Posso dire che sono turbato? Come milioni di italiani ho salutato stappando una buona bottiglia il 12 novembre l’uscita di scena di Berlusconi. E confesso di aver provato, nei primi giorni, una sensazione quasi frastornante: finalmente avevamo un governo. Non mi ero illuso sulle prospettive politiche, anzi, ero certo che si fosse al cospetto di un classico “comitato d’affari della borghesia”: eppure, che differenza, non solo di stile, rispetto agli s-governi precedenti. Avevamo al potere una cricca di malaffare, che ha portato il Paese al punto più basso della sua storia repubblicana, una fase storica così cattiva da potersi paragonare senza esagerazione all’età fascista.
Con Monti, si ritornava alla “normalità”: una destra normale, una destra come si disse subito “europea”, una destra “presentabile”. Ma sempre destra, comunque. Con una novità: una destra di “tecnici”, di professori universitari, di grandi manager di Stato, di dirigenti d’impresa. Insomma, la competenza al potere, per salvare l’Italia. Finalmente, le decisioni politiche sarebbero state assunte in base alla conoscenza delle situazioni, alla raccolta delle informazioni, alla elaborazione dei dati, e non più sulla base di meri calcoli elettorali, o peggio, per favorire questo o quell’amico, o amico degli amici. Finalmente, un governo che avrebbe agito in base non più agli interessi del “capo”, ai suoi appetiti sessuali, alle sue pendenze giudiziarie, alla sua bulimia immobiliare. Finalmente avremmo potuto sbirciare un telegiornale, assistere all’uscita dei ministri e delle ministre dalle riunioni senza quei conati di vomito che ci assalivano nella lunga – troppo lunga – era berlusconiana. Finalmente, l’attività di governo sarebbe rientrata nelle sue sedi naturali e istituzionali, e non si sarebbe più svolta in qualche villa al mare o in principeschi appartamenti privati, con annesse signorine e menestrelli a rallegrare i convenuti.
Tutto questo lo abbiamo avuto. Ma…. Ecco il turbamento, a cui accennavo. Il turbamento nasce dalla distanza non tra la tecnica e la politica; ma fra la tecnica e la competenza. Difficile, trovare una qualche rispondenza fra le scelte di questo governo, e la competenza che ci si aspetterebbe da economisti, imprenditori, manager, giuristi, e quant’altro.
Mi limito, per la brevità di questo intervento, a due esempi. Il primo è recentissimo: il presidente del Consiglio, economista famoso, già rettore della più prestigiosa università specializzata in studi economici del Paese, come soluzione a uno dei problemi più spinosi e antichi della nostra società – l’efficienza e insieme l’equità del fisco –, annuncia che il governo sposterà la pressione fiscale dalle imposte dirette a quelle indirette.
Quando ho sentito la vocina inerte e monotona di Monti fare questo mirabolante annuncio, sono trasecolato: ma, come, si parla di andare incontro ai bisogni dei ceti più deboli, di tassare meno chi meno guadagna, di riequilibrare la mostruosa distanza tra i più ricchi e i più poveri, e questo supertecnico se ne esce con l’aumento delle tasse indirette, ossia quei tributi che tutti paghiamo allo stesso modo e nella medesima misura, comprando un etto di prosciutto o una lattina di birra, un quaderno per i figli o un libro per noi, pagheremo un balzello aggiuntivo: si tratti di John Elkan o dell’operaio Pautasso, pagheranno esattamente nella stessa identica misura.
Bella trovata! E dire che persino i classici del pensiero economico liberale, a cominciare da Luigi Einaudi, hanno sempre ribadito che le imposte indirette sono ingiuste, proprio perché non tengono conto delle differenze economiche dei soggetti. Il fisco deve essere equo, ossia tenere conto appunto di quelle distanze;non può essere “uguale” perché il reddito dell’operaio non è uguale a quello dell’imprenditore. E allora? Come la mettiamo? È incompetenza? È stupidità? O è l’arrendersi ancora una volta – se di resa vogliamo parlare – agli interessi dei più forti, penalizzando i deboli?
Secondo esempio, il famigeratissimo TAV: ogni studio serio, ogni rilievo scientifico, persino ogni ragionamento non viziato da interessi biechi, dimostra che si tratta di un’opera sbagliata, da tutti i punti di vista. Un governo di tecnici, un ministero di esperti, una compagine in cui l’economia comanda alla politica, non dovrebbe semplicemente dire:“Non s’ha da fare”? Ebbene no. Da Monti a Passera, dalla Cancellieri a Clini, rincalzati dal Pd come dal Pdl, e in questo caso, anche dalla Lega Nord, è tutto un coro: “l’opera va avanti”. Ma con quali costi, finanziari, ambientali, umani, va avanti? E, soprattutto, avanti, dove? Stiamo vedendo ogni giorno dove e come procede. Oggi questo è il discrimine nuovo, vero, neppure fra destra e sinistra, ma piuttosto fra ragionevolezza (del NO) e irragionevolezza (del SI). Non occorre essere comunisti, anarchici, o persino “insurrezionalisti” per schierarsi contro questo progetto scellerato, e il modo in cui governo e quasi l’intero arco politico istituzionali lo porta avanti; ma, certo, guardare la cosa da sinistra un po’ aiuta, a chiarirsi le idee. E in questa nostra manifestazione, credo che in fondo ci si voglia appunto chiarire le idee sul “governo dei tecnici”: e diciamo pure che non sempre tecnico vuol dire competente. E neppure intelligente. Se questo governo fosse l’una e l’altra cosa si arrenderebbe, prima che alla piazza che protesta (giustamente), al buon senso, e alla verità, e, come ha fatto per il Ponte sullo Stretto, e per la candidatura di Roma alle Olimpiadi, direbbe, anzi urlerebbe, con una voce sola: NO TAV!
Grazie!
Archiviato in : Uncategorized

Aria, Acqua, Terra
Le Settimane della Politica
Politica in movimento : un movimento per la politica


A.N.P.I
Fabionews