno mai fatto menzione di parole come resistenza e fascismo, o di date come 8 settembre e 25 aprile? Forse sarebbe opportuno, innanzitutto, che l’Anpi, oggi rivitalizzata grazie al consistente, imprevisto afflusso di giovani, mettesse in campo ricerche serie (su campioni ben più cospicui di quello del Cirm) a livello nazionale, per appurare lo stato delle conoscenze sul biennio ’43-45, sul fascismo, e la nascita della Repubblica. In fondo, se non ci pensa l’Associazione dei Partigiani, chi dovrebbe farlo?

La ricerca sopra citata, peraltro davvero di scala modesta, non ha avuto seguito: e sono trascorsi 11 anni! Paradossale: e se smettessimo di celebrare, e incominciassimo a capire innanzitutto che cosa sanno i “nostri ragazzi”? e poi, senza inventare nulla di clamoroso, facessimo loro scoprire i fatti, rendendoli magari protagonisti? Facciamo conoscere loro le biografie dei personaggi – eroi e canaglie, resistenti e zona grigia – del nostro recente passato: una storia appresa e narrata da loro, a partire dai documenti. Una storia creativa, nelle forme, ma fedele alla verità, nella sostanza. Ma prima, per favore, diteci che cosa sanno i giovani del 25 aprile, del fascismo e dell’antifascismo! E davanti alla loro ignoranza, corriamo ai ripari prima che sia troppo tardi.

Angelo d’Orsi – da il Fatto quotidiano

(24 aprile 2012)

Stampa, un secolo di servitù

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E Salvatorelli lasciò i Santi per combattere il fascismo – A.d’Orsi da La Stampa 19.4.2012

E Salvatorelli lasciò i Santi per combattere il fascismo – A.d’Orsi da La Stampa 19042012

21-25 maggio “Le Settimane della Politica” ed. 2012

IV EDIZIONE

Nuova edizione di Le Settimane della Politica
21-25 maggio 2012

Agorà. Il ritorno della piazza

A breve le prime anticipazioni

L’UNIVERSITÀ’ CHE VOGLIAMO. UN APPELLO DI DOCENTI E RICERCATORI UNIVERSITARI AL MINISTRO PROFUMO E AL GOVERNO MONTI

Roma-Torino, 7 febbraio 2012
Cari colleghi e cari amici,
l’insperato e straordinario successo del nostro “Appello per l’Università che vogliamo”, ci spinge a dar seguito al nostro impegno, per approdare a un qualche risultato politicamente significativo.
Dopo varie consultazioni abbiamo deciso (scusandoci per la scarsissima democraticità della procedura) di indire gli “Stati generali dell’Università” sabato 31 marzo 2012, a partire dalle 10,30 sino alle 18,00, presso l’Aula Magna della Sapienza a Roma.
E’ ovvio che si tratta di una iniziativa assolutamente volontaria e potremo solo garantire il buffet della pausa pranzo e il caffè utilizzando un catering che pagheremo tramite nostra autotassazione.
L’intenzione è di far svolgere un certo numero di relazioni (non più di 15 minuti a testa) e di interventi (5-6 minuti) cercando di dar voce al campione più vasto possibile dell’Università, in ogni sua articolazione: sedi territoriali, ambiti scientifici, ruoli di docenza, tecnici e amministrativi, ricercatori, precari della ricerca, rappresentanze degli studenti, se possibile alcuni rappresentanti di esperienze sindacali significative, alcuni operai o esponenti di ceti “subalterni”,genitori di studenti, quali testimoni di una situazione più generale.
Vostri eventuali suggerimenti sono benvenuti.
Nell’attesa dell’Assemblea, riteniamo essenziale:
1) mettere al centro da qui al 31 i problemi dell’Università italiana con un dibattito esteso che investa la grande stampa ma che abbia anche
i suoi canali in rete;
2) dar vita a incontri preparatori di discussione nelle varie sedi locali.
Il 31 marzo dovrebbe essere un primo punto d’arrivo, atto a dar vita a un momento di discussione generale, che si concluda con la stesura della “Carta di Roma”. Quest’ultima, ricavabile dai punti del nostro Appello, integrati dalle proposte e dai suggerimenti che verranno, e che in parte sono già arrivati – e andranno discussi – intenderà contrapporsi nella sua filosofia di fondo del cosiddetto “processo di Bologna” e costituire il documento programmatico di una nuova Università. La Carta potrà diventare un punto di riferimento anche per gli altri Atenei d’Europa che soffrono oggi lo stesso durissimo giogo dei rispettivi governi.
Il documento sarà presentato al Ministro dell’Istruzione Università e Ricerca, Profumo, ma costituirà comunque la piattaforma in cui una parte estesa, la più estesa possibile, dell’Università italiana – non accecata dalle mitologie neoliberiste e non subalterna ai poteri dominanti – potrà riconoscersi per rivendicare una riforma che faccia dell’Università italiana una leva fondamentale di rinascita culturale e di emancipazione civile del nostro Paese.
Infine, per chi lavora e vive a Roma, un primo incontro preparatorio agli “Stati generali dell’Università” è previsto per giovedì 23 febbraio 2012, dalle ore 15,00 alle ore 17,00, presso la Biblioteca Federico Chabod della Facoltà di Lettere e Filosofia della Sapienza, Palazzo della Facoltà di Lettere, piano II, Città Universitaria, Piazzale Aldo Moro, 5. Siete tutti invitati a partecipare per elaborare delle proposte da discutere il 31 marzo.
Molti cordiali saluti, nella speranza di ricevere da parte vostra numerose e convinte adesioni.
Piero Bevilacqua
Angelo d’Orsi

Vittorio Arrigoni una vita per la pace

Vittorio Arrigoni, una vita per la pace di Angelo d’Orsi

Ho comprato molti quotidiani, ieri e oggi, e l’altro ieri, quando appena si era cominciata a diffondere la notizia del rapimento e poi, improvvisa, devastante, della uccisione di Vittorio Arrigoni. Ero in viaggio, e non potevo stare incollato a un pc connesso col mondo, senza sosta, come avrei voluto. E a dire il vero non ho avuto il coraggio di cercare in rete i video di “Vik”, e non so se ci riuscirò mai. Troppo assurda la sua morte, troppo doloroso questo addio al mondo. Troppo scandaloso il dubbio che in queste ore ci assale e ci stordisce: a chi giova la morte di Vittorio? La domanda mi ha tormentato e non cessa di tormentarmi. Non ho risposte, ma ho constatazioni, ho sospetti, ho intuizioni, che non mi danno pace. E come si potrebbe averne davanti a un atto tanto feroce e privo di logica apparente? Perché i palestinesi, sia pure gli estremisti dell’ala estrema, sia pure una “cellula impazzita” degli ultraestremisti, avrebbero dovuto ammazzare, con tanta crudeltà, un sostenitore della loro stessa causa, almeno quella dichiarata? La causa dei Palestinesi, ossia la causa della verità e della giustizia?

Ho comprato e letto tanti quotidiani. E ho divorato tutte le cronache, i commenti, le analisi, le interviste a familiari e amici di Vittorio, e anche le lettere dei lettori, per informarmi, innanzi tutto, e poi per tentare di capire: capire chi fosse quel ragazzo di cui tante volte avevo sentito parlare, ma che non avevo avuto modo di incontrare. Eppure, leggere di lui, è stato come ritrovare un vecchio amico, qualcosa di più, se esiste un rapporto tra persone più importante dell’amicizia: un fratello che è anche amico, un amico che è anche un compagno di lotta, una persona con cui condividi speranze e ideali, anche al buio, senza parlarsi, senza conoscersi. E ho scoperto l’umanità di questo ragazzo morto a 36 anni, in una battaglia combattuta senza esclusione di colpi, da parte degli avversari, una battaglia in cui lui, armato solo della sua pipa e del suo computer, della sua connessione internet, con il suo blog, ha speso la sua giovinezza. Ho letto, e mentre leggevo non riuscivo a frenare le lacrime.

“La vita fa schifo”, mi disse una volta, non troppo tempo fa, un amico a cui, al telefono, dovetti annunciare la morte improvvisa della mia adorata sorella Anna. Mi parve una frase strana, come commento funebre, ma esatta. E l’ho ripensata in queste ore, mentre scoprivo le lotte, le passioni, il coraggio, le piccole gioie e le grandi sofferenze, l’inventiva paziente, la tenacia costruttiva di cui l’esistenza di Vittorio Arrigoni è stata intessuta: e mi veniva da urlare di rabbia, per questa esistenza cancellata. Ma non sapevo far altro che continuare a piangere. Come si piange accanto al corpo inanimato di una persona carissima.

Difficile resistere alla tentazione di parlare di lui come di un eroe. Ma sarebbe banale, e forse volgare. Ha scritto Alfredo Tradardi, rappresentante italiano dell’ISM (International Solidarity Movement, di cui Vittorio era parte, parole dolenti e secche: «Vittorio Arrigoni è stato un non-eroe, mite e positivo, che ha percorso ogni angolo della Striscia di Gaza con la sua umanità, densa e intensa. Un non-eroe, in un periodo nel quale del termine “eroe” si fa, troppo spesso, un grottesco abuso» (in www.historiamagistra.it).

Chi erano i suoi  nemici? Chi lo poteva voler morto? Chi aveva cercato di fermarlo, chi lo aveva arrestato, malmenato, torturato, detenuto, espulso? Chi aveva inserito il suo nominativo in cima a una lista di soggetti pericolosi da “eliminare”? La risposta è facile, ma se la dico qui insorge il Pigi Battista di turno a insultarmi. Proprio costui, ieri, sul “Corriere della Sera”, ha partorito un capolavoro di ipocrisia, di melensaggine, e di obnubilamento della verità storica, ma anche, nel contempo, della verità morale. La guerra sbagliata del “pacifista” nemico di Israele. Perché non si può essere contro le politiche dei governanti israeliani, se si è pacifisti? Non sono quelle politiche, forse, ad aver eccitato l’odio delle popolazioni arabe, tanto più forte quanto maggiore è l’impotenza dei Palestinesi, schiacciati, discriminati, oppressi? Non è Israele a portare avanti, giorno dopo giorno, un tentativo di eliminazione della stessa identità nazionale palestinese? Non è Israele ad aver vanificato la stessa moderata soluzione dei due Stati per una terra? Una soluzione alla quale non crede nessuno, al di là del suo carattere iniquo verso i Palestinesi. Vittorio Arrigoni era convinto che Israele fosse una ferita aperta, e che le sue politiche fossero inaccettabili. Proprio in quanto pacifista, esprimeva un giudizio di condanna verso uno Stato i cui governi sono da sempre forieri di guerra. Non solo le guerre locali, ma le guerre del terrorismo, sia quello arabo, sia quello israeliano.

Non era una «guerra sbagliata», caro Battista, quella di Arrigoni: era una guerra difficile, asimmetrica: la guerra per la sopravvivenza fisica e morale dei Palestinesi, contro uno degli eserciti più potenti del mondo, contro i servizi segreti più efficienti del mondo, contro una costruzione mediatica costante, che è pronta a usare la dolorosa immane tragedia della Shoah, come un ricatto, contro coloro che si azzardino a criticare Israele.

A tutto questo Arrigoni ha cercato di opporre soltanto le sue parole, e la sua scelta di vivere la grama, rischiosissima vita dei pescatori e dei contadini di Gaza a cui gli israeliani tentano, quotidianamente, di impedire di pescare, di seminare, di raccogliere: di vivere, in una parola. Sì, Vittorio Arrigoni è stato un pacifista, nel senso più nobile del termine: egli ha lottato, fino a sacrificare la propria vita, per un ideale di pace in Medio Oriente, e non solo là. Consapevole che quella pace non si può realizzare senza giustizia. Un insegnamento che, tra l’altro, viene proprio da quella terra, da un palestinese chiamato Gesù. Era ebreo, Gesù? Era arabo? Stolta differenziazione. Coloro che vivono in quella terra sono palestinesi. E riportare a unità quel mosaico intriso di sangue, ricostituendo uno Stato unico di Palestina, dove ebrei, arabi delle diverse confessioni, cristiani ortodossi, cattolici, copti, laici senza religione (ma non senza morale), possano convivere.

Gli Stati etnici – come pretende di essere quello di Israele – sono una sciagura, specie per una umanità che si muove, si mescola, un’umanità meticcia, culturalmente, economicamente, antropologicamente. Che gli ebrei, che hanno patito sulla loro carne, la più grande tragedia della storia contemporanea, in nome della purezza “razziale”, non abbiano capito quanta nefandezza si nasconda in simili orientamenti, suscita sgomento. E che poi finiscano per adottare a loro volta comportamenti francamente razzisti verso i palestinesi, suscita sdegno. Vittorio aveva cercato di dare voce a questo sdegno. Ed è morto. Trucidato come un capro espiatorio.  Ma non aveva colpe, Vittorio. Se non quella di aver creduto in un fondo comune di umanità che dovrebbe accomunare tutti i suoi e nostri simili. Sua madre talora gli chiedeva, davanti a certi spettacoli di orrore, certe manifestazioni di profondissima ingiustizia, come l’Operazione “Piombo Fuso”, gli ignominiosi bombardamenti di Israele a Gaza del dicembre 2008-gennaio 2009: «come si fa a restare umani?». E lui, insisteva: «Dobbiamo, perché l’umanità è sempre dentro di noi e noi dobbiamo portarla agli altri».

Ha capito molto di più di tanti “commentatori professionali” alla Battista, il cardinale Tettamanzi, arcivescovo di Milano, quando ha dichiarato: «Il sacrificio di Vittorio per la causa della pace e del rispetto per la dignità di ogni persona, sia d’esempio e di incoraggiamento a vincere ogni egoismo e a dedicarci a ogni ideale nel nome di Gesù». Da laico dico che il richiamo a Gesù suona come un richiamo alla sofferenza di ogni bambino, di ogni vecchio, di ogni uomo e ogni donna martoriati ogni giorno in Palestina, e in particolare a Gaza (la seconda o forse prima patria ormai di  Arrigoni). Altrettanti “Gesù” che ci fanno giungere il loro grido di dolore. A quel grido Vik non ha chiuso le orecchie, a differenza di tanti, troppi tra noi. Grazie Vittorio, per aver tentato di farci giungere quelle grida, di averci fatto sentire meno inutili e stolti nella nostra quotidianità garantita. Per averci almeno fatto interrogare sulla più profonda delle ingiustizie oggi operanti nel mondo: quella contro il popolo palestinese.

Angelo d’Orsi

Dallo spumante al Tavernello. Riflessioni sullo scandalo lega.

ANGELO D’ORSI – Dallo spumante al Tavernello. Riflessioni sullo scandalo Lega

Dopo il 12 novembre, il 5 aprile sarà ricordato come una data capitale della cosiddetta Seconda Repubblica, mentre già si vaticina, da mesi, di una fantomatica Terza.

Dunque, nell’arco di sei mesi, circa, da novembre 2011, ad aprile 2012, abbiamo visto cadere come birilli le due “B” della politica contemporanea italiana, i due principali responsabili del dissesto economico, della frana istituzionale, della catastrofe morale del Paese. Se l’uscita di scena di Berlusconi provocò in milioni di italiani, a cominciare dal sottoscritto, gioia irrefrenabile, aprendo anche la porta alla speranza di un vero cambiamento politico, il rovinoso capitombolo di Umberto Bossi suscita, accanto a pena e rabbia, solo sarcasmo per questo Masaniello in sessantaquattresimo che alla fine non ha fatto che sistemare la famiglia. Che pena, davvero.

Ma pena maggiore suscita il gran parco dei “commentatori” della stampa e della radiotelevisione, e della rete, che hanno insistito per questi due decenni e oltre alle nostre spalle che Bossi era l’espressione del weberiano “leader carismatico”, che era un vero e proprio “animale politico”: avevo già contestato su questo spazio tali complimenti, e ora non posso che confermare. Finito il politico resta l’animale, un animale sofferente, ma non a sufficienza, evidentemente, per smettere di insultare, vociare, minacciare con il suo dito medio, ormai solo grottesco, e il suo pugno alzato (l’abbiamo visto alle prese con il giornalista che gli chiedeva conto del denaro sottratto), che suscita più la voglia di rispondere con pernacchie e sghignazzi, che l’indignazione e il bisogno di rivalsa.

Sento i commenti: beh, dopo il colpo di cui era stato vittima – un ictus che, vox populi vuole l’avesse fulminato nel bel mezzo di una noche de fuego – “non era più lo stesso”. Ma come? L’incidente risale al 2004, e per dodici anni abbiamo continuato ad ascoltare e leggere elogi dell’uomo e del suo fiuto politico, e ora, dopo la caduta, mi venite a raccontare che non stava tanto bene? Il che vuol dire che se fosse stato in piena forma, oltre a figli, mogli, amanti, congiunti, contigui e famigli vari, avrebbe dato prebende, denaro, consulenze, presidenze, onorificenze, eccellenze, quiescenze (anticipate), a quanti altri? Dov’è il carisma politico? Costui è sempre stato un cialtrone, con uno spiccato gusto per la volgarità (spontanea in lui) e una fascinazione perla violenza, un personaggio da osteria che tra i fumi dell’alcol amava giocare a chi le sparava più grosse: e così, nella colpevole indifferenza di tanti e nella acquiescente benevolenza di troppi, giunse con i suoi amici alle camicie verdi, alla secessione magari con i fucili della Val Brembana, o a compiere gesti eclatanti in sede parlamentare, dai volantini contro “Roma ladrona” agli striscioni inneggianti alla cosiddetta Padania.

Fino ad arrivare alla famosa esibizione del cappio: ora siamo alla nemesi storica. Chi invocava la pena di morte ora dovrebbe essere abbastanza inquieto per gli svolgimenti della telenovela affaristica – una delle più squallide di questa nostra Italia, che pure ci ha abituato a vederne di ogni colore –, che rischia di trascinare nel gorgo, insieme con Bossi e familiari, la stessa Lega Nord. Se quel movimento era, come incautamente ebbe a sentenziare Massimo D’Alema, una “costola della sinistra”, ebbene, con quella sinistra io personalmente non voglio avere nulla a che spartire.

Se non è destra, la destra peggiore che si possa immaginare, il movimento bossiano, allora dove la cerchiamo la destra? Anche se l’etichetta appare, in fondo, inadeguata; va arricchita di aggettivi. Una destra ignobile, letteralmente, priva, cioè, di qualsiasi nobiltà, una destra razzista, ignorante, becera, volgare. Rispetto a Bossi, Mussolini, il rozzo figlio del fabbro di Predappio, era quasi simile a quei gentlemen inglesi che detestava. Davanti a Calderoli, Roberto Farinacci, il feroce ras di Cremona, ci fa un figurone: era addirittura avvocato! (anche se con sospetta laurea). E, al cospetto di Borghezio, persino Starace risulta (quasi) simpatico. Ma attenzione: tutti costoro finirono a Piazzale Loreto: perché la storia ha le sue svolte, i momenti di rottura imprevedibili e imprevisti, e la folla che ti applaude è pronta a sputare sul tuo cadavere. Il carisma, o sedicente tale, si rivela una gabbia, che ti imprigiona in un ruolo (il capo che ha sempre ragione, che si rivela un semplice manigoldo che si fa cogliere con le mani nel sacco), in un gesto (il braccio ad ombrello, che poi per un accidente del destino non si è più in grado neppure di sollevare), in uno slogan (Roma ladrona, comodamente assisi sugli scranni parlamentari, oltre che in quelli territoriali, nei quali abbiamo inserito il povero figlio malcresciuto, la cui maturità scolastica abbiamo dovuto pagare noi contribuenti, con tutti gli addetti)…

E come dimenticare le pagliacciate celtiche? Le invenzioni padane? I riti sul Po? Le finte istituzioni, dal “Parlamento padano” ai “Ministeri al Nord”? E la costante campagna denigratoria contro l’Italia, rispetto alla quale lorsignori (!) non hanno smesso di proclamarsi diversi ed estranei. Sarebbe necessario ora che i commentatori, pronti a dimenticare le stupidaggini colpevoli sentenziate fino a ieri l’altro, facessero un sano esercizio di memoria, ripercorrendo le innumerevoli tragiche farse di Bossi & Co.

Ho chiesto a suo tempo una iniziativa pubblica per dichiarare fuori legge un partito che non riconosce l’Unità nazionale, che invita a disobbedire alle leggi dello Stato, che minaccia la secessione armata. Perché la magistratura zelantissima con gli “anarco-insurrezionalisti” (?, persone che chiedono semplicemente verità e giustizia),o semplicemente con il movimento No Tav, che sta difendendo un interesse pubblico, ha taciuto con gli energumeni in camicia verde?

Come dimenticare la vergogna di Adro, la scuola “padana”, i proclami contro gli insegnanti meridionali, l’ostracismo ai bambini figli di stranieri (magari viventi tra noi da decenni, e paganti le tasse, cosa che i leghisti padanissimi cercano regolarmente di evitare)? Come, soprattutto, obliterare la violenza scellerata, praticata e predicata, contro le torme di disperati che si spingevano rischiando la pelle, verso le nostre coste? Ma li ricordiamo gli inviti a sparare contro quei barconi? E, en passant, vorrei sottolineare che il responsabile primo di quella politica vigliacca è il signor Roberto Maroni, tanto apprezzato anche fuori del suo partito, e ora insignito del titolo di triumviro che dovrebbe “traghettare” la Lega verso il congresso. Ossia salvare il salvabile, a cominciare magari da se stesso. Dopo i quadrumviri della Marcia su Roma, abbiamo i triumviri della marcia su Gemonio. Che pena, sì.

Berlusconi l’abbiamo salutato stappando lo spumante, e correndo in piazza a festeggiare. Bossi, ahilui, non merita neppure il Tavernello.

Angelo d’Orsi

Questa università non ci piace

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